Napoli. Al Duomo protesta dei lavoratori del Consorzio Unico di Bacino dei rifiuti: «San Gennaro facci il miracolo»

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Napoli. «Siamo venuti per chiedere un miracolo a san Gennaro»: forse non è solo una provocazione quella dei lavoratori del Consorzio Unico di Bacino che ieri mattina hanno simbolicamente e pacificamente occupato il Duomo («Ma era solo un modo per pregare»), senza uno striscione, in punta di piedi come si addice a un luogo sacro. Erano una settantina, uomini e donne che, tra il rosso di Maurizio Landini (ieri alle prese con un tour tra il capoluogo e la provincia) e quello del patrono di Napoli, hanno scelto il secondo. «Non abbiamo bloccato il traffico, non abbiamo creato problemi di ordine pubblico» ha spiegato Vincenzo Guidotti del Sindacato Azzurro. «Siamo venuti in chiesa perché proprio la Chiesa, dopo essere stati per settimane a fare presidi davanti alla sede della Regione Campania, a Santa Lucia, sembra che sia diventata la nostra ultima spiaggia». Hanno posato per una foto davanti alla cassetta delle offerte per i poveri e hanno chiesto un incontro con il cardinale: «Vogliamo parlare con lui, altrimenti non andremo via». Erano circa le 11 di ieri quando sono entrati e sono usciti poco prima delle 13, quando le porte della cattedrale vengono temporaneamente chiuse, per riaprire nel pomeriggio. Dalla Curia era sceso a capire e a mediare don Tonino Palmese, vicario per la Carità e la Pastorale sociale, responsabile regionale di «Libera» e da sempre vicino ai temi del lavoro e della lotta alle mafie. I manifestanti si sono spostati a largo Donnaregina, davanti al Museo Diocesano, di fronte al portone della Curia, dove non c’è stato neanche bisogno di un controllo rigido delle forze dell’ordine perché nessuno gridava slogan o inalberava cartelli. Poi una piccola delegazione di quattro persone è salita negli uffici del cardinale, al primo piano, per poter parlare con Crescenzio Sepe. Agnese Mugnolo dei Cobas, Orlando Cioffi della Flaica-Cub e Arnaldo Petagna con Guidotti (entrambi del Sindacato Azzurro) hanno aspettato un po’ in anticamera, giusto il tempo per l’arcivescovo di terminare il giro di appuntamenti previsti per la mattinata, e poi sono entrati. Un colloquio di un quarto d’ora, durante il quale i rappresentanti del Consorzio hanno raccontato a Sua Eminenza, che li ascoltava attentamente, la loro odissea cominciata 25 mesi fa, da quando la maggioranza di loro è senza stipendio. Una storia nera. «Tra di noi ci sono stati cinque casi di suicidio» ha raccontato Cioffi. «Tantissimi altri sono vittime degli strozzini, perché sono stati costretti a indebitarsi per poter far fronte anche alle più piccole spese quotidiane. E molti, a contatto con i rifiuti tossici, si sono ammalati gravemente». Sepe ha ascoltato e ha promesso un suo interessamento personale per accelerare le procedure per una soluzione. «Ci ha detto che telefonerà al presidente Stefano Caldoro» ha riferito Petagna «e se necessario chiamerà anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio». C’è stato pure il tempo per una foto di gruppo che è stata postata, quasi subito, su Facebook. «Contiamo molto sulla collaborazione di Sepe» ha aggiunto la Mugnolo. «La sua parola è molto ascoltata». La vicenda dei consorzi è incartata e ingarbugliata assai. «Di fatto siamo dipendenti pubblici» ha spiegato Guidotti. «Non possiamo accedere alla cassa integrazione. E intanto ci lavorano dal basso, con i sindaci che hanno avuto mano libera a sostituirci con ditte scelte da loro, molte delle quali hanno avuto l’interdizione antimafia». Ma la storia dei bacini è lo specchio di come è ridotto il Sud. È il dramma di un Paese sfiancato dagli