Napoli. Riconosciuto dalla vittima ed accusato di violenza sessuale, si dichiara innocente: «Voglio la prova del Dna»

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Napoli. Quando lo ha visto in quella cella di sicurezza, lì nel chiuso di un commissariato, non ha avuto esitazioni: è lui, non ho dubbi, è stato lui, mi ha aggredito poche ore fa. Una prova granitica – recita il codice – un riconoscimento diretto della parte offesa, che ha spinto il gip Paola Piccirillo a convalidare l’arresto di R.R, il 36enne accusato di violenza sessuale nei confronti una studentessa la notte tra sabato e domenica scorsa. Un caso che sembra chiuso, bruto assicurato al carcere, un processo senza storia, se non fosse per quanto avvenuto ieri mattina nel corso dell’interrogatorio di garanzia. Lui, l’eroe negativo, ha respinto le accuse e ha calato il colpo a sorpresa: «Non sono stato io, potete verificarlo semplicemente: con la prova del Dna, chiedo di essere sottoposto all’esame genetico». Ma chi è il 36enne arrestato con l’accusa di violenza sessuale? Chi è il presunto mostro, o meglio, quello che viene indicato – in modo diretto e senza tentennamenti – come l’aggressore del sabato notte? Non è uno sbandato, non è un soggetto alle prese con stati di disagio o di integrazione. Anzi. Difeso dai penalisti Carmine Iannuzzi e Alfonso Vigliotti, il 36enne è un cittadino napoletano, laureato, iscritto all’Albo dei giornalisti nell’elenco dei pubblicisti. Figlio di un professionista napoletano, vive assieme alla madre, lavora come dipendente in una azienda immobiliare, ma svolge anche attività nel campo della comunicazione. Ma, soprattutto, sostiene di non aver attraversato via Marchese Campodisola, sabato notte, nell’orario in cui è stato consumato l’atto di violenza. E ha spiegato anche di avere una sorta di alibi: era al telefono, chattava su whatsapp, era in contatto con più persone. Un caso che ora attende esiti scientifici, ma anche riscontri chiesti dalla difesa del presunto molestatore. Ma torniamo al racconto della studentessa. Una versione coerente, lineare, peraltro arricchita dalle indagini condotte dalla polizia, in una vicenda coordinata dal pm di turno. Ventisei anni, studentessa fuori sede, ha spiegato: «Sabato notte stavo raggiungendo casa di alcuni amici, ho appena fatto in tempo a varcare la soglia del portone quando sono stata spinta alle spalle ed immobilizzata. C’era poca luce, ma l’ho visto bene in volto, posso riconoscerlo». Poi? La denuncia va avanti: «Mi ha messo la mano destra all’altezza del collo, mi ha immobilizzata. Mi ha detto che non mi avrebbe fatto del male se mi fossi lasciata toccare. Ha iniziato a masturbarsi, lo ha fatto con la sinistra, fino ad eiaculare sulla mia borsa». Attimi infiniti, il ribrezzo e il senso di impotenza della ragazza, che nel frattempo viene raggiunta al telefono dalla sorella, quella che poi chiamerà per prima la polizia. Cosa accade? Stando al racconto della studentessa, più di una volta – nel corso della violenza – l’aggressore avrebbe spento la telefonata cliccando con il pollice della mano destra sul display del cellulare, in uno scenario che si arricchisce di altri possibili tasselli. È infatti ancora la difesa del 36enne a chiedere di confrontare le impronte digitali sul telefonino della ragazza con quelle dell’indiziato numero uno, oltre ad acquisire il contenuto di alcune telecamere di negozi e uffici della zona. Una storia destinata a nuovi accertamenti, che fa sempre e comunque i conti con la denuncia fatta dalla vittima della violenza. È stata lei – vittima ed eroina di questa storia – ad offrire alcuni elementi risultati decisivi nella caccia all’uomo aperta sabato notte dagli uomini delle forze dell’ordine. Stando alla versione raccontata dalla studentessa, l’aggressore era un uomo tra i trenta e i quaranta anni, alto poco più di un metro e settanta, con una felpa nera o scura, di quelle con il cappuccio. Descrizione diramata in tempo reale via radio, quanto basta a fermare un uomo nei pressi del Rettifilo e a portarlo nel chiuso di una cella di sicurezza. In attesa del riconoscimento, del faccia a faccia, della prova granitica: «Sì è stato lui» ha detto la donna, indicandolo tra altri due «birilli» o sagome vestiti allo stesso modo. Caso chiuso, processo blindato, almeno fino alla svolta di ieri: quella che ora spinge il giudice ad autorizzare la prova del Dna, su richiesta di un uomo che si protesta innocente e che da tre giorni è ospite del carcere di Poggioreale. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)

