Napoli. Casapound organizza le prime ronde anti-immigrati. Tra Porta Capuana e Porta Nolana nasce un comitato

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Napoli. Porta Nolana non è ancora Tor Sapienza, ma ci siamo quasi. La guerra ai rom e agli immigrati sta dando i primi segnali preoccupanti. Le periferie a Napoli, si sa, sono in centro, con la zona della Ferrovia a fare da epicentro e via Carriera Grande, piazza Principe Umberto, corso Garibaldi e Porta Nolana a fare da faglie sismiche. Qui si raduna l’Onu dell’immigrazione e della disperazione. E qui, davanti al bar delle Torri a Porta Capuana, c’è stato, ieri in tarda serata, il primo incontro dell’omonimo e costituendo Comitato Porta Capuana. La scintilla è stata quella delle mazzate di domenica a via Cesare Carmignano, dalle parti di via Nolana (’Ncopp’e Mura, napoletanamente), dove si tiene il mercato della monnezza, gestito da arabi e africani. Un suq con un centinaio di ambulanti che spandono per terra la loro merce comprata dai rom che a loro volta la vendono (dalle 3 di notte all’alba, poco lontano, all’imbocco del Rettifilo). Trovate scarpe, giacche, telefonini, persino un ferro da stiro e uno schermo di computer. È qui che è nata la lite, all’inizio banalissima, con una donna e si è passati alle bottigliate e alle secchiate d’acqua. È stata la molla dell’esasperazione a spingere i residenti a organizzarsi. Ieri sera c’erano una trentina di persone. Molte le donne. Si sono incontrate con i militanti di Casapound che hanno subito messo le mani avanti: «Siamo qui per capire che cosa gli abitanti di queste zone vogliono fare e farlo insieme a loro» spiega Gabriele Esposito, giacca mimetica, cappellino nero, distintivi vari, tra i quali quello della greca Alba Dorata. Per i militanti di destra queste tensioni sono come l’odore del napalm al mattino per il colonnello Kilgore di «Apocalypse Now». «Ma non vogliamo mettere il cappello alla protesta» aggiunge Esposito. «Vogliamo solo che la gente si riprenda il proprio quartiere». Dopo la riunione era annunciata una ronda per i vicoli dove normalmente si trovano i venditori. Data l’ora non ne hanno incontrati. Nel caso li avessero intercettati? «Li avremmo invitati ad andare via» specifica Esposito. E se non avessero voluto? «Avremmo chiamato le forze dell’ordine». Visti i precedenti, qualche forte dubbio viene. «Dobbiamo difendere la nostra gente. E se fare questo significa essere chiamati razzisti o fascisti allora siamo razzisti e fascisti» dichiara senza esitazione il giovanotto di Casapound. La rabbia è, comunque, trasversale. Al raduno partecipano diversi commercianti, oltre alla madre e al marito di Immacolata, la donna insultata domenica. Ma arriva pure Mexico, fotografo e grafico che ha ispirato il Caracas di «Napoli Ferrovia» di Ermanno Rea. Nove anni fa si è convertito fa all’Islam e ora si chiama Abdullah Ferdinando Ottaviano Quintavalle. Non lo spinge la curiosità. «Sono qui da cittadino che non ce la fa più» sbotta. «Frequento queste strade da sempre e siamo oltre ogni limite. Tollerano l’illegalità degli stranieri e rompono le scatole agli italiani. Ci sono vie intere tappezzate di senegalesi che vendono merce contraffatta e nessuno dice nulla». Ma chi commercia questa roba è spesso musulmano. «Chi vende la monnezza e beve la birra» replica irritato Mexico «non è musulmano. È un illegale e lo sarebbe anche nel Paese suo. L’Islam è altro». Chiunque interpelli, ottieni risposte in fotocopia. Le stesse identiche parole. Antonio Imperato ha un negozio di fiori, a due passi dalla porta aragonese: «Sono circondato dalla monnezza, dovrei dire dalla merda. Ci sono immigrati che, in pieno giorno, vengono a urinare e defecare accanto alla fontana di Castelcapuano. Li ho persino fotografati. Loro se ne fottono e nessuno fa niente». La voglia di sbrigarsela da soli è contagiosa. Trabocca. Per loro la tolleranza è permissivismo suicida. A Porta Nolana hanno dovuto mettere delle reti di ferro attorno alle grandi panchine circolari. «Ci dormivano sopra, le sporcavano, le vandalizzavano» racconta Francesca Solombrino della pizzeria Maraucci che dà proprio sulla piazza. «Se non c’è ancora venuta una malattia è solo perché il Padreterno ci protegge». E pure lei tira fuori da un cassetto un mazzo di foto in cui si vede di tutto. «Chi ha una figlia non la fa uscire neanche di giorno, figuriamoci la sera. Siamo prigionieri a casa nostra». Più in là, a via Marco Di Lorenzo, continua il mercato. Fouad, marocchino, una felpa nera con lo stemma del Napoli, in Italia da dieci anni, una moglie napoletana incinta e una bambina piccola, si propone come portavoce: «Non facciamo niente di male. Vendiamo merce che comprano anche gli italiani. Ora, però, dopo la rissa, abbiamo paura. Siamo qua da anni e non è mai successo nulla». Lo smentiscono gli altri bancarellari, napoletani, di via Nolana. «Le tensioni sono continue» obietta Antonio che sta mettendo jeans e pantaloni dentro gli scatoloni. «Anche io sono abusivo, ma mi comporto bene. Non sporco la mia città, non la trasformo in un cesso a cielo aperto come fanno loro che si ubriacano, litigano, cacciano i coltelli e poi, pieni di sangue si rifugiano nei nostri negozi, spaventando tutti». Più che una guerra tra poveri è una guerra tra abusivi. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)

