Santa Croce Camerina. Perquisita la casa della mamma di Loris. Le sue bugie ed i suoi spostamenti sospetti

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Santa Croce Camerina. Il peggio s’avvicina a grandi passi. Il peggio sono i sospetti che all’improvviso s’addensano sull’ultima dei sospettabili possibili, la mamma del piccolo Loris. Tremendo a dirsi: è diventata all’improvviso lei, Veronica Panarello, 25 anni, un tentativo di suicidio e una movimentata esistenza già alle spalle, la protagonista di queste indagini. Finalizzate a scoprire chi ha ucciso sabato mattina, strangolandolo, il suo Loris. Non staremmo qui a parlarne se alle quattro del pomeriggio carabinieri e polizia non si fossero presentati alla sua porta con un ordine di perquisizione della Procura. No, non è indagata Veronica Panarello, è una libera cittadina come noi, ma le hanno rovesciato casa, al terzo piano di via Garibaldi 82. Le hanno applicato il luminol alle pareti, sono andati a caccia del tablet e del telefonino che Loris potrebbe aver usato, e perfino dello zainetto blu che ancora non si trova. E l’hanno lasciata a sera senza notificarle nessun provvedimento, lei e tutte quelle domande senza risposta. Se anche il cattivo giorno si vede dal mattino, Veronica l’avrebbe dovuto capire: gli investigatori stavano visionando i primi filmati delle telecamere recuperati a Santa Croce e tutti dicevano esattamente il contrario di quello che lei aveva sempre raccontato. A fissarla adesso, Veronica Panarello, casalinga, è una libera cittadina, neppure indagata, ma travolta da una valanga di bugie. Cosa le costeranno, solo il futuro lo dirà. Di sicuro non deve aver tenuto bene in conto tutti gli occhi che quella mattina le erano addosso, gli occhi delle telecamere di Santa Croce Camerina, che di suo è una specie di santuario di tutte le telecamere possibili. Tra quello che ha raccontato e quello che si vede nei filmati, purtroppo, c’è una distanza siderale. Lei sostiene di aver accompagnato Loris a scuola quella mattina, con i suoi otto anni, il suo zainetto blu e le cinghie gialle, ma invece non è vero. Lei ripete di averlo lasciato a cinquanta-settanta metri dall’ingresso e ovviamente neanche questo è vero. Un giorno o l’altro glieli mostreranno questi filmati e chissà che faccia farà. Le mostreranno lei che fa salire Loris e Diego, i suoi due figli, sulla Polo nera, alle 8.15 di quella maledetta mattina di sole. Nessuna discussione con Loris, perché se discussione c’è stata deve essere tutto successo in quell’abitacolo. Tutta via Roma e poi l’arrivo a scuola, ma la Polo nera – lo confermerà anche una vigilessa – davanti alle transenne non scarica nessun bambino. Sono sempre le telecamere che inseguono Veronica, e lei non lo sa. Torna a casa la mamma di Loris e il fermo immagini è agghiacciante: il bambino che scende – evidentemente non aveva nessuna voglia di andare in classe – e si avvia da solo verso casa. Ma la Polo nera continua il suo incredibile viaggio. Veronica, con Diego in macchina, rifà lo stesso percorso e deposita il figlio più piccolo proprio dove avrebbe dovuto: davanti all’asilo. E torna a casa, dove ad aspettarla dovrebbe esserci Loris. Fa di più, parcheggia la Polo in garage: non è un po’ strano? Fra questo andare e venire si sono fatte le nove, l’ora in cui – lo ipotizza l’autopsia – Loris potrebbe essere stato ucciso. Non c’e da trarre conclusioni affrettate. C’è solo da rilevare che tutti questi strani movimenti la giovane donna non li ha mai raccontati a nessuno. E da seguire ancora la sua Polo nera, perché alle dieci del mattino, puntuale come ogni buona mamma e donna di casa dovrebbe essere, Veronica si avvia verso la tenuta di Donnafugata. L’aspetta un corso di cucina, non può mancare. Arriva l’ora fatidica, l’una meno un quarto. L’ora in cui i bambini escono da scuola e ovviamente Loris non c’è. Anche qui Veronica è come un orologio svizzero: telefona alla stazione dei Carabinieri del paese e dà l’allarme, Loris non si trova. L’avrebbero trovato quattro ore dopo, quattro chilometri lontano. L’hanno sentita gridare «bastardi», l’hanno fotografata sconvolta vicino al canale di scolo dove il corpo è stato trovato, l’hanno ascoltata dieci, cento volte, raccontare sempre la stessa storia. La storia che le telecamere di Santa Croce le hanno crudelmente smentito. E ora ad almeno una domanda dovrà rispondere: perché tante falsità? Stanno scavando il vuoto intorno a Veronica, chissà se lei l’ha capito. Chissà se starà cominciando a rendersi