Lettera 22 ricorda il cilentano Giovanni Cuono

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ADDIO A GIOVANNI CUONO

Un saluto affettuoso al commercialista che ha fatto nascere e crescere Lettera22. Difendendola da un fisco distante e aggressivo. Un amico che ci piace ricordare come una colonna della nostra agenzia

Emanuele Giordana

Lunedi’ 24 Novembre 2014

 Si sono svolti stamane a Roma i funerali di Giovanni Cuono da Montecorice, dov’era nato il 7 maggio del 1949. Era il commercialista di Lettera22, negli anni diventato una delle colonne (nascoste) della nostra agenzia. Che fosse abile a far di conto lo dice una lunga attività professionale, che fosse anche un amico – curioso come noi delle cose del mondo – non era scontato. Abbiamo avuto in tanti anni rapporti tra i più diversi con chi costituisce la macchina giuridico amministrativa di un’agenzia giornalistica. Ma Giovanni Cuono aveva una marcia in più: aveva un animo capace di applicare a una materia forzatamente asciutta e assai poco sexy – come la matematica applicata al fisco – il tratto che ce lo rese prima simpatico, poi ineludibile consigliere, infine amico. Tanto che – lo vogliamo ricordare – in un momento di passata difficoltà, quando il Fisco ci aveva riempito di cartelle di Equitalia, Giovanni ci disse che al nostro rosso in banca avrebbe fatto fronte con un’iniezione di denaro di tasca sua. Non ce ne fu bisogno ma le sue parcelle rimasero a lungo inevase e lui chiudeva un occhio: «lascia fottere», sembrava volesse dire con quell’aria sorniona che accompagnava la laconica comicità delle sue battute «la vita è altro che un paio di cartelle esattoriali». Cartelle che però esigevano una puntuale corsa all’ufficio delle imposte a contrattare dilazioni ed esibire carte.

 La vita di ogni società, grande o piccola, è fatta di questi uomini e donne silenziosi (come non ricordare lo staff, tutto rigorosamente femminile, erede di quel suo piglio e di quel suo cinismo, mitigati da una gentilezza tutta femminea) che sanano bilanci, fan quadrare i conti, consigliano come evitare multe e come “scaricare” le spese che facciamo magari senza sapere che possono, per legge, ridurre il peso del carico fiscale. Senza di loro non ci sarebbero né articoli né reportage. Dietro a ogni parola scritta c’è il tragico contrappeso dello scontrino fiscale.

 I commenti di politica non mancavano. Col cinismo e la battuta secca che piacevano a Giovanni di Montecorice. Era un socialista di vecchia data, disilluso come tutti noi sulle sorti della sinistra italiana ma che restava uomo di valori antichi, di suggestioni cooperative quasi ottocentesche declinate su un modello 740 che sposava solidarietà a competenza, unione di forze (le nostre di soci) alle esigenze di un fisco sempre più agguerrito, sempre più distante, sempre e comunque doloroso. Lo immagino – giovane praticante di bottega – ai tempi della “Vanoni”, quando anche mia madre andava a discutere il reddito con un vestito dimesso. Lui doveva essere un cavaliere battagliero e sagace, mordace e salace al tempo stesso. Percorso dall’umanità e dalla pietas per le vittime della Guardia di finanza. In una parola, faceva quadrare i conti tenendo conto.

 L’amico commercialista aveva moglie e figli: la sua compagna Daniela Pavan impegnata come lui nelle stanze della matematica fiscale (fu con lei che “regolarizzammo” un aiutante filippino che faceva le pulizie e avevamo scoperto senza permesso di soggiorno. Dei figli si parlava tra una cartella e l’altra: spesso di quello che, appassionato di storia, ora fa il ricercatore a Torino. Andarlo a trovare per Giovanni era un modo per fuggire una Roma che ormai detestava e il cui ricordo si annegava nelle pasticcerie piemontesi, nelle cortesie della “città delle caramelle”, nella gioia per le vittorie della squadra del cuore, guarda caso la Juve del Toro a strisce bianche e nere.

 Poi c’era la parte strettamente professionale che diventò anche un prezioso intervento di Giovanni a Radio3. Anche lì secco, asciutto, ironico e senza risparmiar colpi al ministro di turno: l’Italia vista da chi fa quadrare i conti senza presentare il conto. Non avevamo – su un sito di politica internazionale – lo spazio per una rubrica di consulenza fiscale. L’avremmo affidata a lui.

 Poi ecco l’amico per cui nutro soprattutto un rimpianto. Mi aveva invitato alla saga del maiale nel salernitano: un’orgia di salamelle, interiora, sanguinacci; materia viva e solenne, rito laico e baccanale per amici locali ed esteri da celebrarsi a novembre. Era una ripromessa sempre mancata. E ora, in questo dannato novembre, arriva la notizia come un fulmine a ciel sereno. Che Giovanni se n’è andato, senza nemmeno avvisare. Sento ancora la sua voce chiamare dalla stanza : «Sonia! Alessandra! La cartella del dottore…». Comando imperioso poi condito da una parola affettuosa.
 Cristo santo e con chi farai comunella per preparare le salsicce col peperoncino e parlar male di Tremonti che tradì la categoria? Manda una benedizione vecchio mio che qui, tra i dannati del Fisco, ce n’è sempre una. E «lascia fottere che anche la morte è altro che un paio di cartelle esattoriali». Dovevi saperlo in quell’attimo che ti ha portato via.

