Ragusa. La madre del piccolo Loris convocata in questura. Gli stretti legami tra il cacciatore Orazio e la famiglia

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Santa Croce Camerina (Ragusa). E’ dato per certo l’arrivo oggi a Ragusa di altri super investigatori da Roma, e non è un buon segno: vuol dire che l’assassino del piccolo Loris Stival ha già lasciato tra sé echi gli sta dando la caccia una discreta distanza, magari decisiva. Certo, da dare in pasto alle tv fameliche c’è sempre la notizia del giorno: Antonella, la madre di Loris, è stata convocata in Questura ieri sera, ci è rimasta per ore a spiegare lo spiegabile. Chiamata a confermare quello che in qualche modo già si sapeva, e cioè che gli slip trovati davanti alla scuola non erano quelli del suo Loris, e soprattutto a fornire una plausibile spiegazione su quelle telecamere che sabato mattina – nel tragitto da casa a scuola – avevano fissato l’immagine sua e di Diego, il figlio più piccolo, di un anno appena, e non quella di Loris. Possibile che non l’abbia mai accompagnato a scuola? Intanto Orazio Fidone, il cacciatore andò fin laggiù al Mulino Vecchio, quasi guidato da un’ispirazione sovrannaturale, a trovare il corpo del bambino, risulta indagato per sequestro di persona e omicidio volontario. Ma è una mezza notizia. Perché se così non fosse, se non gli fosse stato notificato almeno l’avviso di garanzia, non potrebbero essere eseguiti tutti gli esami scientifici sulle due auto che gli hanno sequestrato, la sua e quella della moglie. Desta piuttosto sorpresa che Fidone, 63 anni, ex dipendente dell’Enel, cacciatore che va a cercare Loris in una campagna dove nessuno ha mai cacciato, poteva essere arrestato l’altra notte, e invece se ne è tornato a casa con le sue gambe. Potevano contestargli fino alle manette la detenzione di un mucchio di cartucce, «munizioni da guerra», proprio a lui che dalla Prefettura di Ragusa aveva ricevuto un esplicito divieto, e invece non l’hanno fatto. E’ stato denunciato a piede libero, a pensar male gli hanno soltanto lasciato la briglia lunga. La stessa briglia lunga che alla fine ha portato la madre di Loris, a sera, in Questura. Il ritrovamento degli slip, purtroppo, è tutto da raccontare. Un cagnolino che s’imbizzarrisce, una padrona che fa uno più uno e la notizia e bella e confezionata: sono gli slip che mancavano a Loris quando il corpo senza vita è stato recuperato nel canale di scolo. Ma niente di più illusorio. Giuseppina Neri, che dirige la Polizia scientifica di tutta la Sicilia orientale, s’affretta a dire davanti a tutti i microfoni che «aspettiamo gli esami del dna», e a chi banalmente le obbietta che sarebbe più semplice chiederne conferma alla madre di Loris, semplicemente e diplomaticamente non risponde. Perché c’era da ragionare su questi slip da bambino – e quanta fatica è costata – perché erano blu come si immagina fossero quelli che Loris portava sabato mattina, ma interi. E allora affondiamo nell’orrore. Povero piccolo,venne trovato con i pantaloni abbassati e le scarpe ancora ai piedi, qualsiasi slip potrebbe essergli solo stato strappato, forse per una sua imprevista ribellione. Perché sono stati trovati interi, allora? Quale macabra mente può aver concepito di lasciarli lì, vicino alla scuola, solo per lanciare un messaggio? A sera la tremenda conferma: non sono suoi. E’ un tremendo gioco degli specchi, lo stanno imparando tutti a loro spese, a cominciare da Antonella, la madre di Loris. E ancora. L’autopsia del dottor Iuvara finalmente dice che Loris Stival, otto anni appena e già una faccia da guerriero, è morto intorno alle dieci del mattino di sabato scorso, neanche due ore dopo essere scomparso, almeno sette ore prima di essere ufficialmente ritrovato. Cosa è accaduto in quelle ore? L’autopsia almeno un’altra verità non la risparmia: è stato gettato in quel canale ancora in vita, forse moribondo, come dimostra il sangue delle ferite alla testa. Anzi, ce n’è un altra: è stato strangolato a mani nude, forse con una mano sola. Brutale la domanda, ma inevitabile: il piccolo Loris Stival conosceva Orazio Fidone, il cacciatore che ne