EMOZIONI DI VIAGGIO A ROCCAGLORIOSA, ALLA SCOPERTA DI STORIA PRESTIGIOSA E CALDA OSPITALITA’ SULLE ORME DEI PADRI LUCANI

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La meta del mio viaggio di oggi è  Roccagloriosa. Ci sono stato l’ultima volta nella primavera di qualche   anno fa. E me la ricordo così come la descrissi in un articolo, che ripropongo, aggiornato, qui di seguito.

Roccagloriosa sfavilla nel sole in questa primavera avanzata che è già estate. Chiesa e Castello esplodono  a distanza  su quel dirupo a precipizio sul  corso del Mingardo, paradiso per gli appassionati  di trekking. Il massiccio del Bulgheria,tozzo gigante  addormentato sul Golfo di Policastro, promette percorsi di rigenerazione fisica nel verde dei castagneti e con le delizie delle prime fragole in agguato indifeso tra felci giganti e stupore di cento specie di orchidee spontanee lungo il percorso della scalata. E’ bella la campagna di questo periodo. E, se costeggi il fiume e ti spingi sull’ultimo tratto della “Cilentana”, montagne di ginestre ti sorridono festose nello scialo della fioritura a disinvolta esposizione dell’oro effimero, quasi a prepararti al  tripudio di vele sul mare di Policastro e Sapri. E’ uno degli squarci più belli e suggestivi del Parco del Cilento. Ma io devio a destra  verso Roccagloriosa che è la tappa del mio viaggio a fare il pieno di emozioni tra storia  prestigiosa, tradizioni intatte nella loro integrità e calda ospitalità, sulle orme dei Padri Lucani, che qui ebbero governo e territorio. Il borgo antico mi svela con signorile e garbata disinvoltura i suoi secoli di storia sigillati sui portali delle dimore gentilizie, nei cortili raccolti dei palazzi con le scalinate monumentali ariose, ricamate dai riccioli dei maestri scalpellini e arabescate da mosaici naturali multicolori dei gerani in festa di stagione.

Il paese fu punto di approdo e sosta dei monaci italo/greci in fuga dalla persecuzione iconoclasta. Ne è testimonianza la bella chiesa di San Mercurio, risalente al X secolo, dove officiò San Nilo, monaco poeta, noto, tra l’altro, per aver inventato un suo stile calligrafico, il niliano appunto, utilizzato dai monaci amanuensi, specializzati in incunaboli e miniature si cartapecora. Nella chiesa campeggia il crocifisso ligneo del XVI secolo modellato su quello famosissimo di Lucca e che rappresenta il Cristo glorioso (è ad occhi aperti, in vesti regali), signore della storia: nella croce spiccano le lettere greche dell’alfa e dell’omega, inizio e fine del mondo. Ne sono gelose custodi le monache dell’annesso convento, felici nella serenità della clausura. Ce ne sono tante ad animare con le tonache fruscianti celle e chiesa, chiostro e refettorio. Ce ne sono di anziane che portano sulle spalle il  carico degli anni, mitigato dalla dolcezza della vita interiore irrobustita dalla forza della preghiera per un mondo che impazzisce nella futilità. Ce ne sono di giovanissime, ed è più sorprendente, che hanno preferito la meditazione e la preghiera allo stress del mondo alle prese con il successo, la carriera e gli affari. Ce ne sono ancora tante che bussano alle porte del convento e chiedono  asilo e pace, non solo per una fuga dal mondo, ma soprattutto per una scelta di missione d’amore che con il sacrificio e la preghiera vuole dare una mano a quanti vivono nelle tenebre di questo mondo ammalato di potere e piacere.

Acquavena, la frazione, si snoda lungo la strada che la collega a Bosco e di là, attraverso comodi tornanti ariosi e festosi nel verde della primavera, al mare di Scario, delizioso angolo di mondo che ha conquistato un posto di rilevo nelle quotazioni del turismo internazionale pur senza tradire o alterare le sue caratteristiche di tranquillo ed accogliente borgo marinaro. Il centro di Acquavena conserva intatti i lineamenti dei  paesi cilentani dell’interno tra viuzze zigzaganti su cui si affacciano le case linde e dignitose. Straordinarie e belle le scalinate di pietra con le ringhiere in ferro battuto con la discreta grazia dei gerani in fiore a fare da arredo. Bella ed imponente la Chiesa della Potentissima (XVI  secolo) che conserva una antica statua della Madonna. Fu scolpita, secondo la leggenda, su di un tronco d’albero, da cui apparve , luminosa di sorriso e di grazia, ad un pastore veggente. E’ affollata e colorata la festa di settembre in un melange di fede e folclore, in cui rivive e si esalta la grande ritualità tipica del Cilento interno.