conto della montagna di bugie che ha raccontato, forse prima a se stessa e poi al mondo. E chissà chi le è stato davvero vicino – il marito camionista, Alessandro, era fuori per lavoro – in quelle ore. A chi davvero avrà chiesto un disperato sostegno? Gli investigatori sicuramente già hanno a disposizione molti più elementi di quelli che vogliono far credere. Le sue telefonate, i suoi spostamenti, perfino il surreale corso di cucina che è andata a frequentare sabato mattina a Donnnafugata, come se niente fosse. Ma la trama dell’inchiesta sembra già tracciata: nessuno scossone fino a quando tutte le carte non saranno davvero in tavola. Chi ha provato a mettercele, proprio ieri, è stato Orazio Fidone, il pensionato dell’Enel amante della caccia, l’omone baffuto che, forse guidato da un’ispirazione, andò a recuperare il corpicino di Loris, sabato pomeriggio alle cinque meno cinque, al Mulino Vecchio di Santa Croce. «Ho tutti gli alibi» ha giurato al mondo Fidone e almeno il paese gli crede: non c’è crocchio, non c’è bar che non sia disposto a spendersi per lui. Ma la polizia scientifica ha eseguito una perquisizione nella sua abitazione. L’uomo è indagato, come atto dovuto, per sequestro di persona e omicidio. La perquisizione è stata eseguita subito dopo i rilievi fatti nella casa della mamma del bambino. E proprio per quest’ultima neppure una parola di conforto, invece, è stata pronunciata in paese, come se una silenziosa condanna le fosse stata già inflitta. L’orizzonte terribile che appena si scorge sembra solo l’inizio di un incubo. Nessuno si azzarda ancora a chiedersi come da casa sua – dove le telecamere l’hanno bloccato l’ultima volta – il piccolo Loris sia finito al canale di scolo, gettato laggiù ancora in vita. E nessuno si azzarda nemmeno a immaginare quale regia maligna abbia escogitato il ritrovamento di quel paio di slip, martedì mattina, davanti alla scuola di Loris. Blu come i suoi, della sua stessa taglia, ma non erano quelli di Loris. Chi può aver realizzato questa crudeltà? Il procuratore di Ragusa, Petralia, ha voluto fare il punto alla fine della giornata e al di là dei formalismi almeno una cosa l’ha detta: «Non prevedo tempi lunghi, riusciremo presto a chiare almeno le prime cose». Sembra questione di ore, forse lo è. (Nino Cirillo – Il Mattino)  

Santa Croce Camerina. Il peggio s’avvicina a grandi passi. Il peggio sono i sospetti che all’improvviso s’addensano sull’ultima dei sospettabili possibili, la mamma del piccolo Loris. Tremendo a dirsi: è diventata all’improvviso lei, Veronica Panarello, 25 anni, un tentativo di suicidio e una movimentata esistenza già alle spalle, la protagonista di queste indagini. Finalizzate a scoprire chi ha ucciso sabato mattina, strangolandolo, il suo Loris. Non staremmo qui a parlarne se alle quattro del pomeriggio carabinieri e polizia non si fossero presentati alla sua porta con un ordine di perquisizione della Procura. No, non è indagata Veronica Panarello, è una libera cittadina come noi, ma le hanno rovesciato casa, al terzo piano di via Garibaldi 82. Le hanno applicato il luminol alle pareti, sono andati a caccia del tablet e del telefonino che Loris potrebbe aver usato, e perfino dello zainetto blu che ancora non si trova. E l’hanno lasciata a sera senza notificarle nessun provvedimento, lei e tutte quelle domande senza risposta. Se anche il cattivo giorno si vede dal mattino, Veronica l’avrebbe dovuto capire: gli investigatori stavano visionando i primi filmati delle telecamere recuperati a Santa Croce e tutti dicevano esattamente il contrario di quello che lei aveva sempre raccontato. A fissarla adesso, Veronica Panarello, casalinga, è una libera cittadina, neppure indagata, ma travolta da una valanga di bugie. Cosa le costeranno, solo il futuro lo dirà. Di sicuro non deve aver tenuto bene in conto tutti gli occhi che quella mattina le erano addosso, gli occhi delle telecamere di Santa Croce Camerina, che di suo è una specie di santuario di tutte le telecamere possibili. Tra quello che ha raccontato e quello che si vede nei filmati, purtroppo, c’è una distanza siderale. Lei sostiene di aver accompagnato Loris a scuola quella mattina, con i suoi otto anni, il suo zainetto blu e le cinghie gialle, ma invece non è vero. Lei ripete di averlo lasciato a cinquanta-settanta metri dall’ingresso e ovviamente neanche questo è vero. Un giorno o l’altro glieli mostreranno questi filmati e chissà che faccia farà. Le mostreranno lei che fa salire Loris e Diego, i suoi due figli, sulla