Salerno. Il sindaco De Luca pronto a lasciare il suo Comune per trasferirsi a palazzo S. Lucia

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Salerno. Corre verso la Regione inseguito dalle inchieste, da due competitor alle primarie del Pd (per ora) e dal fuoco di sbarramento «di qualche capocorrente». Le inchieste c’erano anche cinque anni fa quando fu sconfitto da Caldoro. Il partito era altrettanto diviso in Campania. Ma ora «è cambiato tutto». Tutto, tranne Vincenzo De Luca, che non le manda a dire e si dice pronto a lasciare il Comune dopo vent’anni per trasferire a Palazzo Santa Lucia il modello Salerno. Da sindaco, qual è il suo giudizio sul governo Renzi? E in particolare per quanto riguarda il Mezzogiorno. «Il Sud è scomparso, o quasi, dal panorama politico dell’Italia. Paghiamo la pochezza di tanta parte delle classi dirigenti meridionali. Paghiamo i tanti disastri e le gravi inefficienze del Sud. La permanente tragedia dei rifiuti colpisce l’Italia intera. Detto questo, non possiamo accettare che, con l’alibi dell’inefficienza, si taglino risorse al Sud, si riducano i cofinanziamenti dello Stato rispetto ai fondi europei. Sono fra quelli che – in forte minoranza – non comprendono ancora bene la funzione dell’Agenzia Nazionale per la Coesione. E sono preoccupato che la fase di riorganizzazione delle nuove province e delle città metropolitane determini nuovi ritardi e grovigli burocratico-amministrativi. Intanto, il primo anno del ciclo europeo 2014-2020 se ne è andato. Allora, il problema è individuare i soggetti istituzionali efficienti e premiare questi, orientando lì le risorse, non limitandole per tutti». Veniamo al suo partito. Come si trova in questo Pd dove sembrano esserci sempre meno sezioni e più kermesse come la Leopolda? O in generale dove sembra si preferisca più il novismo, l’età anagrafica, che la vera esperienza? «In questi anni è cambiato il mondo. Sono cambiate le forme della politica, i linguaggi, il rapporto tra leadership e cittadini. Ascolto a volte espressioni di nostalgia per il partito con la P maiuscola. Ho scoperto dopo anni che quel partito esisteva solo nella mia testa. Quel partito non c’è più, distrutto non da Renzi, ma da gruppi dirigenti di anime morte, che hanno prodotto negli anni centralismo burocratico, correntismo, doppiezza e selezione “in negativo” dei gruppi dirigenti. Oggi non tutto è chiarito. Ritengo che sia irrinunciabile il valore della militanza. Occorre porre argine alla balcanizzazione correntizia e definire nuove regole certe per il pluralismo interno. E inoltre, occorre affrontare due nodi irrisolti: il rapporto fra centro e organizzazioni locali (mai più centralismo burocratico) e il rapporto fra azione di governo e territori. Mi auguro che l’azione di rinnovamento e anche di rottura operata da Renzi approdi oggi alla valorizzazione del merito, oltre i correntismi; e alla difesa dei valori, oltre l’anagrafe. È questa la sfida di leadership – di egemonia – che è di fronte al segretario». Negli ultimi giorni c’è chi nel Pd sussurra di un suo passo indietro nella candidatura alle primarie per la Regione con riferimento, in particolare, alle vicende giudiziarie. «Ribadisco, come sempre, il mio pieno rispetto per la magistratura e la sua autonomia. Il controllo di legalità è essenziale in un paese civile. Sono fra i non molti che hanno rinunciato alla prescrizione per decorrenza dei tempi. Detto questo, confermo che non solo non ho imbarazzo, ma rifarei dal primo all’ultimo tutti gli atti amministrativi. Sono orgoglioso di queste vicende giudiziarie, tutte legate o alla trasformazione urbana o alla difesa del lavoro. È la testimonianza di un impegno pubblico fatto di responsabilità, non di “paura della firma”. L’Italia è un paese in agonia. Renzi sta facendo uno sforzo enorme di