I “sogni e bisogni” di Vincenzo Salemme

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Ritorna questa sera, al massimo cittadino, alle ore 21, il comico riempi-teatro con una pièce andata in tournée già nel 2001 e sapientemente rivisitata

Un pene che assume sembianze umane e che si stacca dal corpo del suo legittimo proprietario, cercando di spingere quest’ultimo a riappropriarsi della capacità di sognare, di dare una svolta alla sua vita grigia e mediocre da piccolo borghese. È intorno a questo soggetto (che trae spunto dal romanzo di Moravia, “Io e lui”) che si sviluppa la commedia “Sogni e Bisogni”, scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme che domani sera, alle 21.00, sarà di scena al TeatroVerdi di Salerno, restandovi sino a domenica 7 dicembre. L’artista partenopeo propone una commedia brillante, in cui umorismo e comicità saranno i mezzi per spingere lo spettatore a un’intensa riflessione sulla vita dell’essere umano. La commedia brillante era già andata in tournée nel 2001, sotto altra forma. Due all’epoca, gli atti. Diversi, in parte, gli attori. Attualizzato, il “Sogni e bisogni” prodotto dalle srl. “Diana Or.i.s.” e “Chi è di scena”, trova nuova energia trascinando i protagonisti giù dal palco, in mezzo alla platea, infrangendo così le barriere teatrali, ammorbidendo o irrobustendo all’occorrenza l’uso del dialetto e rendendo più esplicito l’invito a sognare. Come se, a distanza di anni, ce ne fosse maggiore bisogno. A rivendicare maggiore protagonismo sulla scena e nella vita, è quel “tronchetto della felicità” che, geloso del fegato e stufo di essere considerato un semplice “inquilino del piano di sotto” fino a tentare il suicidio con l’elastico delle mutande, si stacca materialmente dal corpo del cassintegrato Rocco Pellecchia per spronarlo a fare altrettanto. “Mentre cantavano L’ Eternità – lo schernisce – tu hai messo fine alla vita per paura della libertà. Ma la libertà è un’illusione. Il senso di responsabilità, un elastico che tiene legati al buco nero. Siamo stati luce”. E se la modernità impedisce di sognare perché obbliga a realizzare i sogni, i tre desideri espressi da semplici arrivano a miagolare. Aggiungono equivoci alle illusioni e risate alle risate, Nunziatina e Clementina, l’improbabile coppia delle sorelle portinaie, l’ispettore Osvaldo Savarese, la moglie nativa di Pozzuoli di 19 anni e 6 mesi più giovane fino al fratello Gennaro da Mondragone. Gli regalano presenza scenica, con grande professionalità Nicola Acunzo, Domenico Aria, Andrea Di Maria, Antonio Guerriero e Biancamaria Lelli. Firma le scene – inatteso e forse poco valorizzato il retro che nascondono – Alessandro Chiti. I costumi appartengono a Mariano Tufano, le musiche ad Antonio Boccia, il disegno luci è di Umile Vainieri. La diatriba tra il protagonista, Rocco Pellecchia, e il suo “tronchetto della felicità”, non è altro che una metafora sull’importanza dell’inseguire i propri sogni, cercando sempre e comunque di vivere al meglio la propria vita. (O.C.)

 

Ritorna questa sera, al massimo cittadino, alle ore 21, il comico riempi-teatro con una pièce andata in tournée già nel 2001 e sapientemente rivisitata

Un pene che assume sembianze umane e che si stacca dal corpo del suo legittimo proprietario, cercando di spingere quest’ultimo a riappropriarsi della capacità di sognare, di dare una svolta alla sua vita grigia e mediocre da piccolo borghese. È intorno a questo soggetto (che trae spunto dal romanzo di Moravia, “Io e lui”) che si sviluppa la commedia “Sogni e Bisogni”, scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme che domani sera, alle 21.00, sarà di scena al TeatroVerdi di Salerno, restandovi sino a domenica 7 dicembre. L’artista partenopeo propone una commedia brillante, in cui umorismo e comicità saranno i mezzi per spingere lo spettatore a un’intensa riflessione sulla vita dell’essere umano. La commedia brillante era già andata in tournée nel 2001, sotto altra forma. Due all'epoca, gli atti. Diversi, in parte, gli attori. Attualizzato, il “Sogni e bisogni” prodotto dalle srl. “Diana Or.i.s.” e “Chi è di scena”, trova nuova energia trascinando i protagonisti giù dal palco, in mezzo alla platea, infrangendo così le barriere teatrali, ammorbidendo o irrobustendo all'occorrenza l'uso del dialetto e rendendo più esplicito l'invito a sognare. Come se, a distanza di anni, ce ne fosse maggiore bisogno. A rivendicare maggiore protagonismo sulla scena e nella vita, è quel “tronchetto della felicità” che, geloso del fegato e stufo di essere considerato un semplice "inquilino del piano di sotto" fino a tentare il suicidio con l'elastico delle mutande, si stacca materialmente dal corpo del cassintegrato Rocco Pellecchia per spronarlo a fare altrettanto. “Mentre cantavano L’ Eternità – lo schernisce – tu hai messo fine alla vita per paura della libertà. Ma la libertà è un'illusione. Il senso di responsabilità, un elastico che tiene legati al buco nero. Siamo stati luce”. E se la modernità impedisce di sognare perché obbliga a realizzare i sogni, i tre desideri espressi da semplici arrivano a miagolare. Aggiungono equivoci alle illusioni e risate alle risate, Nunziatina e Clementina, l'improbabile coppia delle sorelle portinaie, l'ispettore Osvaldo Savarese, la moglie nativa di Pozzuoli di 19 anni e 6 mesi più giovane fino al fratello Gennaro da Mondragone. Gli regalano presenza scenica, con grande professionalità Nicola Acunzo, Domenico Aria, Andrea Di Maria, Antonio Guerriero e Biancamaria Lelli. Firma le scene – inatteso e forse poco valorizzato il retro che nascondono – Alessandro Chiti. I costumi appartengono a Mariano Tufano, le musiche ad Antonio Boccia, il disegno luci è di Umile Vainieri. La diatriba tra il protagonista, Rocco Pellecchia, e il suo “tronchetto della felicità”, non è altro che una metafora sull’importanza dell’inseguire i propri sogni, cercando sempre e comunque di vivere al meglio la propria vita. (O.C.)