Le Agavi Hotel a Positano piange la scomparsa del caro dottore Aldo Capilongo

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Oggi Le Agavi Hotel a Positano piange la perdita del suo fondatore, il Dottore Aldo Capilongo, un grande uomo. Noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo, di apprezzare le sue qualità e la sua forza, proprio per il rispetto che gli dobbiamo, cercheremo di fare un modello del suo ricordo. Tutti i dipendenti si uniscono al dolore della famiglia.

Positanonews, il quotidiano della Costiera amalfitana e Penisola Sorrentina, fa le sue condoglianze alla famiglia tutta. Pubblichiamo qui sotto un articolo uscito sull’inserto Campania di Napoli di Repubblica firma di Gustavo Affinita

Il Paradiso era in vendita, lui l´ha comprato. Grazie a un patto stretto quarant´anni fa col cielo e col mare. Decenni durante i quali il suo Paradiso resta tra le meraviglie del pianeta. «Tornai a casa e dissi a mia moglie: ho preso dei terreni nella zona di Positano. Trentamila metri quadrati, vedrai la zona è bella, ci costruirò qualcosa». 
La risposta fu un sorriso amorevole nel quale si nascondeva il dubbio che l´avvocato divenuto costruttore stavolta avesse smarrito il suo consueto equilibrio: «La portai qualche giorno dopo a vedere quel terreno appena comprato. Mi disse solo: certo, è bello, ma non ti sembra una follia? Confesso che io dubbi non ne avevo, ma c´era il rischio che potessero nascermi, se m´avesse influenzato lo scetticismo che avvertivo attorno». Aldo Capilongo quel giorno imboccava una curva, e non si vedeva cosa ci fosse oltre. «Sapevo solo – racconta oggi – che potevo, anzi dovevo affrontarla. L´importante era farlo alla velocità giusta».
Napoletano di corso Garibaldi. Studia durante la guerra. Tocca anche a lui la grottesca trafila di scolaro del regime nero. «Ma riuscii a sottrarmi al Guf, il gruppo universitario fascista.. Scelsi la facoltà di Giurisprudenza della Federico II, che allora viveva in pieno la sua fiorentissima mitologia. Stracolma com´era di docenti temuti, autorevolissimi. I celebri principi del foro di quell´epoca». Conosce la sensazione atroce di amici ingoiati dalla guerra. «E se tento di ricordare le ultime volte in cui ho potuto incontrarli, mi pare di vederli col presagio della propria morte negli occhi, come se già sapessero di avviarsi verso un´avventura che non avrebbe avuto un ritorno. Non per loro».
Lui studia, e grazie ai libri rinvia l´appuntamento con la divisa e col fucile. Poi un giorno le bombe smettono di tuonare. Guerra finita. Nel mondo che ha provvisoriamente smesso di sparare, può serenamente venire al mondo il tranquillo avvocato Capilongo. Avvocato nel senso accademico, in realtà uomo che nasconde una vocazione sorprendente. «L´occasione di essere altro me la fornì un mio cugino ingegnere. Lavorava nel campo dell´edilizia, faceva il costruttore. Mi affiancai a lui. Siamo nel dopoguerra, giorni di ricostruzione, di lavoro febbrile. L´Italia veniva su in fretta, ogni giorno prendeva una fisionomia diversa dalla precedente. Imparai tanto di quel che occorreva per entrare in quell´ambiente, per capire cos´è un cantiere, cosa sono gli uomini che ne fanno parte. E soprattutto per apprendere come lo si controlla e lo si dirige. Naturalmente, mi tornarono utili assai spesso i miei studi giuridici. Un uomo di legge, un professionista che si trova a suo agio tra leggi e regolamenti, è un complemento necessario a chi lavora in questo settore. Bene, io questo professionista non dovevo pagarlo. Io avevo me…». 

Tira su palazzi. A Napoli, nel napoletano. Ma sul finire dei Sessanta, la frenesia edilizia del dopoguerra è oramai spenta. Napoli, come altre metropoli, avverte la nausea del cemento. Decide d´aver acquisito una faccia che può considerarsi definitiva, e seppellisce licenze e piano regolatore. «Forse fu soprattutto per questo che cercai proprio in quel periodo territori alternativi. Rischiavamo, magari, ma molti di coloro che vivevano il mio ambiente erano anche di fronte alla necessità di dare nuovi sbocchi al nostro lavoro. Di certo, a tanti investitori devono essere toccati affari meno fortunati, ma non sempre c´era molta scelta». Più tardi, a lui tocca un´opera della quale tuttora parla come d´una creatura di cui va fiero. «L´ospedale di Ariano Irpino. Non fu un lavoro semplice, e forse per questo ne sono ancora più orgoglioso. Probabilmente, quell´edificio resta la mia realizzazione più ambiziosa e riuscita». Ne parla col tono di chi sta esibendo un perdonabile vezzo, mentre ha lo sguardo rivolto al bianco delle onde che incornicia l´isolotto Li Galli. Seduto su una delle terrazze de “le Agavi”, l´albergo nato alla destra della madonnina positanese, su quei trentamila quadrati istintivamente acquistati nel ´66. «Vede tutto quel che c´è oggi? E venuto su pian piano. Ma posso serenamente rivelarle che avevo tutto nella testa nell´istante in cui firmavo il contratto d´acquisto, l´istante in cui questo terreno fu mio».