sprechi, dalle clientele e dagli abusi, dove ad avere la peggio sono quasi sempre le famiglie e i lavoratori, lavativi compresi, assistiti compresi. Da oltre vent’anni, dal 1993 per la precisione, i consorzi hanno ingoiato una valanga di miliardi. Così tanti che è impossibile quantificarli nettamente, perché almeno per Napoli e Caserta non esistono bilanci certificati. Di sicuro c’è il numero attuale degli addetti: 1172. Sei anni fa erano, effettivamente, quattromila, poi quasi tremila sono transitati alle ditte che hanno vinto le gare di appalto per la raccolta dei sacchetti nei Comuni. Quelle di cui sopra. E c’è il capitolo degli sprechi. Infiniti. Dai mezzi noleggiati e lasciati mangiare dalla polvere e dalla ruggine, ai rimborsi per spese mai sostenute, alle consulenze strapagate. Ce n’era per tutti in questa slot machine del denaro pubblico, dove vincevano quasi sempre i peggiori e perdeva il Paese. Ogni volta che si abbassava la leva delle finanze pubbliche, venivano giù cascate di gettoni di presenza per i presenti e per gli assenti. In teoria i lavoratori, ormai senza più fatica, dovrebbero occuparsi di monnezza e possibilmente di monnezza differenziata. In pratica non hanno nulla da fare. I Comuni hanno usato i bacini per tenere in deposito il personale e affidare i servizi a ditte private. Il solito giochetto per gestire voti, clientele e affari, fatti spesso e volentieri con i clan. Proprio nel ’93, in Campania si crearono 18 bacini, poi nel ’94 il governo dichiarò lo stato di emergenza, nominò un commissario che a sua volta scelse un responsabile per ciascun consorzio e gli affidò gli impianti. Le assunzioni dovevano essere fatte per concorso, ma tra una manifestazione e una protesta, i lavoratori delle discariche chiuse, anno dopo anno, ottennero il posto nei bacini. Conquistarono l’assunzione i dipendenti di tutti gli sversatoi gestiti fino ad allora dalla camorra. Poi vennero i lavoratori socialmente utili, utili, però, solo quando si aprivano le urne. E ancora il personale dirottato dalle partecipate. Sono scattate numerose inchieste. Hanno indagato in tanti. La prima inchiesta sulla società Eco4 fu portata avanti dell’allora pm Raffaele Cantone, ora presidente dell’Autorità anticorruzione. Altri lavori della magistratura hanno stabilito uno sproporzionato numero di assunzioni inutili. Più che bacini di bonifica erano bacini elettorali. Per esempio, erano stati presi con contratti a termine 214 lavoratori che non avevano alcuna mansione, e altrove 250 dipendenti svolgevano il lavoro di 15 persone. Punte di un iceberg fetido non solo per la monnezza di cui si doveva occupare. La politica ci ha sguazzato, fino a che il bubbone è esploso, senza che nessuno si preoccupasse di dove finisse il pus. Dopo continui cambi al vertice tra i liquidatori del consorzio la Regione ha varato un piano che dovrebbe essere finanziato dal governo con 42 milioni di euro. Si prevedono la cassa integrazione per i residui 1172 dipendenti (ma non si sa se arriverà mai perché la cig non è prevista per i dipendenti pubblici, come hanno ricordato ieri gli stessi manifestanti al Duomo), nuovi corsi di formazione, circa novanta prepensionamenti e una borsa lavoro di 35mila euro a vantaggio dei Comuni che assumeranno i dipendenti per la differenziata. Per i lavoratori, finiti in un rovente tritacarne, è un eterno autunno caldo. Per loro domani è sempre un altro giorno. Si vedrà. Si vedrà come mettere insieme il pranzo con la cena. Sono l’anello più debole di una catena che si è logorata, che poteva funzionare solo in un sistema che non fosse schiacciato dalle presse convergenti della crisi e della pulizia. Domani è un altro giorno e loro hanno provato anche con Dio (o almeno con san Gennaro). Non si sa mai. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)

