La Vedova “Cedolins” Allegra “impalma” il pubblico Salernitano

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Gennaro Cannavacciuolo nei panni di un Njegus napoletano gran mattatore alla “prima”. Meccanismi perfetti per un cast navigato nei ruoli come l’applauditissima Fiorenza Cedolins. Nulla la regia di Vittorio Sgarbi che ha scelto da par suo solo i fondali. Applausi entusiasti per Giuseppe Picone

Di OLGA CHIEFFI

L’attesa per la Vedova Allegra ha premiato in pieno il pubblico salernitano, grazie unicamente al cast di voci e attori messo su da Daniel Oren, un vero e proprio cultore di quest’opera, tanto da reinserirne il numero “Stanotte faccio il parigini” piatto forte del Njegus, sfarzo negli abiti, gusto nella recitazione voci soddisfacenti, un balletto vispo e bello, un comico d’eccezione e, su tutti, il nulla di una regia affidata a Vittorio Sgarbi, che in teatro si è visto ben poco. La Vedova Allegra, ha letteralmente infiammato il teatro grazie ad una macchina perfetta messa su dalla grandissima esperienza degli interpreti e dal ballerino e coreografo Giuseppe Picone che si è dovuto arrangiare e bene in spazi ridottissimi, quali sono quelli del nostro Verdi, inventando addirittura il valzer della “mattonella” “per il primo numero coreutico che è “Venite orsù sirene della danza”. Dinanzi ad un teatro stipato in ogni ordine di posto si è levato il sipario sugli stucchi e gli ori del salotto dell’ambasciatore del Pontevedro, a Parigi, ma con in fondale le terme Berzieri di Salsomaggiore che, sembravano la giusta continuazione dell’interno del nostro massimo: l’epoca è la stessa, una Parigi fin de siecle, con uno spruzzo di Napoli,  (e Vittorio Sgarbi avrebbe potuto anche guardarsi intorno nella capitale partenopea, a cominciare dalla galleria, o anche proprio qui a Salerno, per scegliere i fondali, suo unico impegno registico!) donato da un eccezionale Gennaro Cannavacciuolo, nei panni del cancelliere d’Ambasciata Njegus, che chiude l’equivoco del ventaglio, schizzando “un napoletano a Parigi”, dall’elegante inventiva comica, che ha ripulito elegantemente quel periodo buio, del genere, affidato alle compagnie di “giro”, durante il quale si diceva che i testi originali non tenevano più e che bisognava cambiarli, fin dove possibile. Bis per lui nel pezzo forte “Stanotte faccio il parigin” bella voce, grande tappers, un uomo di teatro completo il nostro Gennaro, in stile avanspettacolo con con ben dodici boys in frac. Forse sta proprio qui il gran mistero della partitura italiana che non esiste, a detta di Carmine Pinto, il quale dirigerà l’ultima replica di domani sera. Il maestro Ottavio Marino vi lavora dal 2003, ma ogni testo e partitura hanno bisogno di una bella ripulita, dalle incrostazioni acquisite in coltre un secolo di repliche, un po’ come il Barbiere di Siviglia e la celebre revisione firmata da Alberto Zedda. In questa tanz-operetta, il balletto è riuscito ad esprimersi in tutto il suo fulgore, nell’apertura del secondo atto, in occasione della festa patriottica nel giardino di Anna Glawari, intrisa di sonorità tzigane e nel Can Can, e caratterizza il finale del terzo atto, senza disdegnare il modernissimo cakewalk dell’inizio dell’ultimo atto, con gran mattatore naturalmente l’acrobatico Giuseppe Picone. Apprezzabili le voci a cui sono stati affidati i ruoli principali, tra cui la eccezionale Fiorenza Cedolins, una delle più intense Anna Glawari, graziosa,  straripante ricchezza di personalità, riserbo, compostezza e grande tecnica, in possesso di quello scanzonato appeal che si deve comunque accompagnare al personaggio. Ha esaltato l’aria di “Vilia, o Vilia, ninfa del bosco”, e insieme ad una pari ammirevole voce, quella del Conte Danilo Danilowitsch, un Alessandro Safina di grande disinvoltura, forte di un fraseggio elegante e di un’emissione fluida che non ha avuto alcuna difficoltà nel cesellare i preziosismi del duetto Tace il labbro, mentre incolore la prova di Marco Frusoni, il quale ha vestito i panni dei Camillo De Rosillon, una voce in difficoltà sul registro acuto e verde nella scelta dei fiati, così come quella di Valeria Esposito Valencienne, in particolare nel III atto, in cui ha guidato le poco burrose grisettes. Quasi senza pecche, questa volta l’orchestra diretta da Daniel Oren, un vero istrione di queste pagine, il quale ha diretto, in primo luogo divertensosi, anche un aritmico pubblico, unitamente ai cantanti nei pezzi d’assieme, pur considerando l’enorme difficoltà nel tenere a bada solisti, coro e ballerini. Studiosa scioltezza anche per il coro, diretto Francesco Aliberti, e passerella finale per tutti sulle note di “E’ scabroso lo donne studiar”, con il direttore in scena, insieme a Vittorio Sgarbi e l’orchestra in buca a sostenere il tourbillon finale, idoli di un uditorio, che ama da sempre perdersi in queste evasioni del bel mondo, di questa nobiltà estenuata e debilitata e della sua idolatria del denaro, danzante su di un pavimento marcio, come quello salernitano, che di lì a poco sarebbe irrimediabilmente crollato.