rinnovamento. Ma questo sforzo non riuscirà, se non si cancella la palude burocratica; se non si passa dall’amministrazione “per atti” a quella per risultati. E se la trasformazione urbana non smette di essere un calvario, sotto il peso di comitatismi, ricorsi al Tar, scivolamenti dal piano amministrativo a quello penale, groviglio normativo che paralizza l’azione. Su queste vicende dobbiamo accendere tutti i riflettori. Dobbiamo assumerle come punto di attacco per un grande dibattito pubblico. Oggi la discriminante non è tra garantisti e giustizialisti, ma fra chi è chiamato a “parlare” e chi deve “agire”, cambiare la realtà; ed è costretto, se vuole andare avanti, ad atti di eroismo». La destra e i moderati. Lei non fa mistero di chiedere anche questi voti. Non teme di perdere così i voti della sinistra? «Io dialogo con tutti e cerco il consenso di tutte le persone perbene, senza imbarazzi. Ai miei interlocutori pongo solo due condizioni: nessun rapporto con la camorra; nessun mercato politico. Per il resto, in una regione come la Campania occorrerà uno sforzo gigantesco e unitario. Quanto alle primarie, saranno un passaggio politico importante, un momento di crescita e di partecipazione. Forse i vertici nazionali temono fenomeni multietnici o voti espressi a peso anziché a numeri. Ma io non ho di queste preoccupazioni. Andrà tutto bene. O meglio, faremo in modo che vada tutto bene». Due temi che le stanno a cuore: i rifiuti e la sanità. Come giudica gli ultimi cinque anni del governo Caldoro? «Non credo di forzare i toni se dico che questa è la regione del nulla. Hanno perso cinque anni a fare la storia del passato, a denunciare le criticità ereditate. Ma il loro compito non era fare gli storici, ma risolvere i problemi. Sette milioni di ecoballe c’erano e sette ce ne sono. I siti sono rimasti non bonificati. Siamo l’ultima regione per i Lea (Livelli Essenziali di Assistenza). I pronto soccorso sono campi di battaglia. Ogni anno, a settembre, i cittadini devono pagarsi le analisi di laboratorio. Per minori e anziani zero euro. Trasporto pubblico in ginocchio. Per i fondi europei, ritardi irresponsabili. L’Autorità Portuale di Napoli è da due anni senza Presidente. L’Unione Europea ci colloca ormai all’ultimo posto. E al di là di questo, c’è una palude burocratica soffocante e una perdita drammatica di peso politico. Di fronte a questo declino il problema – per me – non è fare un po’ meglio, ma essere i primi in Italia. Ce la possiamo fare, se cambia questo governo regionale». Comunque andrà a finire si chiude la sua esperienza da sindaco che è tra le più longeve d’Italia. «Abbiamo sviluppato in questi anni un lavoro importante. È stato un miracolo diventare il primo capoluogo per la raccolta differenziata, per le energie rinnovabili, per il sistema dei parchi urbani. Siamo all’avanguardia per la rete di asili nido, per l’organizzazione culturale, per la grande architettura contemporanea, per la sburocratizzazione e di servizi informatici, per l’uso dei fondi europei, per la sicurezza urbana. Siamo all’avanguardia per il rigore e la trasparenza amministrativa, e anche per il coraggio di scegliere e decidere». È stato un lavoro importante, per il quale c’è stato un impegno di vita. D’altra parte, non ti vota il 75% dei cittadini, se non ci sono, oltre che risultati visibili, anche rispetto e fiducia. L’ambizione che abbiamo ora è di applicare questo metodo di lavoro e questa concretezza su un piano più ampio, a cominciare dalla Regione. Per questo, uso la parola d’ordine: “mai più ultimi”. Abbiamo dimostrato che è possibile. Io posso parlare non con le parole o i desideri, ma con le cose realizzate. Però, di tutto questo è bene non parlare troppo. Potrebbe accorgersene anche qualche capocorrente nel Pd e andare in angoscia. Come è noto, qui siamo nati per soffrire». (Paolo Russo – Il Mattino)

