Salerno Imposimato parla all’Università di Fisciano della Repubblica delle stragi impunite

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di Davide Marciano

Standing ovation per Ferdinando Imposimato, accolto nell’aula Verde della Facoltà di Giurisprudenza in un convegno organizzato dall’associazione Agorà. C’è il pubblico delle grandi occasioni per “L’ultimo dei Magistrati”, invitato in qualità di ospite d’eccezione per ricostruire le principali vicende del secolo scorso: dagli anni di piombo fino ai fatti di Capaci e via D’Amelio, un focus sullaRepubblica delle stragi impunite.

Una lunga intervista fotografica condotta dal professor Virgilio D’Antonio, docente di Diritto dell’informazione, preceduta dai saluti del Rettore Aurelio Tommasetti, del Direttore di Dipartimento Enzo Maria Marenghi, e dall’introduzione del professor Pasquale Stanzione, docente di Istituzioni di Diritto Privato.

Scatti che hanno segnato indelebilmente la storia d’Italia: su ognuno di essi il racconto di Imposimato, eroe civile della lotta alle mafie e al terrorismo. Nella sua più recente attività editoriale l’ex magistrato ha ricostruito meticolosamente le situazioni più oscure, tracciando trame a molti sconosciute:«Non bisogna mai credere a quello che scrivono i giornali, anche se autorevoli – afferma rivolgendosi alla platea – La strage di Piazza Fontana fu attribuita agli anarchici, e io ci credetti a causa del Corriere della Sera, diretto all’epoca da Giovanni Spadolini. Anche L’Unità – rincara la dose -raccontava sciocchezze ed io mi accorsi di tutto dopo trent’anni».

La visione del Presidente onorario della Corte di Cassazione sulla vicenda, che ha vissuto in prima persona essendosi trovato a pochi metri dall’esplosione, è nitida: «La strage fu realizzata da Ordine Nuovo con la partecipazione degli Stati Uniti, me l’ha detto il generale Maletti». Ma perché in Italia venivano messi in atto attentati terroristici di portata così ampia? «La strage di Milano era contro Rumor che voleva fare un governo con i Socialisti, non a caso nel maggio del 1974 ha subito un attentato. Le stragi sono state strumento di lotta politica, Andreotti è uno degli artefici».

Un filo sottile unisce la strategia del terrore alla politica: lo scopo, ricordato più volte, era quello di seminare il panico per mantenere lo status quo. «Andreotti pagava Gelli per la strategia del terrore – sostiene Imposimato – Gelli, Andreotti e Kissinger erano i tre protagonisti della tensione».

E’ un fiume in piena l’ex magistrato nel narrare le dinamiche della loggia massonica P2 con cui si collaborava anche senza essere formalmente iscritti: «Piccoli era un piduista, pur non essendo iscritto: era come Andreotti e Cossiga». Il loro obiettivo, spiega Imposimato, era quello di impedire che ci potessero essere alleanze della Democrazia Cristiana con la Sinistra, in particolare con il PCI. L’accordo con i Comunisti non era voluta né da New York, né da Mosca. Non a caso, continua, «Berlinguer aveva subito un attentato nel 1973 in Bulgaria».

Inevitabile, poi, il passaggio su un altro momento cruciale: il tragico rapimento e il successivo assassinio di Aldo Moro nel 1978. Anche qui Imposimato è schietto nella sua analisi: «Non fu opera dei soli brigatisti rossi. Non era un’operazione di terrorismo, perché anche allora vennero fuori servizi segreti stranieri come il KGB. Gli attentatori hanno preso le armi in Libano tramite i palestinesi e, nella complessa storia, spuntò anche il nome di Gheddafi».

E’ in questa fase che Imposimato ha lasciato la Magistratura: «Non volevano che io scoprissi la prigione di Moro. Ho lasciato perché la prigione ancora oggi non viene riconosciuta dallo Stato. Non c’è nemmeno una lapide e infatti lo ricordano ancora in via Caetani. La verità – sostiene con rammarico – non é ancora venuta fuori: noi dobbiamo cercare di trovarla perché chi ha fatto quelle cose potrebbe essere ancora nelle stanze del potere».

