Napoli. L’Istituto Galiani distrutto a colpi di mazza, la violenza dietro l’occupazione

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Napoli. C’era uno striscione molto inquietante sul cancello della scuola: «State senza pensieri, del Galiani ci occupiamo noi». Una spiritosa strizzatina d’occhio ai tormentoni della serie tv di «Gomorra»? Forse, magari. Purtroppo no, perché a vedere come la rituale occupazione di stagione ha ridotto l’Istituto tecnico economico di via Don Bosco, sopra piazza Carlo II, verso Capodichino, a poche centinaia di metri in linea d’aria del famigerato Rione Amicizia, si resta sbalorditi. Non è stato un semplice raid, una squallida vandalizzazione, ma un vero e proprio sacco che ha sfasciato la scuola, provocando danni per almeno 200mila euro. Per portare via una trentina di computer nuovi di zecca, collegati al sistema delle Lim (le lavagne interattive multimediali) hanno sfasciato porte, devastato mura e, per inquinare le tracce, hanno divelto gli estintori, spargendo polvere bianca lungo i corridoi di tutti i piani dell’edificio. Nessuna delle aule che conteneva materiale tecnologico di valore, asportabile, è rimasta intatta. La scoperta è avvenuta ieri mattina, ma tutto, secondo la ricostruzione che gli insegnanti e la preside, Armida Filippelli hanno fatto agli inquirenti, è cominciato lunedì, intorno alle 7,30, prima che suonasse la campanella di inizio lezioni. Quando il custode è entrato nel cortile è stato affrontato da un nutrito gruppo di persone. Indossavano le maschere di Anonymus. Qualcuno aveva pure delle mazze. Si sono fatte consegnare le chiavi dell’istituto ed è ufficialmente cominciata l’occupazione. Una modalità anomala che ha subito insospettito la dirigente scolastica. Ha intuito che potevano esserci elementi estranei alla scuola, organizzati, intenzionati ad andare oltre le consuete procedure delle occupazioni scolastiche. Così sono stati chiamati carabinieri e polizia per sollecitare lo sgombero. «So bene che la nostra scuola è un obiettivo sensibile» ha spiegato la Filippelli. «Ci troviamo in una zona periferica, su una strada aperta. Ho richiamato l’attenzione sulla necessità di una vigilanza notturna. Purtroppo ciò che temevo si è trasformato in realtà». Mentre il cortile si riempiva di insegnanti e studenti, è partita la trattativa per una soluzione pacifica. Dall’altra parte c’erano studenti e rappresentanti d’istituto. Si è andati avanti perlomeno fino alle tre del pomeriggio, quando,vista l’impossibilità di un dialogo, insegnanti, preside e polizia hanno lasciato la scuola. Da qui in poi scatta un periodo opaco, fino a ieri mattina, sempre alle 7,30, quando preside e docenti sono tornati a via Don Bosco. Li ha accolti un silenzio irreale. Nell’edifico non c’era più nessuno. Erano andati via, lasciando il disastro. Avevano rotto tutto quello che non avevano potuto saccheggiare: fotocopiatrici a pezzi, porte scardinate, sedie sfasciate. Hanno fracassato il vetro di una delle bacheche che custodiscono i trofei della scuola. Non è stata risparmiata nemmeno la vaschetta dove nuotavano i pesciolini rossi e le bestioline sono state lasciate morire sul pavimento o lanciate dietro un armadio. Un muro aveva i battiscopa staccati. È stata chiamata di nuovo la polizia. E la scientifica si è messa subito a lavoro. Le telecamere della videosorveglianza erano state messe fuori uso, coperte, accecate. Appoggiata a una parete, una lavagna per metà a pezzi, sulla quale però rimaneva ancora leggibile la scritta: «Attenzione ai piani superiori c’è l’antifurto». Segno che nulla era stato lasciato al caso. Il piano era stato definito nei dettagli, da professionisti. «L’occupazione è stata il cavallo di Troia per ladri e camorra o manovalanza della camorra» si è sfogata la preside. Se gli studenti siano stati complici, o forse solo inconsapevoli pali per delinquenti, verrà stabilito dall’indagine condotta dalla questura. Sta di fatto che i lanzichenecchi hanno agito indisturbati per l’intero pomeriggio, la sera e la notte. Hanno forzato la porta blindata della segreteria. Hanno messo sottosopra i cassetti, buttando all’aria faldoni, libri, documenti, penne, evidenziatori, nastro adesivo, forbici. Cercavano le chiavi della cassaforte. Le hanno trovate, depredando finanche i 500 euro che vi erano custoditi. Un arrotondamento, perché il grosso del bottino è costituito proprio dai computer nuovi nuovi che erano arrivati a settembre grazie al progetto «Lim per tutti», finanziato dalla Regione con 150mila euro. Tutto distrutto, tutto inservibile, tutto macerie. Uno spreco criminale. Perché la furia si è accanita su quanto era intrasportabile. Addio scuola modello, anche se per fortuna i laboratori non sono stati toccati, segno che chi ha rubato sapeva dove andare a cercare. Aveva una mappa del tesoro