ha trovato il cadavere? Sì, lo conosceva, perché «si conoscono tutti in paese», ma anche perché, senza timore di forzare il quadro, il dipendente dell’Enel in pensione aveva buoni rapporti con tutta la sua famiglia. Una famiglia di veneti emigrati in Libia – altro che albanesi, come si diceva all’inizio – e poi arrivati in Sicilia all’avvento di Ghedddafi. Ma da qui a tutto il resto ce ne corre e a nulla serve ripetere che il bambino «non sarebbe mai andato con qualcuno che non conosceva». Un punto delle indagini resta fermo, però, quello dei rapporti tra Fidone e la famiglia Stival, come se scoprirne tutti i risvolti possa voler dire aver trovato il chiavistello per la soluzione. Ci si stanno concentrando parecchio gli investigatori, il comandante del gruppo dei Carabinieri Fragassi e il questore Giammino, e con loro il Nucleo investigativo e la Squadra mobile, convinti che la verità di quest’atroce delitto sia attorno alla famiglia o comunque poco lontano. Il che metterebbe sotto un’altra luce l’accorato appello del Procuratore Petralia – «Chi sa parli» – e anche la prevedibile reazione del sindaco di Santa Croce Carla Iurato: «Non siamo un paese omertoso». In un’altra luce perché la verità potrebbe davvero essere tra poche mura. Diceva Antonella, la zia di Loris, il giorno del ritrovamento del corpo: «Non crediate di trovarvi davanti alla famiglia del Mulino bianco». Cruda e sincera, ma anche facile da accostare: perché al Mulino nero hanno trovato il corpo di Loris, perché lì nascondevano auto rubate e pezzi di kalashnikov, perché sempre li, a un certo punto, il Comune decise di spegnere ogni telecamera. No, la famiglia di Loris, come tante altre, non era proprio una famiglia perfetta. Davide, il padre, a guadagnarsi il pane lontano, da camionista, e Antonella, la madre, che le sue crisi e i suoi sbandamenti a Santa Croce non li ha mai nascosti a nessuno. E Loris, il piccolo magnifico Loris, che si barcamenava come poteva. Fino a quando un pomeriggio di un paio di mesi fa la domanda gli saltò in gola: «Mamma, cosa vuol dire essere gay?». Poca più attenzione e sarebbe scattato un terribile campanello d’allarme. Chissà, forse si sarebbe potuto fermare l’infernale e tragico destino di Loris Andrea. Chissà se fosse stata posta attenzione maggiore a quella domanda apparentemente ingenua… Invece finì lì e Loris continuò la sua vita, il dieci in Storia, le arti marziali, ma anche il fondato sospetto – lo dicono i primi risultati dell’autopsia – che proprio in questi mesi abbia subito violenze, che l’ultimo disperato gesto della sua vita, sabato mattina, sia stato solo una ribellione. O addirittura che abbia pagato con la vita la minaccia di rivelare al mondo quello che stava patendo. È anche da questo punto oscuro della vita del piccolo Loris che gli investigatori e gli inquirenti vogliono partire: sapere, cioè, dall’ambiente familiare «non da Mulino Bianco» e dal giro delle amicizia nel paese qualcosa sulle pregresse violenze subìte dal piccolo Loris. E Fidone, in tutto questo, che c’entra? Dell’intera giornata di sabato continua a dare una spiegazione plausibile, anche se poi si scopre che in fondo tutte le pezze d’appoggio gliele fornisce la moglie: la spesa a Vittoria, il pranzo, la decisione di alzarsi dalla poltrona e di andare al Mulino Vecchio, proprio lì, a tre chilometri da casa, dove avrebbe trovato Loris senza vita. Se c’è un punto incontrovertibile – e pende tutto dalla sua parte – è la telefonata alla stazione dei Carabinieri di Santa Croce sabato pomeriggio, al numero fisso del maresciallo Valente, per avvisare del ritrovamento di quel corpo, giusto qualche minuto primo di incrociare la pattuglia della Polizia. Risulta dai tabulati, almeno su questo non si discute. Ma il resto è un miscuglio di incongruenze, di opacità. I fari accesi, la portiera aperta del suv Suzuki, quell’essere stato di fatto sorpreso dalla pattuglia in un posto in cui nessuno ragionevolmente avrebbe dovuto essere. Eppure fa scudo a questo Fidone l’intera sua esistenza: non presenta ombre. Come l’intero paese non le presenta: negli anni neanche un episodio sospetto di pedofilia. Ancora più difficile per chi indaga, ancora più atroce. (Nino Cirillo – Il Mattino)  