Nelle immagini, poi, scorre l’orologio fermo della stazione di Bologna nel 1980: «Hanno cercato di far credere che era un’operazione internazionale, invece é stata fatta da Ordine Nuovo per conto del potere politico. I due condannati erano legati alla massoneria di Gelli: c’entrano sicuramente, anche se in tanti affermano la loro estraneità in virtù del fatto che hanno confessato altri omicidi e non avrebbero avuto motivi per negare la propria posizione. In supporto di costoro é sceso in campo persino Cossiga che era un delinquente». Per Imposimato «manca solo il nome dei politici per cui hanno agito» per chiarire definitivamente il quadro.

Si arriva, infine, ai drammatici momenti del 1992 con le stragi di Capaci e via D’Amelio in cui furono assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il primo fu vittima di un altro attentato, fallito, presso la Costa dell’Addaura nel 1989: «Subito dopo – ricorda Imposimato – alcuni esponenti della polizia di stato sono andati a Londra per parlare in carcere con il mafioso Francesco Di Carlo. L’incontro fu necessario per procurarsi l’esplosivo che occorreva a far saltare in aria Falcone. Non é stato ucciso solo dalla mafia ma da altre forze che lo volevano morto perché indagava su fatti che vedevano coinvolti i vertici del potere politico, economico e massonico italiano e internazionale».

A Falcone Imposimato imputa un solo errore: «Forse non aveva capito che le cose che si sanno bisogna dirle. Quando le cose si sanno – conclude cogliendo la commozione di tanti presenti – bisogna dirle altrimenti non te le fanno dire più». E lui ha voluto aprirsi a 360 gradi davanti ad un pubblico fatto prevalentemente di giovani: un passaggio ideale del testimone per mantenere sempre vigile l’attenzione sul torbido che si cela dietro l’attualità.

di Davide Marciano

Standing ovation per Ferdinando Imposimato, accolto nell'aula Verde della Facoltà di Giurisprudenza in un convegno organizzato dall'associazione Agorà. C'è il pubblico delle grandi occasioni per "L'ultimo dei Magistrati", invitato in qualità di ospite d'eccezione per ricostruire le principali vicende del secolo scorso: dagli anni di piombo fino ai fatti di Capaci e via D'Amelio, un focus sullaRepubblica delle stragi impunite.

Una lunga intervista fotografica condotta dal professor Virgilio D'Antonio, docente di Diritto dell'informazione, preceduta dai saluti del Rettore Aurelio Tommasetti, del Direttore di Dipartimento Enzo Maria Marenghi, e dall'introduzione del professor Pasquale Stanzione, docente di Istituzioni di Diritto Privato.

Scatti che hanno segnato indelebilmente la storia d'Italia: su ognuno di essi il racconto di Imposimato, eroe civile della lotta alle mafie e al terrorismo. Nella sua più recente attività editoriale l'ex magistrato ha ricostruito meticolosamente le situazioni più oscure, tracciando trame a molti sconosciute:«Non bisogna mai credere a quello che scrivono i giornali, anche se autorevoli – afferma rivolgendosi alla platea – La strage di Piazza Fontana fu attribuita agli anarchici, e io ci credetti a causa del Corriere della Sera, diretto all'epoca da Giovanni Spadolini. Anche L'Unità – rincara la dose –raccontava sciocchezze ed io mi accorsi di tutto dopo trent'anni».

La visione del Presidente onorario della Corte di Cassazione sulla vicenda, che ha vissuto in prima persona essendosi trovato a pochi metri dall'esplosione, è nitida: «La strage fu realizzata da Ordine Nuovo con la partecipazione degli Stati Uniti, me l'ha detto il generale Maletti». Ma perché in Italia venivano messi in atto attentati terroristici di portata così ampia? «La strage di Milano era contro Rumor che voleva fare un governo con i Socialisti, non a caso nel maggio del 1974 ha subito un attentato. Le stragi sono state strumento di lotta politica, Andreotti è uno degli artefici».