Salerno. Corre verso la Regione inseguito dalle inchieste, da due competitor alle primarie del Pd (per ora) e dal fuoco di sbarramento «di qualche capocorrente». Le inchieste c’erano anche cinque anni fa quando fu sconfitto da Caldoro. Il partito era altrettanto diviso in Campania. Ma ora «è cambiato tutto». Tutto, tranne Vincenzo De Luca, che non le manda a dire e si dice pronto a lasciare il Comune dopo vent’anni per trasferire a Palazzo Santa Lucia il modello Salerno. Da sindaco, qual è il suo giudizio sul governo Renzi? E in particolare per quanto riguarda il Mezzogiorno. «Il Sud è scomparso, o quasi, dal panorama politico dell’Italia. Paghiamo la pochezza di tanta parte delle classi dirigenti meridionali. Paghiamo i tanti disastri e le gravi inefficienze del Sud. La permanente tragedia dei rifiuti colpisce l’Italia intera. Detto questo, non possiamo accettare che, con l’alibi dell’inefficienza, si taglino risorse al Sud, si riducano i cofinanziamenti dello Stato rispetto ai fondi europei. Sono fra quelli che – in forte minoranza – non comprendono ancora bene la funzione dell’Agenzia Nazionale per la Coesione. E sono preoccupato che la fase di riorganizzazione delle nuove province e delle città metropolitane determini nuovi ritardi e grovigli burocratico-amministrativi. Intanto, il primo anno del ciclo europeo 2014-2020 se ne è andato. Allora, il problema è individuare i soggetti istituzionali efficienti e premiare questi, orientando lì le risorse, non limitandole per tutti». Veniamo al suo partito. Come si trova in questo Pd dove sembrano esserci sempre meno sezioni e più kermesse come la Leopolda? O in generale dove sembra si preferisca più il novismo, l'età anagrafica, che la vera esperienza? «In questi anni è cambiato il mondo. Sono cambiate le forme della politica, i linguaggi, il rapporto tra leadership e cittadini. Ascolto a volte espressioni di nostalgia per il partito con la P maiuscola. Ho scoperto dopo anni che quel partito esisteva solo nella mia testa. Quel partito non c’è più, distrutto non da Renzi, ma da gruppi dirigenti di anime morte, che hanno prodotto negli anni centralismo burocratico, correntismo, doppiezza e selezione “in negativo” dei gruppi dirigenti. Oggi non tutto è chiarito. Ritengo che sia irrinunciabile il valore della militanza. Occorre porre argine alla balcanizzazione correntizia e definire nuove regole certe per il pluralismo interno. E inoltre, occorre affrontare due nodi irrisolti: il rapporto fra centro e organizzazioni locali (mai più centralismo burocratico) e il rapporto fra azione di governo e territori. Mi auguro che l’azione di rinnovamento e anche di rottura operata da Renzi approdi oggi alla valorizzazione del merito, oltre i correntismi; e alla difesa dei valori, oltre l’anagrafe. È questa la sfida di leadership – di egemonia – che è di fronte al segretario». Negli ultimi giorni c'è chi nel Pd sussurra di un suo passo indietro nella candidatura alle primarie per la Regione con riferimento, in particolare, alle vicende giudiziarie. «Ribadisco, come sempre, il mio pieno rispetto per la magistratura e la sua autonomia. Il controllo di legalità è essenziale in un paese civile. Sono fra i non molti che hanno rinunciato alla prescrizione per decorrenza dei tempi. Detto questo, confermo che non solo non ho imbarazzo, ma rifarei dal primo all’ultimo tutti gli atti amministrativi. Sono orgoglioso di queste vicende giudiziarie, tutte legate o alla trasformazione urbana o alla difesa del lavoro. È la testimonianza di un impegno pubblico fatto di responsabilità, non di “paura della firma”. L’Italia è un paese in agonia. Renzi sta facendo uno sforzo enorme di rinnovamento. Ma questo sforzo non riuscirà, se non si cancella la palude burocratica; se non si passa