Polo nera, alle 8.15 di quella maledetta mattina di sole. Nessuna discussione con Loris, perché se discussione c’è stata deve essere tutto successo in quell’abitacolo. Tutta via Roma e poi l’arrivo a scuola, ma la Polo nera – lo confermerà anche una vigilessa – davanti alle transenne non scarica nessun bambino. Sono sempre le telecamere che inseguono Veronica, e lei non lo sa. Torna a casa la mamma di Loris e il fermo immagini è agghiacciante: il bambino che scende – evidentemente non aveva nessuna voglia di andare in classe – e si avvia da solo verso casa. Ma la Polo nera continua il suo incredibile viaggio. Veronica, con Diego in macchina, rifà lo stesso percorso e deposita il figlio più piccolo proprio dove avrebbe dovuto: davanti all’asilo. E torna a casa, dove ad aspettarla dovrebbe esserci Loris. Fa di più, parcheggia la Polo in garage: non è un po’ strano? Fra questo andare e venire si sono fatte le nove, l’ora in cui – lo ipotizza l’autopsia – Loris potrebbe essere stato ucciso. Non c’e da trarre conclusioni affrettate. C’è solo da rilevare che tutti questi strani movimenti la giovane donna non li ha mai raccontati a nessuno. E da seguire ancora la sua Polo nera, perché alle dieci del mattino, puntuale come ogni buona mamma e donna di casa dovrebbe essere, Veronica si avvia verso la tenuta di Donnafugata. L’aspetta un corso di cucina, non può mancare. Arriva l’ora fatidica, l’una meno un quarto. L’ora in cui i bambini escono da scuola e ovviamente Loris non c’è. Anche qui Veronica è come un orologio svizzero: telefona alla stazione dei Carabinieri del paese e dà l’allarme, Loris non si trova. L’avrebbero trovato quattro ore dopo, quattro chilometri lontano. L’hanno sentita gridare «bastardi», l’hanno fotografata sconvolta vicino al canale di scolo dove il corpo è stato trovato, l’hanno ascoltata dieci, cento volte, raccontare sempre la stessa storia. La storia che le telecamere di Santa Croce le hanno crudelmente smentito. E ora ad almeno una domanda dovrà rispondere: perché tante falsità? Stanno scavando il vuoto intorno a Veronica, chissà se lei l’ha capito. Chissà se starà cominciando a rendersi conto della montagna di bugie che ha raccontato, forse prima a se stessa e poi al mondo. E chissà chi le è stato davvero vicino – il marito camionista, Alessandro, era fuori per lavoro – in quelle ore. A chi davvero avrà chiesto un disperato sostegno? Gli investigatori sicuramente già hanno a disposizione molti più elementi di quelli che vogliono far credere. Le sue telefonate, i suoi spostamenti, perfino il surreale corso di cucina che è andata a frequentare sabato mattina a Donnnafugata, come se niente fosse. Ma la trama dell’inchiesta sembra già tracciata: nessuno scossone fino a quando tutte le carte non saranno davvero in tavola. Chi ha provato a mettercele, proprio ieri, è stato Orazio Fidone, il pensionato dell’Enel amante della caccia, l’omone baffuto che, forse guidato da un’ispirazione, andò a recuperare il corpicino di Loris, sabato pomeriggio alle cinque meno cinque, al Mulino Vecchio di Santa Croce. «Ho tutti gli alibi» ha giurato al mondo Fidone e almeno il paese gli crede: non c’è crocchio, non c’è bar che non sia disposto a spendersi per lui. Ma la polizia scientifica ha eseguito una perquisizione nella sua abitazione. L'uomo è indagato, come atto dovuto, per sequestro di persona e omicidio. La perquisizione è stata eseguita subito dopo i rilievi fatti nella casa della mamma del bambino. E proprio per quest’ultima neppure una parola di conforto, invece, è stata pronunciata in paese, come se una silenziosa condanna le fosse stata già inflitta. L’orizzonte terribile che appena si scorge sembra solo l’inizio di un incubo. Nessuno si azzarda ancora a chiedersi come da casa sua – dove le telecamere l’hanno bloccato l’ultima volta – il piccolo Loris sia finito al canale di scolo, gettato laggiù ancora in vita. E nessuno si azzarda nemmeno a immaginare quale regia maligna abbia escogitato il ritrovamento di quel paio di slip, martedì mattina, davanti alla scuola di Loris. Blu come i suoi, della sua stessa taglia, ma non erano quelli di Loris. Chi può aver realizzato questa crudeltà? Il procuratore di Ragusa, Petralia, ha voluto fare il punto alla fine della giornata e al di là dei formalismi almeno una cosa l’ha detta: «Non prevedo tempi lunghi, riusciremo presto a chiare almeno le prime cose». Sembra questione di ore, forse lo è. (Nino Cirillo – Il Mattino)  

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