Napoli. Fra la Duchesca e porta Capuana, una guerriglia quotidiana tra gli abusivi e le forze dell’ordine

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Napoli. Nel mercato della Duchesca stamattina è successa «’a disturbata». La Finanza ha svuotato una ventina di bancarelle, un piccolo patrimonio della contraffazione: film in prima visione, videogiochi e una selezione delle hits musicali del momento. Ma anche scarpe, borse, cinture e giubbini griffati. Tutto rigorosamente falso. «Mi hanno sequestrato più di mille euro di roba, erano quattro mesi che non succedeva», racconta uno di loro. «Di solito ci lasciano campare. Ogni tanto passa anche la polizia e noi per rispetto copriamo la merce, niente di più». Un gioco delle parti che, in ossequio alla più consumata dinamica di «guardie e ladri», si rinnova da anni in questo enclave in cui gli indigeni sfidano i sensi di marcia e l’incolumità dei pedoni tagliando i vicoli a bordo degli scooter. Quando la volante fa capolino, si leva pronta la parola d’ordine: «Cummuoglia!» («Chiudi!»). E in un attimo spuntano lenzuola e teli a celare come veli pietosi l’emporio del «pezzotto». Nel mercato della Duchesca stavano gli ambulanti che oggi in piazza Leone – dove furono spostati «temporaneamente» cinque anni fa – continuano il braccio di ferro contro il Comune che vuole sloggiarli. Sotto Porta Capuana, a pochi passi dalla piazza della discordia, un gruppo di disperati vende la povertà. Sui muretti, davanti alla chiesa di Santa Caterina a Formiello, uno dei monumenti più belli della città, puoi trovare lumi mezzi rotti, panni consunti, vecchi telefonini a sei euro, scarpe a quattro euro, minutaglia varia. Cose di nessun valore. «Tiriamo a campare, ci arrangiamo così», spiega uno dei sei o sette venditori, tutti italiani e non autorizzati. In questo pentolone ribollente di rumori e di afrori che è la Ferrovia, dove le etnie si mescolano come gli ingredienti di un minestrone a volte indigesto, l’epicentro di ogni commercio è il marciapiede. Sul marciapiede sta esposta la merce contraffatta e stanno stesi i teli dove gli immigrati spandono la mercanzia. Sul marciapiede vanno in scena le truffe e gli affari. E sempre sullo stesso palcoscenico, in un cambio scena serale, si vendono le prostitute. A dieci minuti di cammino, sotto i grattacieli dell’avveniristico centro direzionale, le cose non vanno meglio. Tra montagne di rifiuti, immondizia bruciata, scale mobili mai entrate in funzione e prostituzione h24, una passeggiata nei sottopassi è una specie di discesa agli inferi. Ma è nel labirinto di sensi unici dove le strade hanno i nomi delle città italiane che la casbah è venuta ad abitare: via Firenze, via Milano, via Torino, via Bologna. Qui la Napoli multietnica ha preso “casa e puteca” e la pizza ha ceduto il passo al kebab. Salvatore ha un negozio di ferramenta in via Firenze e se la prende col Comune: «Ci hanno cacciati da casa nostra. Prima hanno chiuso via Bologna per fare il mercatino degli africani, poi sono venuti i lavori della metropolitana. Risultato: la gente non sa come uscire, gira a vuoto e il traffico impazzisce». Mal’entropia, si sa, fa rima con anarchia: e infatti nelle traverse del Vasto indigeni e immigrati hanno costituito le Nazioni Unite della sosta selvaggia. Una specie di comitato spontaneo nel quale africani, cinesi, rumeni e napoletani si ritrovano tutti insieme appassionatamente. Tra questi c’è Paolo, un omaccione sui quaranta che sbriga le questioni in napoletano e fa un sorriso largo così ad un bimbo napoletano che lo chiama come fosse uno di famiglia. La madre del bimbo conferma: «Abbiamo più paura di certi nostri concittadini che di loro, ma che invasori, spesso ci danno una mano». Paolo viene dal Senegal. «Vivo qua da 23 anni – spiega – vendo collane, cappelli, tutto. Vabbè, c’è qualche macchina in doppia fila, ma qui restano solo per poco tempo. Nelle strade più in là, invece, ci sono persone che le lasciano per mesi». Problemi con i napoletani? «Non ce ne sono mai stati, ognuno fa la sua vita, anche se non mancano momenti di tensione. Sono inevitabili ovunque». Accanto a lui c’è Antonio, che da trent’anni vende calzini e boxer per strada. «Nelle strade qui intorno gli extracomunitari sono diventati il 90 per cento. Ormai noi italiani siamo una piccola minoranza», sospira. Davanti al suo negozio outdoor marcisce un chiosco di bibite abbandonato. «Sta così da 7 anni: dentro c’è ancora della roba putrefatta e ovviamente i topi fanno festa. So che lo usano per nascondere le sigarette e chissà cos’altro. Dico io: che aspettano a fare qualcosa?», si indigna. (Davide Cerbone – Il Mattino)