Santa Croce Camerina (Ragusa). E’ dato per certo l’arrivo oggi a Ragusa di altri super investigatori da Roma, e non è un buon segno: vuol dire che l’assassino del piccolo Loris Stival ha già lasciato tra sé echi gli sta dando la caccia una discreta distanza, magari decisiva. Certo, da dare in pasto alle tv fameliche c’è sempre la notizia del giorno: Antonella, la madre di Loris, è stata convocata in Questura ieri sera, ci è rimasta per ore a spiegare lo spiegabile. Chiamata a confermare quello che in qualche modo già si sapeva, e cioè che gli slip trovati davanti alla scuola non erano quelli del suo Loris, e soprattutto a fornire una plausibile spiegazione su quelle telecamere che sabato mattina – nel tragitto da casa a scuola – avevano fissato l’immagine sua e di Diego, il figlio più piccolo, di un anno appena, e non quella di Loris. Possibile che non l’abbia mai accompagnato a scuola? Intanto Orazio Fidone, il cacciatore andò fin laggiù al Mulino Vecchio, quasi guidato da un’ispirazione sovrannaturale, a trovare il corpo del bambino, risulta indagato per sequestro di persona e omicidio volontario. Ma è una mezza notizia. Perché se così non fosse, se non gli fosse stato notificato almeno l’avviso di garanzia, non potrebbero essere eseguiti tutti gli esami scientifici sulle due auto che gli hanno sequestrato, la sua e quella della moglie. Desta piuttosto sorpresa che Fidone, 63 anni, ex dipendente dell’Enel, cacciatore che va a cercare Loris in una campagna dove nessuno ha mai cacciato, poteva essere arrestato l’altra notte, e invece se ne è tornato a casa con le sue gambe. Potevano contestargli fino alle manette la detenzione di un mucchio di cartucce, «munizioni da guerra», proprio a lui che dalla Prefettura di Ragusa aveva ricevuto un esplicito divieto, e invece non l’hanno fatto. E’ stato denunciato a piede libero, a pensar male gli hanno soltanto lasciato la briglia lunga. La stessa briglia lunga che alla fine ha portato la madre di Loris, a sera, in Questura. Il ritrovamento degli slip, purtroppo, è tutto da raccontare. Un cagnolino che s’imbizzarrisce, una padrona che fa uno più uno e la notizia e bella e confezionata: sono gli slip che mancavano a Loris quando il corpo senza vita è stato recuperato nel canale di scolo. Ma niente di più illusorio. Giuseppina Neri, che dirige la Polizia scientifica di tutta la Sicilia orientale, s’affretta a dire davanti a tutti i microfoni che «aspettiamo gli esami del dna», e a chi banalmente le obbietta che sarebbe più semplice chiederne conferma alla madre di Loris, semplicemente e diplomaticamente non risponde. Perché c’era da ragionare su questi slip da bambino – e quanta fatica è costata – perché erano blu come si immagina fossero quelli che Loris portava sabato mattina, ma interi. E allora affondiamo nell’orrore. Povero piccolo,venne trovato con i pantaloni abbassati e le scarpe ancora ai piedi, qualsiasi slip potrebbe essergli solo stato strappato, forse per una sua imprevista ribellione. Perché sono stati trovati interi, allora? Quale macabra mente può aver concepito di lasciarli lì, vicino alla scuola, solo per lanciare un messaggio? A sera la tremenda conferma: non sono suoi. E’ un tremendo gioco degli specchi, lo stanno imparando tutti a loro spese, a cominciare da Antonella, la madre di Loris. E ancora. L’autopsia del dottor Iuvara finalmente dice che Loris Stival, otto anni appena e già una faccia da guerriero, è morto intorno alle dieci del mattino di sabato scorso, neanche due ore dopo essere scomparso, almeno sette ore prima di essere ufficialmente ritrovato. Cosa è accaduto in quelle ore? L’autopsia almeno un’altra verità non la risparmia: è stato gettato in quel canale ancora in vita, forse moribondo, come dimostra il sangue delle ferite alla testa. Anzi, ce n’è un altra: è stato strangolato a mani nude, forse con una mano sola. Brutale la domanda, ma inevitabile: il piccolo Loris Stival conosceva Orazio Fidone, il cacciatore che ne ha trovato il cadavere? Sì, lo conosceva, perché «si conoscono tutti in paese», ma