o è stato guidato passo passo. A disposizione avevano un tempo abbondante. Sicuri di non essere disturbati sono andati a prendere persino delle pizze in un locale dell’Arenaccia. Sui banchi al pianterreno, chi per primo è entrato al Galiani s’è imbattuto nei resti del bivacco: scatole d’asporto con i pezzi di cornicione sbocconcellati, maxi-bottiglie di cocacola svuotate e abbandonate, bicchieri di plastica dovunque, buste di patatine. Le porte verdi, in gran parte scardinate, sono ora a rischio. Per poter rimettere in sicurezza tutto, ha commentato un poliziotto della scientifica, ci vorrà almeno un mese. Arrivederci all’Epifania, altro che i pochi giorni di chiusura che auspica la preside. «Ripartiremo subito» ha annunciato la Filippelli forte dell’ottimismo della volontà. «A costo di fare lezione con gli studenti seduti per terra». Ieri, per tutta la mattinata, appena si è sparsa la notizia, fuori ai cancelli si è radunato un gruppo di genitori. Alcuni di loro hanno avuto toni minacciosi con la stampa. I ragazzi invece hanno preferito dire il meno possibile. Molti «non so». Ed effettivamente chi era fuori scuola non sapeva granché ed era chiaramente sconvolto. «Però» – ha spiegato un docente – «tra di loro c’era uno dei rappresentanti di istituto che appena mi ha visto, prima ancora che si capisse che cosa fosse realmente accaduto, ha tenuto a dirmi che lui aveva lasciato la scuola alle 19 di lunedì». Solo una excusatio non petita? «È difficile pensare che gli studenti siano capaci di tanto» ha chiarito Giuseppe Florio che insegna Diritto. «Forse sono stati intimiditi o hanno perso il controllo dell’occupazione». Su un’altra lavagna, intatta, c’è ancora scritto con il gesso il programma della giornata di occupazione. Erano previsti, tra l’altro, un torneo di calcetto, un corso di pallavolo, un dj set e balli caraibici. La solita agenda bordellera delle occupazioni. Al Galiani c’era stato un precedente, comunque. Durante l’occupazione dell’anno passato, alcuni estranei avevano tentato di intrufolarsi nell’edificio. Ma erano stati respinti e uno studente era rimasto ferito. Questa volta non è andata così. L’inflitrazione è stata facilissima. Forse, l’occupazione è stata solo lo schermo per nascondere il clamoroso furto. Il bottino bell’è pronto dall’inizio dei corsi, un anno fa non c’era ancora. Ed ora era troppo invitante per far desistere chi probabilmente aveva una talpa interna. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)

Napoli. C’era uno striscione molto inquietante sul cancello della scuola: «State senza pensieri, del Galiani ci occupiamo noi». Una spiritosa strizzatina d’occhio ai tormentoni della serie tv di «Gomorra»? Forse, magari. Purtroppo no, perché a vedere come la rituale occupazione di stagione ha ridotto l’Istituto tecnico economico di via Don Bosco, sopra piazza Carlo II, verso Capodichino, a poche centinaia di metri in linea d’aria del famigerato Rione Amicizia, si resta sbalorditi. Non è stato un semplice raid, una squallida vandalizzazione, ma un vero e proprio sacco che ha sfasciato la scuola, provocando danni per almeno 200mila euro. Per portare via una trentina di computer nuovi di zecca, collegati al sistema delle Lim (le lavagne interattive multimediali) hanno sfasciato porte, devastato mura e, per inquinare le tracce, hanno divelto gli estintori, spargendo polvere bianca lungo i corridoi di tutti i piani dell’edificio. Nessuna delle aule che conteneva materiale tecnologico di valore, asportabile, è rimasta intatta. La scoperta è avvenuta ieri mattina, ma tutto, secondo la ricostruzione che gli insegnanti e la preside, Armida Filippelli hanno fatto agli inquirenti, è cominciato lunedì, intorno alle 7,30, prima che suonasse la campanella di inizio lezioni. Quando il custode è entrato nel cortile è stato affrontato da un nutrito gruppo di persone. Indossavano le maschere di Anonymus. Qualcuno aveva pure delle mazze. Si sono fatte consegnare le chiavi dell’istituto ed è ufficialmente cominciata l’occupazione. Una modalità anomala che ha subito insospettito la dirigente scolastica. Ha intuito che potevano esserci elementi estranei alla scuola, organizzati, intenzionati ad andare oltre le consuete procedure delle occupazioni scolastiche. Così sono stati chiamati carabinieri e polizia per sollecitare lo sgombero. «So bene che la nostra scuola è un obiettivo sensibile» ha spiegato la Filippelli. «Ci troviamo in una zona periferica, su una strada aperta. Ho richiamato l’attenzione sulla necessità di una vigilanza notturna. Purtroppo ciò che temevo si è trasformato in realtà». Mentre il cortile si riempiva di insegnanti e studenti, è partita la trattativa per una soluzione pacifica. Dall’altra parte c’erano studenti e rappresentanti d’istituto. Si è andati avanti perlomeno fino alle tre del