Napoli. Nel mercato della Duchesca stamattina è successa «'a disturbata». La Finanza ha svuotato una ventina di bancarelle, un piccolo patrimonio della contraffazione: film in prima visione, videogiochi e una selezione delle hits musicali del momento. Ma anche scarpe, borse, cinture e giubbini griffati. Tutto rigorosamente falso. «Mi hanno sequestrato più di mille euro di roba, erano quattro mesi che non succedeva», racconta uno di loro. «Di solito ci lasciano campare. Ogni tanto passa anche la polizia e noi per rispetto copriamo la merce, niente di più». Un gioco delle parti che, in ossequio alla più consumata dinamica di «guardie e ladri», si rinnova da anni in questo enclave in cui gli indigeni sfidano i sensi di marcia e l’incolumità dei pedoni tagliando i vicoli a bordo degli scooter. Quando la volante fa capolino, si leva pronta la parola d’ordine: «Cummuoglia!» («Chiudi!»). E in un attimo spuntano lenzuola e teli a celare come veli pietosi l’emporio del «pezzotto». Nel mercato della Duchesca stavano gli ambulanti che oggi in piazza Leone – dove furono spostati «temporaneamente» cinque anni fa – continuano il braccio di ferro contro il Comune che vuole sloggiarli. Sotto Porta Capuana, a pochi passi dalla piazza della discordia, un gruppo di disperati vende la povertà. Sui muretti, davanti alla chiesa di Santa Caterina a Formiello, uno dei monumenti più belli della città, puoi trovare lumi mezzi rotti, panni consunti, vecchi telefonini a sei euro, scarpe a quattro euro, minutaglia varia. Cose di nessun valore. «Tiriamo a campare, ci arrangiamo così», spiega uno dei sei o sette venditori, tutti italiani e non autorizzati. In questo pentolone ribollente di rumori e di afrori che è la Ferrovia, dove le etnie si mescolano come gli ingredienti di un minestrone a volte indigesto, l'epicentro di ogni commercio è il marciapiede. Sul marciapiede sta esposta la merce contraffatta e stanno stesi i teli dove gli immigrati spandono la mercanzia. Sul marciapiede vanno in scena le truffe e gli affari. E sempre sullo stesso palcoscenico, in un cambio scena serale, si vendono le prostitute. A dieci minuti di cammino, sotto i grattacieli dell'avveniristico centro direzionale, le cose non vanno meglio. Tra montagne di rifiuti, immondizia bruciata, scale mobili mai entrate in funzione e prostituzione h24, una passeggiata nei sottopassi è una specie di discesa agli inferi. Ma è nel labirinto di sensi unici dove le strade hanno i nomi delle città italiane che la casbah è venuta ad abitare: via Firenze, via Milano, via Torino, via Bologna. Qui la Napoli multietnica ha preso “casa e puteca” e la pizza ha ceduto il passo al kebab. Salvatore ha un negozio di ferramenta in via Firenze e se la prende col Comune: «Ci hanno cacciati da casa nostra. Prima hanno chiuso via Bologna per fare il mercatino degli africani, poi sono venuti i lavori della metropolitana. Risultato: la gente non sa come uscire, gira a vuoto e il traffico impazzisce». Mal’entropia, si sa, fa rima con anarchia: e infatti nelle traverse del Vasto indigeni e immigrati hanno costituito le Nazioni Unite della sosta selvaggia. Una specie di comitato spontaneo nel quale africani, cinesi, rumeni e napoletani si ritrovano tutti insieme appassionatamente. Tra questi c'è Paolo, un omaccione sui quaranta che sbriga le questioni in napoletano e fa un sorriso largo così ad un bimbo napoletano che lo chiama come fosse uno di famiglia. La madre del bimbo conferma: «Abbiamo più paura di certi nostri concittadini che di loro, ma che invasori, spesso ci danno una mano». Paolo viene dal Senegal. «Vivo qua da 23 anni – spiega – vendo collane, cappelli, tutto. Vabbè, c'è qualche macchina in doppia fila, ma qui restano solo per poco tempo. Nelle strade più in là, invece, ci sono persone che le lasciano per mesi». Problemi con i napoletani? «Non ce ne sono mai stati, ognuno fa la sua vita, anche se non mancano momenti di tensione. Sono inevitabili ovunque». Accanto a lui c'è Antonio, che da trent’anni vende calzini e boxer per strada. «Nelle strade qui intorno gli extracomunitari sono diventati il 90 per cento. Ormai noi italiani siamo una piccola minoranza», sospira. Davanti al suo negozio outdoor marcisce un chiosco di bibite abbandonato. «Sta così da 7 anni: dentro c'è ancora della roba putrefatta e ovviamente i topi fanno festa. So che lo usano per nascondere le sigarette e chissà cos'altro. Dico io: che aspettano a fare qualcosa?», si indigna. (Davide Cerbone – Il Mattino)