Bagnoli. L’ira degli investitori: pronti a lasciare

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Investi a Bagnoli e poi muori. O è quella la strada se un investimento da quasi 40 milioni rischia di volatilizzarsi. È quello del Pta, il polo tecnologico dell’ambiente in cui un gruppo di aziende private decidono di investire con l’obiettivo di creare 800 posti di lavoro diretti e almeno un migliaio indiretti. Tutto in un angolo dell’ex area Italsider, dove tuttora c’è la palazzina dei vecchi uffici. Sono una sessantina inizialmente gli imprenditori (gli unici che hanno creduto su quest’area) e, senza contributi pubblici, decidono di metterci soldi. I loro. Acquistando subito da Bagnoli Futura 35mila metri quadri per 32 milioni di euro. Fanno 39,4 milioni con la vecchia iva al 20 per cento. Ed è questa, in 20 anni, 220 milioni di passivo e numerose aste di vendita andate deserte, una delle poche entrate messe a bilancio dalla fallita società di trasformazione urbana. Qui doveva sorgere il Polo (investimento totale 70 milioni), ovvero un centro d’avanguardia eco-sostenibile per servizi innovativi in campo ambientale. All’interno sarebbero dovute essere insediate 70-80 aziende specializzate in servizi tecnologicamente evoluti nell’ambito della green economy. Ognuna con un box in cui insediare la sede legale e in comune servizi e laboratori. Per creare un’unica grande filiera di comparto, come accade in molti paesi esteri quando si parla di distretti specializzati. E, per evitare speculazioni immobiliari, l’obbligo degli associati (che concorrono, per quota ai 32 milioni iniziali) di non vendere prima dei 5 anni e, comunque, sempre con il benestare di tutti i soci del consorzio e ad aziende dello stesso settore. Dentro diversi imprenditori napoletani. Tra gli altri l’Atitech di Gianni Lettieri, la Graden di Vito Grassi (attuale numero due di palazzo Partanna), la Siram del gruppo internazionale Veolia, la Idi di Paolo Bencivenga (presidente delle piccola industria), la Adler plastic di Paolo Scudieri e la Optima Italia, l’azienda ipertecnologica di due quarantenni napoletani che fattura 55 milioni di euro l’anno. Si parte nel 2009 per, progetti e rendering alla mano, inaugurare nel 2012. Investimento però praticamente congelato. Fermo. Speravano nello Sblocca Italia, nel commissario. Nulla. E lo scenario resta quello di una resa. Incondizionata. «Il progetto, per noi, è ancora valido. Ma o si sblocca qualcosa, c’è un segnale o, basta, ce ne andiamo», dicono Vito Grassi e Paolo Bencivenga, due dei 43 imprenditori rimasti che hanno messo in piedi il Pta. Ormai finito su un binario fermo. Nonostante le rassicurazioni. Anche del premier Renzi che il 14 agosto li aveva incontrati rassicurandoli: «Ci vediamo il 7 novembre, quando tutti i passaggi su Bagnoli saranno ultimati». Il 7 novembre, data in cui Renzi doveva essere a Napoli, è alle spalle. Così il 28 quando, sempre il premier, è stato in Campania. Ma lontano da Napoli e, soprattutto, da Bagnoli che con lo Sblocca Italia doveva godere di una corsia d’accelerazione. Macché. Nonostante, siamo a giugno, il premier si giochi tutto su quella porzione di Napoli: «Bagnoli è uno scandalo. Da adesso ne rispondo io. L’Italia non può permettersi di avere un posto così bello in quelle condizioni». Ma ad oggi non si trova un commissario, come previsto dalla legge, e tutto è fermo. Spaventando un paio di colossi stranieri (uno americano e uno cinese) e un fondo d’investimento disposti a investire sul progetto napoletano. Perché quando sentono la parola Bagnoli, dopo gli iniziali entusiasmi si gelano. E quei suoli acquistati, messi a bilancio dalle singole aziende, ormai valgono quasi zero. Semmai qualcuno sia disposto pure a comprarli nonostante sia l’unica area non sottoposta a sequestro per la mancata bonifica. «Gli unici folli siamo stati noi», ragiona amaro Grassi. Già. «Purtroppo – aggiunge Bencinvenga che del consorzio Pta è presidente – continuano solo discussioni che allontanano tutti. Discussioni su cose al di là da venire senza focalizzare su ciò che già c’è». E l’idea di abbandonare. Perché, nel frattempo, un paio di progetti di ricerca da quasi un milione di euro su edilizia ecosostenibile ed energia, finanziati da Miur e Regione Campania, devono essere sviluppati dal Pta altrove. «E a questo punto o s’intravede una svolta – dicono i due imprenditori – o si va altrove. Anche a costo di perdere l’investimento fatto…». (Adolfo Pappalardo – Il Mattino)