Un filo sottile unisce la strategia del terrore alla politica: lo scopo, ricordato più volte, era quello di seminare il panico per mantenere lo status quo. «Andreotti pagava Gelli per la strategia del terrore – sostiene Imposimato – Gelli, Andreotti e Kissinger erano i tre protagonisti della tensione».

E' un fiume in piena l'ex magistrato nel narrare le dinamiche della loggia massonica P2 con cui si collaborava anche senza essere formalmente iscritti: «Piccoli era un piduista, pur non essendo iscritto: era come Andreotti e Cossiga». Il loro obiettivo, spiega Imposimato, era quello di impedire che ci potessero essere alleanze della Democrazia Cristiana con la Sinistra, in particolare con il PCI. L'accordo con i Comunisti non era voluta né da New York, né da Mosca. Non a caso, continua, «Berlinguer aveva subito un attentato nel 1973 in Bulgaria».

Inevitabile, poi, il passaggio su un altro momento cruciale: il tragico rapimento e il successivo assassinio di Aldo Moro nel 1978. Anche qui Imposimato è schietto nella sua analisi: «Non fu opera dei soli brigatisti rossi. Non era un'operazione di terrorismo, perché anche allora vennero fuori servizi segreti stranieri come il KGB. Gli attentatori hanno preso le armi in Libano tramite i palestinesi e, nella complessa storia, spuntò anche il nome di Gheddafi».

E' in questa fase che Imposimato ha lasciato la Magistratura: «Non volevano che io scoprissi la prigione di Moro. Ho lasciato perché la prigione ancora oggi non viene riconosciuta dallo Stato. Non c'è nemmeno una lapide e infatti lo ricordano ancora in via Caetani. La verità – sostiene con rammarico – non é ancora venuta fuori: noi dobbiamo cercare di trovarla perché chi ha fatto quelle cose potrebbe essere ancora nelle stanze del potere».

Nelle immagini, poi, scorre l'orologio fermo della stazione di Bologna nel 1980: «Hanno cercato di far credere che era un'operazione internazionale, invece é stata fatta da Ordine Nuovo per conto del potere politico. I due condannati erano legati alla massoneria di Gelli: c'entrano sicuramente, anche se in tanti affermano la loro estraneità in virtù del fatto che hanno confessato altri omicidi e non avrebbero avuto motivi per negare la propria posizione. In supporto di costoro é sceso in campo persino Cossiga che era un delinquente». Per Imposimato «manca solo il nome dei politici per cui hanno agito» per chiarire definitivamente il quadro.

Si arriva, infine, ai drammatici momenti del 1992 con le stragi di Capaci e via D'Amelio in cui furono assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il primo fu vittima di un altro attentato, fallito, presso la Costa dell'Addaura nel 1989: «Subito dopo – ricorda Imposimato – alcuni esponenti della polizia di stato sono andati a Londra per parlare in carcere con il mafioso Francesco Di Carlo. L'incontro fu necessario per procurarsi l'esplosivo che occorreva a far saltare in aria Falcone. Non é stato ucciso solo dalla mafia ma da altre forze che lo volevano morto perché indagava su fatti che vedevano coinvolti i vertici del potere politico, economico e massonico italiano e internazionale».

A Falcone Imposimato imputa un solo errore: «Forse non aveva capito che le cose che si sanno bisogna dirle. Quando le cose si sanno – conclude cogliendo la commozione di tanti presenti – bisogna dirle altrimenti non te le fanno dire più». E lui ha voluto aprirsi a 360 gradi davanti ad un pubblico fatto prevalentemente di giovani: un passaggio ideale del testimone per mantenere sempre vigile l'attenzione sul torbido che si cela dietro l'attualità.