Napoli. «Siamo venuti per chiedere un miracolo a san Gennaro»: forse non è solo una provocazione quella dei lavoratori del Consorzio Unico di Bacino che ieri mattina hanno simbolicamente e pacificamente occupato il Duomo («Ma era solo un modo per pregare»), senza uno striscione, in punta di piedi come si addice a un luogo sacro. Erano una settantina, uomini e donne che, tra il rosso di Maurizio Landini (ieri alle prese con un tour tra il capoluogo e la provincia) e quello del patrono di Napoli, hanno scelto il secondo. «Non abbiamo bloccato il traffico, non abbiamo creato problemi di ordine pubblico» ha spiegato Vincenzo Guidotti del Sindacato Azzurro. «Siamo venuti in chiesa perché proprio la Chiesa, dopo essere stati per settimane a fare presidi davanti alla sede della Regione Campania, a Santa Lucia, sembra che sia diventata la nostra ultima spiaggia». Hanno posato per una foto davanti alla cassetta delle offerte per i poveri e hanno chiesto un incontro con il cardinale: «Vogliamo parlare con lui, altrimenti non andremo via». Erano circa le 11 di ieri quando sono entrati e sono usciti poco prima delle 13, quando le porte della cattedrale vengono temporaneamente chiuse, per riaprire nel pomeriggio. Dalla Curia era sceso a capire e a mediare don Tonino Palmese, vicario per la Carità e la Pastorale sociale, responsabile regionale di «Libera» e da sempre vicino ai temi del lavoro e della lotta alle mafie. I manifestanti si sono spostati a largo Donnaregina, davanti al Museo Diocesano, di fronte al portone della Curia, dove non c’è stato neanche bisogno di un controllo rigido delle forze dell’ordine perché nessuno gridava slogan o inalberava cartelli. Poi una piccola delegazione di quattro persone è salita negli uffici del cardinale, al primo piano, per poter parlare con Crescenzio Sepe. Agnese Mugnolo dei Cobas, Orlando Cioffi della Flaica-Cub e Arnaldo Petagna con Guidotti (entrambi del Sindacato Azzurro) hanno aspettato un po’ in anticamera, giusto il tempo per l’arcivescovo di terminare il giro di appuntamenti previsti per la mattinata, e poi sono entrati. Un colloquio di un quarto d’ora, durante il quale i rappresentanti del Consorzio hanno raccontato a Sua Eminenza, che li ascoltava attentamente, la loro odissea cominciata 25 mesi fa, da quando la maggioranza di loro è senza stipendio. Una storia nera. «Tra di noi ci sono stati cinque casi di suicidio» ha raccontato Cioffi. «Tantissimi altri sono vittime degli strozzini, perché sono stati costretti a indebitarsi per poter far fronte anche alle più piccole spese quotidiane. E molti, a contatto con i rifiuti tossici, si sono ammalati gravemente». Sepe ha ascoltato e ha promesso un suo interessamento personale per accelerare le procedure per una soluzione. «Ci ha detto che telefonerà al presidente Stefano Caldoro» ha riferito Petagna «e se necessario chiamerà anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio». C’è stato pure il tempo per una foto di gruppo che è stata postata, quasi subito, su Facebook. «Contiamo molto sulla collaborazione di Sepe» ha aggiunto la Mugnolo. «La sua parola è molto ascoltata». La vicenda dei consorzi è incartata e ingarbugliata assai. «Di fatto siamo dipendenti pubblici» ha spiegato Guidotti. «Non possiamo accedere alla cassa integrazione. E intanto ci lavorano dal basso, con i sindaci che hanno avuto mano libera a sostituirci con ditte scelte da loro, molte delle quali hanno avuto l’interdizione antimafia». Ma la storia dei bacini è lo specchio di come è ridotto il Sud. È il dramma di un Paese sfiancato dagli sprechi, dalle clientele e dagli abusi, dove ad avere la peggio sono quasi sempre