Oggi Le Agavi Hotel a Positano piange la perdita del suo fondatore, il Dottore Aldo Capilongo, un grande uomo. Noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo, di apprezzare le sue qualità e la sua forza, proprio per il rispetto che gli dobbiamo, cercheremo di fare un modello del suo ricordo. Tutti i dipendenti si uniscono al dolore della famiglia.

Positanonews, il quotidiano della Costiera amalfitana e Penisola Sorrentina, fa le sue condoglianze alla famiglia tutta. Pubblichiamo qui sotto un articolo uscito sull'inserto Campania di Napoli di Repubblica firma di Gustavo Affinita

Il Paradiso era in vendita, lui l´ha comprato. Grazie a un patto stretto quarant´anni fa col cielo e col mare. Decenni durante i quali il suo Paradiso resta tra le meraviglie del pianeta. «Tornai a casa e dissi a mia moglie: ho preso dei terreni nella zona di Positano. Trentamila metri quadrati, vedrai la zona è bella, ci costruirò qualcosa». 
La risposta fu un sorriso amorevole nel quale si nascondeva il dubbio che l´avvocato divenuto costruttore stavolta avesse smarrito il suo consueto equilibrio: «La portai qualche giorno dopo a vedere quel terreno appena comprato. Mi disse solo: certo, è bello, ma non ti sembra una follia? Confesso che io dubbi non ne avevo, ma c´era il rischio che potessero nascermi, se m´avesse influenzato lo scetticismo che avvertivo attorno». Aldo Capilongo quel giorno imboccava una curva, e non si vedeva cosa ci fosse oltre. «Sapevo solo – racconta oggi – che potevo, anzi dovevo affrontarla. L´importante era farlo alla velocità giusta».
Napoletano di corso Garibaldi. Studia durante la guerra. Tocca anche a lui la grottesca trafila di scolaro del regime nero. «Ma riuscii a sottrarmi al Guf, il gruppo universitario fascista.. Scelsi la facoltà di Giurisprudenza della Federico II, che allora viveva in pieno la sua fiorentissima mitologia. Stracolma com´era di docenti temuti, autorevolissimi. I celebri principi del foro di quell´epoca». Conosce la sensazione atroce di amici ingoiati dalla guerra. «E se tento di ricordare le ultime volte in cui ho potuto incontrarli, mi pare di vederli col presagio della propria morte negli occhi, come se già sapessero di avviarsi verso un´avventura che non avrebbe avuto un ritorno. Non per loro».
Lui studia, e grazie ai libri rinvia l´appuntamento con la divisa e col fucile. Poi un giorno le bombe smettono di tuonare. Guerra finita. Nel mondo che ha provvisoriamente smesso di sparare, può serenamente venire al mondo il tranquillo avvocato Capilongo. Avvocato nel senso accademico, in realtà uomo che nasconde una vocazione sorprendente. «L´occasione di essere altro me la fornì un mio cugino ingegnere. Lavorava nel campo dell´edilizia, faceva il costruttore. Mi affiancai a lui. Siamo nel dopoguerra, giorni di ricostruzione, di lavoro febbrile. L´Italia veniva su in fretta, ogni giorno prendeva una fisionomia diversa dalla precedente. Imparai tanto di quel che occorreva per entrare in quell´ambiente, per capire cos´è un cantiere, cosa sono gli uomini che ne fanno parte. E soprattutto per apprendere come lo si controlla e lo si dirige. Naturalmente, mi tornarono utili assai spesso i miei studi giuridici. Un uomo di legge, un professionista che si trova a suo agio tra leggi e regolamenti, è un complemento necessario a chi lavora in questo settore. Bene, io questo professionista non dovevo pagarlo. Io avevo me…». 

Tira su palazzi. A Napoli, nel napoletano. Ma sul finire dei Sessanta, la frenesia edilizia del dopoguerra è oramai spenta. Napoli, come altre metropoli, avverte la nausea del cemento. Decide d´aver acquisito una faccia che può considerarsi definitiva, e seppellisce licenze e piano regolatore. «Forse fu soprattutto per questo che cercai proprio in quel periodo territori alternativi. Rischiavamo, magari, ma molti di coloro che vivevano il mio ambiente erano anche di fronte alla necessità di dare nuovi sbocchi al nostro lavoro. Di certo, a tanti investitori devono essere toccati affari meno fortunati, ma non sempre c´era molta scelta». Più tardi, a lui tocca un´opera della quale tuttora parla come d´una creatura di cui va fiero. «L´ospedale di Ariano Irpino. Non fu un lavoro semplice, e forse per questo ne sono ancora più orgoglioso. Probabilmente, quell´edificio resta la mia realizzazione più ambiziosa e riuscita». Ne parla col tono di chi sta esibendo un perdonabile vezzo, mentre ha lo sguardo rivolto al bianco delle onde che incornicia l´isolotto Li Galli. Seduto su una delle terrazze de "le Agavi", l´albergo nato alla destra della madonnina positanese, su quei trentamila quadrati istintivamente acquistati nel ´66. «Vede tutto quel che c´è oggi? E venuto su pian piano. Ma posso serenamente rivelarle che avevo tutto nella testa nell´istante in cui firmavo il contratto d´acquisto, l´istante in cui questo terreno fu mio».