dall’amministrazione “per atti” a quella per risultati. E se la trasformazione urbana non smette di essere un calvario, sotto il peso di comitatismi, ricorsi al Tar, scivolamenti dal piano amministrativo a quello penale, groviglio normativo che paralizza l’azione. Su queste vicende dobbiamo accendere tutti i riflettori. Dobbiamo assumerle come punto di attacco per un grande dibattito pubblico. Oggi la discriminante non è tra garantisti e giustizialisti, ma fra chi è chiamato a “parlare” e chi deve “agire”, cambiare la realtà; ed è costretto, se vuole andare avanti, ad atti di eroismo». La destra e i moderati. Lei non fa mistero di chiedere anche questi voti. Non teme di perdere così i voti della sinistra? «Io dialogo con tutti e cerco il consenso di tutte le persone perbene, senza imbarazzi. Ai miei interlocutori pongo solo due condizioni: nessun rapporto con la camorra; nessun mercato politico. Per il resto, in una regione come la Campania occorrerà uno sforzo gigantesco e unitario. Quanto alle primarie, saranno un passaggio politico importante, un momento di crescita e di partecipazione. Forse i vertici nazionali temono fenomeni multietnici o voti espressi a peso anziché a numeri. Ma io non ho di queste preoccupazioni. Andrà tutto bene. O meglio, faremo in modo che vada tutto bene». Due temi che le stanno a cuore: i rifiuti e la sanità. Come giudica gli ultimi cinque anni del governo Caldoro? «Non credo di forzare i toni se dico che questa è la regione del nulla. Hanno perso cinque anni a fare la storia del passato, a denunciare le criticità ereditate. Ma il loro compito non era fare gli storici, ma risolvere i problemi. Sette milioni di ecoballe c’erano e sette ce ne sono. I siti sono rimasti non bonificati. Siamo l’ultima regione per i Lea (Livelli Essenziali di Assistenza). I pronto soccorso sono campi di battaglia. Ogni anno, a settembre, i cittadini devono pagarsi le analisi di laboratorio. Per minori e anziani zero euro. Trasporto pubblico in ginocchio. Per i fondi europei, ritardi irresponsabili. L’Autorità Portuale di Napoli è da due anni senza Presidente. L’Unione Europea ci colloca ormai all’ultimo posto. E al di là di questo, c’è una palude burocratica soffocante e una perdita drammatica di peso politico. Di fronte a questo declino il problema – per me – non è fare un po’ meglio, ma essere i primi in Italia. Ce la possiamo fare, se cambia questo governo regionale». Comunque andrà a finire si chiude la sua esperienza da sindaco che è tra le più longeve d'Italia. «Abbiamo sviluppato in questi anni un lavoro importante. È stato un miracolo diventare il primo capoluogo per la raccolta differenziata, per le energie rinnovabili, per il sistema dei parchi urbani. Siamo all’avanguardia per la rete di asili nido, per l’organizzazione culturale, per la grande architettura contemporanea, per la sburocratizzazione e di servizi informatici, per l’uso dei fondi europei, per la sicurezza urbana. Siamo all’avanguardia per il rigore e la trasparenza amministrativa, e anche per il coraggio di scegliere e decidere». È stato un lavoro importante, per il quale c’è stato un impegno di vita. D’altra parte, non ti vota il 75% dei cittadini, se non ci sono, oltre che risultati visibili, anche rispetto e fiducia. L’ambizione che abbiamo ora è di applicare questo metodo di lavoro e questa concretezza su un piano più ampio, a cominciare dalla Regione. Per questo, uso la parola d’ordine: “mai più ultimi”. Abbiamo dimostrato che è possibile. Io posso parlare non con le parole o i desideri, ma con le cose realizzate. Però, di tutto questo è bene non parlare troppo. Potrebbe accorgersene anche qualche capocorrente nel Pd e andare in angoscia. Come è noto, qui siamo nati per soffrire». (Paolo Russo – Il Mattino)

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