le famiglie e i lavoratori, lavativi compresi, assistiti compresi. Da oltre vent’anni, dal 1993 per la precisione, i consorzi hanno ingoiato una valanga di miliardi. Così tanti che è impossibile quantificarli nettamente, perché almeno per Napoli e Caserta non esistono bilanci certificati. Di sicuro c’è il numero attuale degli addetti: 1172. Sei anni fa erano, effettivamente, quattromila, poi quasi tremila sono transitati alle ditte che hanno vinto le gare di appalto per la raccolta dei sacchetti nei Comuni. Quelle di cui sopra. E c’è il capitolo degli sprechi. Infiniti. Dai mezzi noleggiati e lasciati mangiare dalla polvere e dalla ruggine, ai rimborsi per spese mai sostenute, alle consulenze strapagate. Ce n’era per tutti in questa slot machine del denaro pubblico, dove vincevano quasi sempre i peggiori e perdeva il Paese. Ogni volta che si abbassava la leva delle finanze pubbliche, venivano giù cascate di gettoni di presenza per i presenti e per gli assenti. In teoria i lavoratori, ormai senza più fatica, dovrebbero occuparsi di monnezza e possibilmente di monnezza differenziata. In pratica non hanno nulla da fare. I Comuni hanno usato i bacini per tenere in deposito il personale e affidare i servizi a ditte private. Il solito giochetto per gestire voti, clientele e affari, fatti spesso e volentieri con i clan. Proprio nel ’93, in Campania si crearono 18 bacini, poi nel ’94 il governo dichiarò lo stato di emergenza, nominò un commissario che a sua volta scelse un responsabile per ciascun consorzio e gli affidò gli impianti. Le assunzioni dovevano essere fatte per concorso, ma tra una manifestazione e una protesta, i lavoratori delle discariche chiuse, anno dopo anno, ottennero il posto nei bacini. Conquistarono l’assunzione i dipendenti di tutti gli sversatoi gestiti fino ad allora dalla camorra. Poi vennero i lavoratori socialmente utili, utili, però, solo quando si aprivano le urne. E ancora il personale dirottato dalle partecipate. Sono scattate numerose inchieste. Hanno indagato in tanti. La prima inchiesta sulla società Eco4 fu portata avanti dell’allora pm Raffaele Cantone, ora presidente dell’Autorità anticorruzione. Altri lavori della magistratura hanno stabilito uno sproporzionato numero di assunzioni inutili. Più che bacini di bonifica erano bacini elettorali. Per esempio, erano stati presi con contratti a termine 214 lavoratori che non avevano alcuna mansione, e altrove 250 dipendenti svolgevano il lavoro di 15 persone. Punte di un iceberg fetido non solo per la monnezza di cui si doveva occupare. La politica ci ha sguazzato, fino a che il bubbone è esploso, senza che nessuno si preoccupasse di dove finisse il pus. Dopo continui cambi al vertice tra i liquidatori del consorzio la Regione ha varato un piano che dovrebbe essere finanziato dal governo con 42 milioni di euro. Si prevedono la cassa integrazione per i residui 1172 dipendenti (ma non si sa se arriverà mai perché la cig non è prevista per i dipendenti pubblici, come hanno ricordato ieri gli stessi manifestanti al Duomo), nuovi corsi di formazione, circa novanta prepensionamenti e una borsa lavoro di 35mila euro a vantaggio dei Comuni che assumeranno i dipendenti per la differenziata. Per i lavoratori, finiti in un rovente tritacarne, è un eterno autunno caldo. Per loro domani è sempre un altro giorno. Si vedrà. Si vedrà come mettere insieme il pranzo con la cena. Sono l’anello più debole di una catena che si è logorata, che poteva funzionare solo in un sistema che non fosse schiacciato dalle presse convergenti della crisi e della pulizia. Domani è un altro giorno e loro hanno provato anche con Dio (o almeno con san Gennaro). Non si sa mai. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)