anche perché, senza timore di forzare il quadro, il dipendente dell’Enel in pensione aveva buoni rapporti con tutta la sua famiglia. Una famiglia di veneti emigrati in Libia – altro che albanesi, come si diceva all’inizio – e poi arrivati in Sicilia all’avvento di Ghedddafi. Ma da qui a tutto il resto ce ne corre e a nulla serve ripetere che il bambino «non sarebbe mai andato con qualcuno che non conosceva». Un punto delle indagini resta fermo, però, quello dei rapporti tra Fidone e la famiglia Stival, come se scoprirne tutti i risvolti possa voler dire aver trovato il chiavistello per la soluzione. Ci si stanno concentrando parecchio gli investigatori, il comandante del gruppo dei Carabinieri Fragassi e il questore Giammino, e con loro il Nucleo investigativo e la Squadra mobile, convinti che la verità di quest’atroce delitto sia attorno alla famiglia o comunque poco lontano. Il che metterebbe sotto un’altra luce l’accorato appello del Procuratore Petralia – «Chi sa parli» – e anche la prevedibile reazione del sindaco di Santa Croce Carla Iurato: «Non siamo un paese omertoso». In un’altra luce perché la verità potrebbe davvero essere tra poche mura. Diceva Antonella, la zia di Loris, il giorno del ritrovamento del corpo: «Non crediate di trovarvi davanti alla famiglia del Mulino bianco». Cruda e sincera, ma anche facile da accostare: perché al Mulino nero hanno trovato il corpo di Loris, perché lì nascondevano auto rubate e pezzi di kalashnikov, perché sempre li, a un certo punto, il Comune decise di spegnere ogni telecamera. No, la famiglia di Loris, come tante altre, non era proprio una famiglia perfetta. Davide, il padre, a guadagnarsi il pane lontano, da camionista, e Antonella, la madre, che le sue crisi e i suoi sbandamenti a Santa Croce non li ha mai nascosti a nessuno. E Loris, il piccolo magnifico Loris, che si barcamenava come poteva. Fino a quando un pomeriggio di un paio di mesi fa la domanda gli saltò in gola: «Mamma, cosa vuol dire essere gay?». Poca più attenzione e sarebbe scattato un terribile campanello d’allarme. Chissà, forse si sarebbe potuto fermare l’infernale e tragico destino di Loris Andrea. Chissà se fosse stata posta attenzione maggiore a quella domanda apparentemente ingenua… Invece finì lì e Loris continuò la sua vita, il dieci in Storia, le arti marziali, ma anche il fondato sospetto – lo dicono i primi risultati dell’autopsia – che proprio in questi mesi abbia subito violenze, che l’ultimo disperato gesto della sua vita, sabato mattina, sia stato solo una ribellione. O addirittura che abbia pagato con la vita la minaccia di rivelare al mondo quello che stava patendo. È anche da questo punto oscuro della vita del piccolo Loris che gli investigatori e gli inquirenti vogliono partire: sapere, cioè, dall’ambiente familiare «non da Mulino Bianco» e dal giro delle amicizia nel paese qualcosa sulle pregresse violenze subìte dal piccolo Loris. E Fidone, in tutto questo, che c’entra? Dell’intera giornata di sabato continua a dare una spiegazione plausibile, anche se poi si scopre che in fondo tutte le pezze d’appoggio gliele fornisce la moglie: la spesa a Vittoria, il pranzo, la decisione di alzarsi dalla poltrona e di andare al Mulino Vecchio, proprio lì, a tre chilometri da casa, dove avrebbe trovato Loris senza vita. Se c’è un punto incontrovertibile – e pende tutto dalla sua parte – è la telefonata alla stazione dei Carabinieri di Santa Croce sabato pomeriggio, al numero fisso del maresciallo Valente, per avvisare del ritrovamento di quel corpo, giusto qualche minuto primo di incrociare la pattuglia della Polizia. Risulta dai tabulati, almeno su questo non si discute. Ma il resto è un miscuglio di incongruenze, di opacità. I fari accesi, la portiera aperta del suv Suzuki, quell’essere stato di fatto sorpreso dalla pattuglia in un posto in cui nessuno ragionevolmente avrebbe dovuto essere. Eppure fa scudo a questo Fidone l’intera sua esistenza: non presenta ombre. Come l’intero paese non le presenta: negli anni neanche un episodio sospetto di pedofilia. Ancora più difficile per chi indaga, ancora più atroce. (Nino Cirillo – Il Mattino)