COSTA D’AMALFI – CREDO NELLE ROVESCIATE DI “BONIMBA”

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Ciclicamente, capita nella vita di una comunità, che vengano a mancare dei riferimenti. Un’improvvisa scomparsa, un cambio radicale dei costumi, una notizia sorprendente e un gruppo di persone, unite, in questo caso dal vincolo della vicinanza, si ritrovano smarriti ed in cerca di nuove coordinate per orientarsi. Il lutto dura quei pochi giorni che ci consentono di archiviare, a niente segue una presa di coscienza.
La perdita, concreta, di riferimenti è una malattia comune del nostro tempo, lo svilimento dei valori, una volta definiti “classici”, è un fenomeno già verificatosi da tempo, che, tuttavia, nelle piccole comunità è tanto più grave perché gli stimoli sono già modesti, in numero e in qualità.

Può una comunità procedere, costruttivamente, senza nessun riferimento stabile ? Me lo chiedo, ve lo chiedo.
Soprattutto, stupisce, che il problema di creare nuovi valori o rinvigorire quelli antichi, non esista a nessun livello di partecipazione.

Se le comunità dei piccoli paesi si svuotano dei loro migliori giovani, la responsabilità è innanzitutto di questo vuoto che, loro per primi, riconoscono, intorno a sé. I giovani lo individuano più facilmente, perché viaggiano, si informano, studiano in percentuale molto maggiore di quello che capitava trent’anni fa.
In quella fase della vita durante la quale si sceglie in cosa credere, i giovani vanno alimentati di alternative, di incontri ed esperienze che gli schiudano gli occhi e le porte del futuro. Molti ragazzi che conosco sono emigrati, magari dopo un periodo di studio o già durante; hanno compreso che qui non sarebbero stati felici. Non ricchi o famosi, semplicemente felici.
Se ci guardassimo intorno e facessimo un piccolo esame obiettivo, capiremmo che le nostre piccole realtà sono già morte. Quello che alimentiamo giorno per giorno, con articoli, prese di posizione, polemiche e programmi, è un dibattito sulle macerie.

E che, queste rovine, spesso si confondono con le persone, magari anche di lodevole buona volontà che spendono una parte della loro vita per aiutare gli altri ad incontrarsi e a mettersi in gioco, a creare delle possibilità, ad abbattere gli steccati. In genere queste persone, oneste o meno che siano, non riescono nel loro intento, demoliti dai pregiudizi e dall’indifferenza. In ogni caso, le persone passano, mentre i ruderi della nostra comunità restano e marciscono.

Ci dovremmo chiedere in cosa crediamo oggi, in questo momento. A quali aspettative dedichiamo la nostra vita, per quale intenzione stiamo concretamente lavorando. La chiesa vuota mostra che non c’è coinvolgimento nel messaggio religioso, la pochezza del dibattito politico evidenzia che le ideologie sono crollate, la famiglia è il territorio paziente ed esclusivo solo degli anziani. Le associazioni che siano sportive o culturali non godono di sufficiente credito, non ci sono spazi per l’arte, nessun cinema, teatro, nessuna sollecitazione legata alla valorizzazione del territorio. Così stiamo scomparendo.
Bisognerebbe ricominciare, qui, a credere in qualcosa, ma non in maniera solitaria e irreale, ma condividendone i modi, gli spazi ed il pensiero.
Ma bisognava farlo già molto tempo fa, prima che la mediocrità occupasse tutto lo spazio.

Non dimentico mai il monologo di Stefano Accorsi nel film “Radio Freccia”, quando, alla radio, lui confessa a tutti in cosa crede.

Christian De Iuliis
christiandeiuliis.itCiclicamente, capita nella vita di una comunità, che vengano a mancare dei riferimenti. Un’improvvisa scomparsa, un cambio radicale dei costumi, una notizia sorprendente e un gruppo di persone, unite, in questo caso dal vincolo della vicinanza, si ritrovano smarriti ed in cerca di nuove coordinate per orientarsi. Il lutto dura quei pochi giorni che ci consentono di archiviare, a niente segue una presa di coscienza.
La perdita, concreta, di riferimenti è una malattia comune del nostro tempo, lo svilimento dei valori, una volta definiti “classici”, è un fenomeno già verificatosi da tempo, che, tuttavia, nelle piccole comunità è tanto più grave perché gli stimoli sono già modesti, in numero e in qualità.

Può una comunità procedere, costruttivamente, senza nessun riferimento stabile ? Me lo chiedo, ve lo chiedo.
Soprattutto, stupisce, che il problema di creare nuovi valori o rinvigorire quelli antichi, non esista a nessun livello di partecipazione.

Se le comunità dei piccoli paesi si svuotano dei loro migliori giovani, la responsabilità è innanzitutto di questo vuoto che, loro per primi, riconoscono, intorno a sé. I giovani lo individuano più facilmente, perché viaggiano, si informano, studiano in percentuale molto maggiore di quello che capitava trent’anni fa.
In quella fase della vita durante la quale si sceglie in cosa credere, i giovani vanno alimentati di alternative, di incontri ed esperienze che gli schiudano gli occhi e le porte del futuro. Molti ragazzi che conosco sono emigrati, magari dopo un periodo di studio o già durante; hanno compreso che qui non sarebbero stati felici. Non ricchi o famosi, semplicemente felici.
Se ci guardassimo intorno e facessimo un piccolo esame obiettivo, capiremmo che le nostre piccole realtà sono già morte. Quello che alimentiamo giorno per giorno, con articoli, prese di posizione, polemiche e programmi, è un dibattito sulle macerie.

E che, queste rovine, spesso si confondono con le persone, magari anche di lodevole buona volontà che spendono una parte della loro vita per aiutare gli altri ad incontrarsi e a mettersi in gioco, a creare delle possibilità, ad abbattere gli steccati. In genere queste persone, oneste o meno che siano, non riescono nel loro intento, demoliti dai pregiudizi e dall’indifferenza. In ogni caso, le persone passano, mentre i ruderi della nostra comunità restano e marciscono.

Ci dovremmo chiedere in cosa crediamo oggi, in questo momento. A quali aspettative dedichiamo la nostra vita, per quale intenzione stiamo concretamente lavorando. La chiesa vuota mostra che non c’è coinvolgimento nel messaggio religioso, la pochezza del dibattito politico evidenzia che le ideologie sono crollate, la famiglia è il territorio paziente ed esclusivo solo degli anziani. Le associazioni che siano sportive o culturali non godono di sufficiente credito, non ci sono spazi per l’arte, nessun cinema, teatro, nessuna sollecitazione legata alla valorizzazione del territorio. Così stiamo scomparendo.
Bisognerebbe ricominciare, qui, a credere in qualcosa, ma non in maniera solitaria e irreale, ma condividendone i modi, gli spazi ed il pensiero.
Ma bisognava farlo già molto tempo fa, prima che la mediocrità occupasse tutto lo spazio.

Non dimentico mai il monologo di Stefano Accorsi nel film “Radio Freccia”, quando, alla radio, lui confessa a tutti in cosa crede.

Christian De Iuliis
christiandeiuliis.it