 

  

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ADDIO A GIOVANNI CUONO

Un saluto affettuoso al commercialista che ha fatto nascere e crescere Lettera22. Difendendola da un fisco distante e aggressivo. Un amico che ci piace ricordare come una colonna della nostra agenzia

Emanuele Giordana

Lunedi' 24 Novembre 2014

 Si sono svolti stamane a Roma i funerali di Giovanni Cuono da Montecorice, dov'era nato il 7 maggio del 1949. Era il commercialista di Lettera22, negli anni diventato una delle colonne (nascoste) della nostra agenzia. Che fosse abile a far di conto lo dice una lunga attività professionale, che fosse anche un amico – curioso come noi delle cose del mondo – non era scontato. Abbiamo avuto in tanti anni rapporti tra i più diversi con chi costituisce la macchina giuridico amministrativa di un'agenzia giornalistica. Ma Giovanni Cuono aveva una marcia in più: aveva un animo capace di applicare a una materia forzatamente asciutta e assai poco sexy – come la matematica applicata al fisco – il tratto che ce lo rese prima simpatico, poi ineludibile consigliere, infine amico. Tanto che – lo vogliamo ricordare – in un momento di passata difficoltà, quando il Fisco ci aveva riempito di cartelle di Equitalia, Giovanni ci disse che al nostro rosso in banca avrebbe fatto fronte con un'iniezione di denaro di tasca sua. Non ce ne fu bisogno ma le sue parcelle rimasero a lungo inevase e lui chiudeva un occhio: «lascia fottere», sembrava volesse dire con quell'aria sorniona che accompagnava la laconica comicità delle sue battute «la vita è altro che un paio di cartelle esattoriali». Cartelle che però esigevano una puntuale corsa all'ufficio delle imposte a contrattare dilazioni ed esibire carte.

 La vita di ogni società, grande o piccola, è fatta di questi uomini e donne silenziosi (come non ricordare lo staff, tutto rigorosamente femminile, erede di quel suo piglio e di quel suo cinismo, mitigati da una gentilezza tutta femminea) che sanano bilanci, fan quadrare i conti, consigliano come evitare multe e come “scaricare” le spese che facciamo magari senza sapere che possono, per legge, ridurre il peso del carico fiscale. Senza di loro non ci sarebbero né articoli né reportage. Dietro a ogni parola scritta c'è il tragico contrappeso dello scontrino fiscale.

 I commenti di politica non mancavano. Col cinismo e la battuta secca che piacevano a Giovanni di Montecorice. Era un socialista di vecchia data, disilluso come tutti noi sulle sorti della sinistra italiana ma che restava uomo di valori antichi, di suggestioni cooperative quasi ottocentesche declinate su un modello 740 che sposava solidarietà a competenza, unione di forze (le nostre di soci) alle esigenze di un fisco sempre più agguerrito, sempre più distante, sempre e comunque doloroso. Lo immagino – giovane praticante di bottega – ai tempi della “Vanoni”, quando anche mia madre andava a discutere il reddito con un vestito dimesso. Lui doveva essere un cavaliere battagliero e sagace, mordace e salace al tempo stesso. Percorso dall'umanità e dalla pietas per le vittime della Guardia di finanza. In una parola, faceva quadrare i conti tenendo conto.

 L'amico commercialista aveva moglie e figli: la sua compagna Daniela Pavan impegnata come lui nelle stanze della matematica fiscale (fu con lei che “regolarizzammo” un aiutante filippino che faceva le pulizie e avevamo scoperto senza permesso di soggiorno. Dei figli si parlava tra una cartella e l'altra: spesso di quello che, appassionato di storia, ora fa il ricercatore a Torino. Andarlo a trovare per Giovanni era un modo per fuggire una Roma che ormai detestava e il cui ricordo si annegava nelle pasticcerie piemontesi, nelle cortesie della “città delle caramelle”, nella gioia per le vittorie della squadra del cuore, guarda caso la Juve del Toro a strisce bianche e nere.

 Poi c'era la parte strettamente professionale che diventò anche un prezioso intervento di Giovanni a Radio3. Anche lì secco, asciutto, ironico e senza risparmiar colpi al ministro di turno: l'Italia vista da chi fa quadrare i conti senza presentare il conto. Non avevamo – su un sito di politica internazionale – lo spazio per una rubrica di consulenza fiscale. L'avremmo affidata a lui.

 Poi ecco l'amico per cui nutro soprattutto un rimpianto. Mi aveva invitato alla saga del maiale nel salernitano: un'orgia di salamelle, interiora, sanguinacci; materia viva e solenne, rito laico e baccanale per amici locali ed esteri da celebrarsi a novembre. Era una ripromessa sempre mancata. E ora, in questo dannato novembre, arriva la notizia come un fulmine a ciel sereno. Che Giovanni se n'è andato, senza nemmeno avvisare. Sento ancora la sua voce chiamare dalla stanza : «Sonia! Alessandra! La cartella del dottore…». Comando imperioso poi condito da una parola affettuosa.
 Cristo santo e con chi farai comunella per preparare le salsicce col peperoncino e parlar male di Tremonti che tradì la categoria? Manda una benedizione vecchio mio che qui, tra i dannati del Fisco, ce n'è sempre una. E «lascia fottere che anche la morte è altro che un paio di cartelle esattoriali». Dovevi saperlo in quell'attimo che ti ha portato via.