A qualche chilometro di distanza, all’ombra amica di un querceto, è stata scoperta una necropoli  lucana, che, a saper leggere su arredi e lastre sepolcrali, narra di principi guerrieri, di nobildonne colte, di giovani stroncate dalla morte prematuramente, come  quella principessa Fistelia (?), che riemerge dall’oblio dei secoli con lo sfarzo dei monili d’oro, inutile e vanitoso viaggio per l’aldilà. La città fu, quindi, “frurion” greco e “castrum” romano e la sua posizione la elesse a naturale punto di approdo e di raccordo  dei  traffici  lungo le vie di comunicazione dal mare verso l’interno per quanti utilizzarono il corso del Mingardo dal mare di Palinuro e Molpa e quello del Bussento da Policastro e Sapri. Pare che nell’antichità si chiamasse Orbitania ed ospitasse addirittura Annibale per una sosta di riposo nelle sue battaglie contro Roma. Ne pagò lo scotto, perché i Romani la rasero al suolo con ferro e fuoco.  E’ bella, ricca e coinvolgente la storia di questo centro  interno della valle del Mingardo, a saper prestare orecchio all’eco che ne racconta gli episodi sulle ali della brezza che scompiglia gli uliveti in un odoroso pomeriggio di primavera. Ma il suo futuro è legato al progetto della Città del Golfo di Policastro, per il quale si batte con determinazione un politico intelligente e lungimirante del territorio, l’on. Giovanni Fortunato, anche perché in questa progettualità  Roccagloriosa potrebbe portare  tutta la prestigiosa storia del suo passato, che scatena forti emozioni, che, a volte, si fanno poesia. Agile avanza a passo di gazzella/a reclamare vita dalla tomba/Fistelia nello sfarzo dei monili/vergine implume che non seppe amore./Ed Orbitania fuma per vendetta/di Roma offesa a complice congiura/col Punico invasore che qui venne/a dilatare ozi di battaglie./Squilla nel bronzo a borchie d’armatura/del Lucano del mare alll’avamposto./Al richiamo di storia la montagna/all’eco di diaspora rimanda/di Bulgari e di monaci eremiti./Sfavilla chiesa e castro a precipizio/sul fiume in piena che raccoglie storie/d’Alfano, di Rofrano e di Montano/ a miscelare i miti della costa/nell’onda della Molpa e Palinuro/A grate di preghiera e penitenza/giovane donna adusa al sacrificio/all’amido del capo sprizza gioia./Ed è conquista la sua clausura./Roccagloriosa brilla nella luce”.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it

La meta del mio viaggio di oggi è  Roccagloriosa. Ci sono stato l’ultima volta nella primavera di qualche   anno fa. E me la ricordo così come la descrissi in un articolo, che ripropongo, aggiornato, qui di seguito.

Roccagloriosa sfavilla nel sole in questa primavera avanzata che è già estate. Chiesa e Castello esplodono  a distanza  su quel dirupo a precipizio sul  corso del Mingardo, paradiso per gli appassionati  di trekking. Il massiccio del Bulgheria,tozzo gigante  addormentato sul Golfo di Policastro, promette percorsi di rigenerazione fisica nel verde dei castagneti e con le delizie delle prime fragole in agguato indifeso tra felci giganti e stupore di cento specie di orchidee spontanee lungo il percorso della scalata. E’ bella la campagna di questo periodo. E, se costeggi il fiume e ti spingi sull’ultimo tratto della “Cilentana”, montagne di ginestre ti sorridono festose nello scialo della fioritura a disinvolta esposizione dell’oro effimero, quasi a prepararti al  tripudio di vele sul mare di Policastro e Sapri. E’ uno degli squarci più belli e suggestivi del Parco del Cilento. Ma io devio a destra  verso Roccagloriosa che è la tappa del mio viaggio a fare il pieno di emozioni tra storia  prestigiosa, tradizioni intatte nella loro integrità e calda ospitalità, sulle orme dei Padri Lucani, che qui ebbero governo e territorio. Il borgo antico mi svela con signorile e garbata disinvoltura i suoi secoli di storia sigillati sui portali delle dimore gentilizie, nei cortili raccolti dei palazzi con le scalinate monumentali ariose, ricamate dai riccioli dei maestri scalpellini e arabescate da mosaici naturali multicolori dei gerani in festa di stagione.