Investi a Bagnoli e poi muori. O è quella la strada se un investimento da quasi 40 milioni rischia di volatilizzarsi. È quello del Pta, il polo tecnologico dell’ambiente in cui un gruppo di aziende private decidono di investire con l’obiettivo di creare 800 posti di lavoro diretti e almeno un migliaio indiretti. Tutto in un angolo dell’ex area Italsider, dove tuttora c’è la palazzina dei vecchi uffici. Sono una sessantina inizialmente gli imprenditori (gli unici che hanno creduto su quest’area) e, senza contributi pubblici, decidono di metterci soldi. I loro. Acquistando subito da Bagnoli Futura 35mila metri quadri per 32 milioni di euro. Fanno 39,4 milioni con la vecchia iva al 20 per cento. Ed è questa, in 20 anni, 220 milioni di passivo e numerose aste di vendita andate deserte, una delle poche entrate messe a bilancio dalla fallita società di trasformazione urbana. Qui doveva sorgere il Polo (investimento totale 70 milioni), ovvero un centro d'avanguardia eco-sostenibile per servizi innovativi in campo ambientale. All'interno sarebbero dovute essere insediate 70-80 aziende specializzate in servizi tecnologicamente evoluti nell’ambito della green economy. Ognuna con un box in cui insediare la sede legale e in comune servizi e laboratori. Per creare un’unica grande filiera di comparto, come accade in molti paesi esteri quando si parla di distretti specializzati. E, per evitare speculazioni immobiliari, l’obbligo degli associati (che concorrono, per quota ai 32 milioni iniziali) di non vendere prima dei 5 anni e, comunque, sempre con il benestare di tutti i soci del consorzio e ad aziende dello stesso settore. Dentro diversi imprenditori napoletani. Tra gli altri l’Atitech di Gianni Lettieri, la Graden di Vito Grassi (attuale numero due di palazzo Partanna), la Siram del gruppo internazionale Veolia, la Idi di Paolo Bencivenga (presidente delle piccola industria), la Adler plastic di Paolo Scudieri e la Optima Italia, l’azienda ipertecnologica di due quarantenni napoletani che fattura 55 milioni di euro l’anno. Si parte nel 2009 per, progetti e rendering alla mano, inaugurare nel 2012. Investimento però praticamente congelato. Fermo. Speravano nello Sblocca Italia, nel commissario. Nulla. E lo scenario resta quello di una resa. Incondizionata. «Il progetto, per noi, è ancora valido. Ma o si sblocca qualcosa, c’è un segnale o, basta, ce ne andiamo», dicono Vito Grassi e Paolo Bencivenga, due dei 43 imprenditori rimasti che hanno messo in piedi il Pta. Ormai finito su un binario fermo. Nonostante le rassicurazioni. Anche del premier Renzi che il 14 agosto li aveva incontrati rassicurandoli: «Ci vediamo il 7 novembre, quando tutti i passaggi su Bagnoli saranno ultimati». Il 7 novembre, data in cui Renzi doveva essere a Napoli, è alle spalle. Così il 28 quando, sempre il premier, è stato in Campania. Ma lontano da Napoli e, soprattutto, da Bagnoli che con lo Sblocca Italia doveva godere di una corsia d’accelerazione. Macché. Nonostante, siamo a giugno, il premier si giochi tutto su quella porzione di Napoli: «Bagnoli è uno scandalo. Da adesso ne rispondo io. L'Italia non può permettersi di avere un posto così bello in quelle condizioni». Ma ad oggi non si trova un commissario, come previsto dalla legge, e tutto è fermo. Spaventando un paio di colossi stranieri (uno americano e uno cinese) e un fondo d’investimento disposti a investire sul progetto napoletano. Perché quando sentono la parola Bagnoli, dopo gli iniziali entusiasmi si gelano. E quei suoli acquistati, messi a bilancio dalle singole aziende, ormai valgono quasi zero. Semmai qualcuno sia disposto pure a comprarli nonostante sia l’unica area non sottoposta a sequestro per la mancata bonifica. «Gli unici folli siamo stati noi», ragiona amaro Grassi. Già. «Purtroppo – aggiunge Bencinvenga che del consorzio Pta è presidente – continuano solo discussioni che allontanano tutti. Discussioni su cose al di là da venire senza focalizzare su ciò che già c’è». E l’idea di abbandonare. Perché, nel frattempo, un paio di progetti di ricerca da quasi un milione di euro su edilizia ecosostenibile ed energia, finanziati da Miur e Regione Campania, devono essere sviluppati dal Pta altrove. «E a questo punto o s’intravede una svolta – dicono i due imprenditori – o si va altrove. Anche a costo di perdere l’investimento fatto…». (Adolfo Pappalardo – Il Mattino)