pomeriggio, quando,vista l’impossibilità di un dialogo, insegnanti, preside e polizia hanno lasciato la scuola. Da qui in poi scatta un periodo opaco, fino a ieri mattina, sempre alle 7,30, quando preside e docenti sono tornati a via Don Bosco. Li ha accolti un silenzio irreale. Nell’edifico non c’era più nessuno. Erano andati via, lasciando il disastro. Avevano rotto tutto quello che non avevano potuto saccheggiare: fotocopiatrici a pezzi, porte scardinate, sedie sfasciate. Hanno fracassato il vetro di una delle bacheche che custodiscono i trofei della scuola. Non è stata risparmiata nemmeno la vaschetta dove nuotavano i pesciolini rossi e le bestioline sono state lasciate morire sul pavimento o lanciate dietro un armadio. Un muro aveva i battiscopa staccati. È stata chiamata di nuovo la polizia. E la scientifica si è messa subito a lavoro. Le telecamere della videosorveglianza erano state messe fuori uso, coperte, accecate. Appoggiata a una parete, una lavagna per metà a pezzi, sulla quale però rimaneva ancora leggibile la scritta: «Attenzione ai piani superiori c’è l’antifurto». Segno che nulla era stato lasciato al caso. Il piano era stato definito nei dettagli, da professionisti. «L’occupazione è stata il cavallo di Troia per ladri e camorra o manovalanza della camorra» si è sfogata la preside. Se gli studenti siano stati complici, o forse solo inconsapevoli pali per delinquenti, verrà stabilito dall’indagine condotta dalla questura. Sta di fatto che i lanzichenecchi hanno agito indisturbati per l’intero pomeriggio, la sera e la notte. Hanno forzato la porta blindata della segreteria. Hanno messo sottosopra i cassetti, buttando all’aria faldoni, libri, documenti, penne, evidenziatori, nastro adesivo, forbici. Cercavano le chiavi della cassaforte. Le hanno trovate, depredando finanche i 500 euro che vi erano custoditi. Un arrotondamento, perché il grosso del bottino è costituito proprio dai computer nuovi nuovi che erano arrivati a settembre grazie al progetto «Lim per tutti», finanziato dalla Regione con 150mila euro. Tutto distrutto, tutto inservibile, tutto macerie. Uno spreco criminale. Perché la furia si è accanita su quanto era intrasportabile. Addio scuola modello, anche se per fortuna i laboratori non sono stati toccati, segno che chi ha rubato sapeva dove andare a cercare. Aveva una mappa del tesoro o è stato guidato passo passo. A disposizione avevano un tempo abbondante. Sicuri di non essere disturbati sono andati a prendere persino delle pizze in un locale dell’Arenaccia. Sui banchi al pianterreno, chi per primo è entrato al Galiani s’è imbattuto nei resti del bivacco: scatole d’asporto con i pezzi di cornicione sbocconcellati, maxi-bottiglie di cocacola svuotate e abbandonate, bicchieri di plastica dovunque, buste di patatine. Le porte verdi, in gran parte scardinate, sono ora a rischio. Per poter rimettere in sicurezza tutto, ha commentato un poliziotto della scientifica, ci vorrà almeno un mese. Arrivederci all’Epifania, altro che i pochi giorni di chiusura che auspica la preside. «Ripartiremo subito» ha annunciato la Filippelli forte dell’ottimismo della volontà. «A costo di fare lezione con gli studenti seduti per terra». Ieri, per tutta la mattinata, appena si è sparsa la notizia, fuori ai cancelli si è radunato un gruppo di genitori. Alcuni di loro hanno avuto toni minacciosi con la stampa. I ragazzi invece hanno preferito dire il meno possibile. Molti «non so». Ed effettivamente chi era fuori scuola non sapeva granché ed era chiaramente sconvolto. «Però» – ha spiegato un docente – «tra di loro c’era uno dei rappresentanti di istituto che appena mi ha visto, prima ancora che si capisse che cosa fosse realmente accaduto, ha tenuto a dirmi che lui aveva lasciato la scuola alle 19 di lunedì». Solo una excusatio non petita? «È difficile pensare che gli studenti siano capaci di tanto» ha chiarito Giuseppe Florio che insegna Diritto. «Forse sono stati intimiditi o hanno perso il controllo dell’occupazione». Su un’altra lavagna, intatta, c’è ancora scritto con il gesso il programma della giornata di occupazione. Erano previsti, tra l’altro, un torneo di calcetto, un corso di pallavolo, un dj set e balli caraibici. La solita agenda bordellera delle occupazioni. Al Galiani c’era stato un precedente, comunque. Durante l’occupazione dell’anno passato, alcuni estranei avevano tentato di intrufolarsi nell’edificio. Ma erano stati respinti e uno studente era rimasto ferito. Questa volta non è andata così. L’inflitrazione è stata facilissima. Forse, l’occupazione è stata solo lo schermo per nascondere il clamoroso furto. Il bottino bell’è pronto dall’inizio dei corsi, un anno fa non c’era ancora. Ed ora era troppo invitante per far desistere chi probabilmente aveva una talpa interna. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)