Il paese fu punto di approdo e sosta dei monaci italo/greci in fuga dalla persecuzione iconoclasta. Ne è testimonianza la bella chiesa di San Mercurio, risalente al X secolo, dove officiò San Nilo, monaco poeta, noto, tra l’altro, per aver inventato un suo stile calligrafico, il niliano appunto, utilizzato dai monaci amanuensi, specializzati in incunaboli e miniature si cartapecora. Nella chiesa campeggia il crocifisso ligneo del XVI secolo modellato su quello famosissimo di Lucca e che rappresenta il Cristo glorioso (è ad occhi aperti, in vesti regali), signore della storia: nella croce spiccano le lettere greche dell’alfa e dell’omega, inizio e fine del mondo. Ne sono gelose custodi le monache dell’annesso convento, felici nella serenità della clausura. Ce ne sono tante ad animare con le tonache fruscianti celle e chiesa, chiostro e refettorio. Ce ne sono di anziane che portano sulle spalle il  carico degli anni, mitigato dalla dolcezza della vita interiore irrobustita dalla forza della preghiera per un mondo che impazzisce nella futilità. Ce ne sono di giovanissime, ed è più sorprendente, che hanno preferito la meditazione e la preghiera allo stress del mondo alle prese con il successo, la carriera e gli affari. Ce ne sono ancora tante che bussano alle porte del convento e chiedono  asilo e pace, non solo per una fuga dal mondo, ma soprattutto per una scelta di missione d’amore che con il sacrificio e la preghiera vuole dare una mano a quanti vivono nelle tenebre di questo mondo ammalato di potere e piacere.

Acquavena, la frazione, si snoda lungo la strada che la collega a Bosco e di là, attraverso comodi tornanti ariosi e festosi nel verde della primavera, al mare di Scario, delizioso angolo di mondo che ha conquistato un posto di rilevo nelle quotazioni del turismo internazionale pur senza tradire o alterare le sue caratteristiche di tranquillo ed accogliente borgo marinaro. Il centro di Acquavena conserva intatti i lineamenti dei  paesi cilentani dell’interno tra viuzze zigzaganti su cui si affacciano le case linde e dignitose. Straordinarie e belle le scalinate di pietra con le ringhiere in ferro battuto con la discreta grazia dei gerani in fiore a fare da arredo. Bella ed imponente la Chiesa della Potentissima (XVI  secolo) che conserva una antica statua della Madonna. Fu scolpita, secondo la leggenda, su di un tronco d’albero, da cui apparve , luminosa di sorriso e di grazia, ad un pastore veggente. E’ affollata e colorata la festa di settembre in un melange di fede e folclore, in cui rivive e si esalta la grande ritualità tipica del Cilento interno.

A qualche chilometro di distanza, all’ombra amica di un querceto, è stata scoperta una necropoli  lucana, che, a saper leggere su arredi e lastre sepolcrali, narra di principi guerrieri, di nobildonne colte, di giovani stroncate dalla morte prematuramente, come  quella principessa Fistelia (?), che riemerge dall’oblio dei secoli con lo sfarzo dei monili d’oro, inutile e vanitoso viaggio per l’aldilà. La città fu, quindi, “frurion” greco e “castrum” romano e la sua posizione la elesse a naturale punto di approdo e di raccordo  dei  traffici  lungo le vie di comunicazione dal mare verso l’interno per quanti utilizzarono il corso del Mingardo dal mare di Palinuro e Molpa e quello del Bussento da Policastro e Sapri. Pare che nell’antichità si chiamasse Orbitania ed ospitasse addirittura Annibale per una sosta di riposo nelle sue battaglie contro Roma. Ne pagò lo scotto, perché i Romani la rasero al suolo con ferro e fuoco.  E’ bella, ricca e coinvolgente la storia di questo centro  interno della valle del Mingardo, a saper prestare orecchio all’eco che ne racconta gli episodi sulle ali della brezza che scompiglia gli uliveti in un odoroso pomeriggio di primavera. Ma il suo futuro è legato al progetto della Città del Golfo di Policastro, per il quale si batte con determinazione un politico intelligente e lungimirante del territorio, l’on. Giovanni Fortunato, anche perché in questa progettualità  Roccagloriosa potrebbe portare  tutta la prestigiosa storia del suo passato, che scatena forti emozioni, che, a volte, si fanno poesia. Agile avanza a passo di gazzella/a reclamare vita dalla tomba/Fistelia nello sfarzo dei monili/vergine implume che non seppe amore./Ed Orbitania fuma per vendetta/di Roma offesa a complice congiura/col Punico invasore che qui venne/a dilatare ozi di battaglie./Squilla nel bronzo a borchie d’armatura/del Lucano del mare alll’avamposto./Al richiamo di storia la montagna/all’eco di diaspora rimanda/di Bulgari e di monaci eremiti./Sfavilla chiesa e castro a precipizio/sul fiume in piena che raccoglie storie/d’Alfano, di Rofrano e di Montano/ a miscelare i miti della costa/nell’onda della Molpa e Palinuro/A grate di preghiera e penitenza/giovane donna adusa al sacrificio/all’amido del capo sprizza gioia./Ed è conquista la sua clausura./Roccagloriosa brilla nella luce”.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it