Napoli. Quando lo ha visto in quella cella di sicurezza, lì nel chiuso di un commissariato, non ha avuto esitazioni: è lui, non ho dubbi, è stato lui, mi ha aggredito poche ore fa. Una prova granitica – recita il codice – un riconoscimento diretto della parte offesa, che ha spinto il gip Paola Piccirillo a convalidare l’arresto di R.R, il 36enne accusato di violenza sessuale nei confronti una studentessa la notte tra sabato e domenica scorsa. Un caso che sembra chiuso, bruto assicurato al carcere, un processo senza storia, se non fosse per quanto avvenuto ieri mattina nel corso dell’interrogatorio di garanzia. Lui, l’eroe negativo, ha respinto le accuse e ha calato il colpo a sorpresa: «Non sono stato io, potete verificarlo semplicemente: con la prova del Dna, chiedo di essere sottoposto all’esame genetico». Ma chi è il 36enne arrestato con l’accusa di violenza sessuale? Chi è il presunto mostro, o meglio, quello che viene indicato – in modo diretto e senza tentennamenti – come l’aggressore del sabato notte? Non è uno sbandato, non è un soggetto alle prese con stati di disagio o di integrazione. Anzi. Difeso dai penalisti Carmine Iannuzzi e Alfonso Vigliotti, il 36enne è un cittadino napoletano, laureato, iscritto all’Albo dei giornalisti nell’elenco dei pubblicisti. Figlio di un professionista napoletano, vive assieme alla madre, lavora come dipendente in una azienda immobiliare, ma svolge anche attività nel campo della comunicazione. Ma, soprattutto, sostiene di non aver attraversato via Marchese Campodisola, sabato notte, nell’orario in cui è stato consumato l’atto di violenza. E ha spiegato anche di avere una sorta di alibi: era al telefono, chattava su whatsapp, era in contatto con più persone. Un caso che ora attende esiti scientifici, ma anche riscontri chiesti dalla difesa del presunto molestatore. Ma torniamo al racconto della studentessa. Una versione coerente, lineare, peraltro arricchita dalle indagini condotte dalla polizia, in una vicenda coordinata dal pm di turno. Ventisei anni, studentessa fuori sede, ha spiegato: «Sabato notte stavo raggiungendo casa di alcuni amici, ho appena fatto in tempo a varcare la soglia del portone quando sono stata spinta alle spalle ed immobilizzata. C’era poca luce, ma l’ho visto bene in volto, posso riconoscerlo». Poi? La denuncia va avanti: «Mi ha messo la mano destra all’altezza del collo, mi ha immobilizzata. Mi ha detto che non mi avrebbe fatto del male se mi fossi lasciata toccare. Ha iniziato a masturbarsi, lo ha fatto con la sinistra, fino ad eiaculare sulla mia borsa». Attimi infiniti, il ribrezzo e il senso di impotenza della ragazza, che nel frattempo viene raggiunta al telefono dalla sorella, quella che poi chiamerà per prima la polizia. Cosa accade? Stando al racconto della studentessa, più di una volta – nel corso della violenza – l’aggressore avrebbe spento la telefonata cliccando con il pollice della mano destra sul display del cellulare, in uno scenario che si arricchisce di altri possibili tasselli. È infatti ancora la difesa del 36enne a chiedere di confrontare le impronte digitali sul telefonino della ragazza con quelle dell’indiziato numero uno, oltre ad acquisire il contenuto di alcune telecamere di negozi e uffici della zona. Una storia destinata a nuovi accertamenti, che fa sempre e comunque i conti con la denuncia fatta dalla vittima della violenza. È stata lei – vittima ed eroina di questa storia – ad offrire alcuni elementi risultati decisivi nella caccia all’uomo aperta sabato notte dagli uomini delle forze dell’ordine. Stando alla versione raccontata dalla studentessa, l’aggressore era un uomo tra i trenta e i quaranta anni, alto poco più di un metro e settanta, con una felpa nera o scura, di quelle con il cappuccio. Descrizione diramata in tempo reale via radio, quanto basta a fermare un uomo nei pressi del Rettifilo e a portarlo nel chiuso di una cella di sicurezza. In attesa del riconoscimento, del faccia a faccia, della prova granitica: «Sì è stato lui» ha detto la donna, indicandolo tra altri due «birilli» o sagome vestiti allo stesso modo. Caso chiuso, processo blindato, almeno fino alla svolta di ieri: quella che ora spinge il giudice ad autorizzare la prova del Dna, su richiesta di un uomo che si protesta innocente e che da tre giorni è ospite del carcere di Poggioreale. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)