Napoli. Porta Nolana non è ancora Tor Sapienza, ma ci siamo quasi. La guerra ai rom e agli immigrati sta dando i primi segnali preoccupanti. Le periferie a Napoli, si sa, sono in centro, con la zona della Ferrovia a fare da epicentro e via Carriera Grande, piazza Principe Umberto, corso Garibaldi e Porta Nolana a fare da faglie sismiche. Qui si raduna l’Onu dell’immigrazione e della disperazione. E qui, davanti al bar delle Torri a Porta Capuana, c’è stato, ieri in tarda serata, il primo incontro dell’omonimo e costituendo Comitato Porta Capuana. La scintilla è stata quella delle mazzate di domenica a via Cesare Carmignano, dalle parti di via Nolana (’Ncopp’e Mura, napoletanamente), dove si tiene il mercato della monnezza, gestito da arabi e africani. Un suq con un centinaio di ambulanti che spandono per terra la loro merce comprata dai rom che a loro volta la vendono (dalle 3 di notte all’alba, poco lontano, all’imbocco del Rettifilo). Trovate scarpe, giacche, telefonini, persino un ferro da stiro e uno schermo di computer. È qui che è nata la lite, all’inizio banalissima, con una donna e si è passati alle bottigliate e alle secchiate d’acqua. È stata la molla dell’esasperazione a spingere i residenti a organizzarsi. Ieri sera c’erano una trentina di persone. Molte le donne. Si sono incontrate con i militanti di Casapound che hanno subito messo le mani avanti: «Siamo qui per capire che cosa gli abitanti di queste zone vogliono fare e farlo insieme a loro» spiega Gabriele Esposito, giacca mimetica, cappellino nero, distintivi vari, tra i quali quello della greca Alba Dorata. Per i militanti di destra queste tensioni sono come l’odore del napalm al mattino per il colonnello Kilgore di «Apocalypse Now». «Ma non vogliamo mettere il cappello alla protesta» aggiunge Esposito. «Vogliamo solo che la gente si riprenda il proprio quartiere». Dopo la riunione era annunciata una ronda per i vicoli dove normalmente si trovano i venditori. Data l’ora non ne hanno incontrati. Nel caso li avessero intercettati? «Li avremmo invitati ad andare via» specifica Esposito. E se non avessero voluto? «Avremmo chiamato le forze dell’ordine». Visti i precedenti, qualche forte dubbio viene. «Dobbiamo difendere la nostra gente. E se fare questo significa essere chiamati razzisti o fascisti allora siamo razzisti e fascisti» dichiara senza esitazione il giovanotto di Casapound. La rabbia è, comunque, trasversale. Al raduno partecipano diversi commercianti, oltre alla madre e al marito di Immacolata, la donna insultata domenica. Ma arriva pure Mexico, fotografo e grafico che ha ispirato il Caracas di «Napoli Ferrovia» di Ermanno Rea. Nove anni fa si è convertito fa all’Islam e ora si chiama Abdullah Ferdinando Ottaviano Quintavalle. Non lo spinge la curiosità. «Sono qui da cittadino che non ce la fa più» sbotta. «Frequento queste strade da sempre e siamo oltre ogni limite. Tollerano l’illegalità degli stranieri e rompono le scatole agli italiani. Ci sono vie intere tappezzate di senegalesi che vendono merce contraffatta e nessuno dice nulla». Ma chi commercia questa roba è spesso musulmano. «Chi vende la monnezza e beve la birra» replica irritato Mexico «non è musulmano. È un illegale e lo sarebbe anche nel Paese suo. L’Islam è altro». Chiunque interpelli, ottieni risposte in fotocopia. Le stesse identiche parole. Antonio Imperato ha un negozio di fiori, a due passi dalla porta aragonese: «Sono circondato dalla monnezza, dovrei dire dalla merda. Ci sono immigrati che, in pieno giorno, vengono a urinare e defecare accanto alla fontana di Castelcapuano. Li ho persino fotografati. Loro se ne fottono e nessuno fa niente». La voglia di sbrigarsela da soli è contagiosa. Trabocca. Per loro la tolleranza è permissivismo suicida. A Porta Nolana hanno dovuto mettere delle reti di ferro attorno alle grandi panchine circolari. «Ci dormivano sopra, le sporcavano, le vandalizzavano» racconta Francesca Solombrino della pizzeria Maraucci che dà proprio sulla piazza. «Se non c’è ancora venuta una malattia è solo perché il Padreterno ci protegge». E pure lei tira fuori da un cassetto un mazzo di foto in cui si vede di tutto. «Chi ha una figlia non la fa uscire neanche di giorno, figuriamoci la sera. Siamo prigionieri a casa nostra». Più in là, a via Marco Di Lorenzo, continua il mercato. Fouad, marocchino, una felpa nera con lo stemma del Napoli, in Italia da dieci anni, una moglie napoletana incinta e una bambina piccola, si propone come portavoce: «Non facciamo niente di male. Vendiamo merce che comprano anche gli italiani. Ora, però, dopo la rissa, abbiamo paura. Siamo qua da anni e non è mai successo nulla». Lo smentiscono gli altri bancarellari, napoletani, di via Nolana. «Le tensioni sono continue» obietta Antonio che sta mettendo jeans e pantaloni dentro gli scatoloni. «Anche io sono abusivo, ma mi comporto bene. Non sporco la mia città, non la trasformo in un cesso a cielo aperto come fanno loro che si ubriacano, litigano, cacciano i coltelli e poi, pieni di sangue si rifugiano nei nostri negozi, spaventando tutti». Più che una guerra tra poveri è una guerra tra abusivi. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)