Gennaro Cannavacciuolo nei panni di un Njegus napoletano gran mattatore alla “prima”. Meccanismi perfetti per un cast navigato nei ruoli come l’applauditissima Fiorenza Cedolins. Nulla la regia di Vittorio Sgarbi che ha scelto da par suo solo i fondali. Applausi entusiasti per Giuseppe Picone

Di OLGA CHIEFFI

L’attesa per la Vedova Allegra ha premiato in pieno il pubblico salernitano, grazie unicamente al cast di voci e attori messo su da Daniel Oren, un vero e proprio cultore di quest’opera, tanto da reinserirne il numero “Stanotte faccio il parigini” piatto forte del Njegus, sfarzo negli abiti, gusto nella recitazione voci soddisfacenti, un balletto vispo e bello, un comico d’eccezione e, su tutti, il nulla di una regia affidata a Vittorio Sgarbi, che in teatro si è visto ben poco. La Vedova Allegra, ha letteralmente infiammato il teatro grazie ad una macchina perfetta messa su dalla grandissima esperienza degli interpreti e dal ballerino e coreografo Giuseppe Picone che si è dovuto arrangiare e bene in spazi ridottissimi, quali sono quelli del nostro Verdi, inventando addirittura il valzer della “mattonella” “per il primo numero coreutico che è “Venite orsù sirene della danza”. Dinanzi ad un teatro stipato in ogni ordine di posto si è levato il sipario sugli stucchi e gli ori del salotto dell’ambasciatore del Pontevedro, a Parigi, ma con in fondale le terme Berzieri di Salsomaggiore che, sembravano la giusta continuazione dell’interno del nostro massimo: l’epoca è la stessa, una Parigi fin de siecle, con uno spruzzo di Napoli,  (e Vittorio Sgarbi avrebbe potuto anche guardarsi intorno nella capitale partenopea, a cominciare dalla galleria, o anche proprio qui a Salerno, per scegliere i fondali, suo unico impegno registico!) donato da un eccezionale Gennaro Cannavacciuolo, nei panni del cancelliere d’Ambasciata Njegus, che chiude l’equivoco del ventaglio, schizzando “un napoletano a Parigi”, dall’elegante inventiva comica, che ha ripulito elegantemente quel periodo buio, del genere, affidato alle compagnie di “giro”, durante il quale si diceva che i testi originali non tenevano più e che bisognava cambiarli, fin dove possibile. Bis per lui nel pezzo forte “Stanotte faccio il parigin” bella voce, grande tappers, un uomo di teatro completo il nostro Gennaro, in stile avanspettacolo con con ben dodici boys in frac. Forse sta proprio qui il gran mistero della partitura italiana che non esiste, a detta di Carmine Pinto, il quale dirigerà l’ultima replica di domani sera. Il maestro Ottavio Marino vi lavora dal 2003, ma ogni testo e partitura hanno bisogno di una bella ripulita, dalle incrostazioni acquisite in coltre un secolo di repliche, un po’ come il Barbiere di Siviglia e la celebre revisione firmata da Alberto Zedda. In questa tanz-operetta, il balletto è riuscito ad esprimersi in tutto il suo fulgore, nell’apertura del secondo atto, in occasione della festa patriottica nel giardino di Anna Glawari, intrisa di sonorità tzigane e nel Can Can, e caratterizza il finale del terzo atto, senza disdegnare il modernissimo cakewalk dell’inizio dell’ultimo atto, con gran mattatore naturalmente l’acrobatico Giuseppe Picone. Apprezzabili le voci a cui sono stati affidati i ruoli principali, tra cui la eccezionale Fiorenza Cedolins, una delle più intense Anna Glawari, graziosa,  straripante ricchezza di personalità, riserbo, compostezza e grande tecnica, in possesso di quello scanzonato appeal che si deve comunque accompagnare al personaggio. Ha esaltato l’aria di “Vilia, o Vilia, ninfa del bosco”, e insieme ad una pari ammirevole voce, quella del Conte Danilo Danilowitsch, un Alessandro Safina di grande disinvoltura, forte di un fraseggio elegante e di un'emissione fluida che non ha avuto alcuna difficoltà nel cesellare i preziosismi del duetto Tace il labbro, mentre incolore la prova di Marco Frusoni, il quale ha vestito i panni dei Camillo De Rosillon, una voce in difficoltà sul registro acuto e verde nella scelta dei fiati, così come quella di Valeria Esposito Valencienne, in particolare nel III atto, in cui ha guidato le poco burrose grisettes. Quasi senza pecche, questa volta l’orchestra diretta da Daniel Oren, un vero istrione di queste pagine, il quale ha diretto, in primo luogo divertensosi, anche un aritmico pubblico, unitamente ai cantanti nei pezzi d’assieme, pur considerando l’enorme difficoltà nel tenere a bada solisti, coro e ballerini. Studiosa scioltezza anche per il coro, diretto Francesco Aliberti, e passerella finale per tutti sulle note di “E’ scabroso lo donne studiar”, con il direttore in scena, insieme a Vittorio Sgarbi e l’orchestra in buca a sostenere il tourbillon finale, idoli di un uditorio, che ama da sempre perdersi in queste evasioni del bel mondo, di questa nobiltà estenuata e debilitata e della sua idolatria del denaro, danzante su di un pavimento marcio, come quello salernitano, che di lì a poco sarebbe irrimediabilmente crollato.