Il Pino Cornuto

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Costa d’ Amalfi . Dedicato ad Antonio Amato Sono passati più di 60 anni da quando, bambino, venivo in Costiera col “Roma” della Sita, affidato all’autista Tommasino. Ci volevano 8 ore, un’avventura interminabile su per il passo d’ Itri, che, nelle fantasticherie infantili, poteva ancora celare, ad ogni tornante, qualche indomito brigante. L’attesa era stata lunga durante tutto l’anno e, prima di partire, bisognava anche affrontare l’ultima prova: quella della Magnesia Bisurata, che autorizzava finalmente il “cambio d’aria” e dava il via ai quattro mesi dalla nonna. Col tempo la Costiera amalfitana si fece più vicina. Dopo la “fettuccia”, si cominciava a respirare l’aria di mare già nella fermata di Terracina, che apriva la porta alla via della costa: la Domiziana. Erano ormai avanzati i cantieri dell’ANAS e la Costiera si concedeva più arrendevole all’esperienza dell’ormai canuto Tommasino, privandolo di quel test d’abilità nelle tre curve prima di Positano, diventate ormai un rettilineo. Ormai “addolcita”, la costa scorreva: le gibbosità di vecchie curve abilmente camuffate in aiuole di oleandri e conifere. E c’era un pino, in particolare, che mi aveva adottato. Nato per l’allegria, svettava, perfettamente simmetrico con due cime gemelle, a richiamare il simbolo “V” della Vittoria. Ogni anno era lì ad aspettarmi, col suo gesto d’intesa augurale, mi apriva la porta alla meritata vacanza. Il tempo è passato: con le autostrade la Costiera è là, dietro l’angolo del Vesuvio. Ma, un anno, venne il tempo di crescere. Non c’era più il mio pino, o meglio, ce n’era un altro, mutilato, ad aspettarmi. Un pino come tanti altri, non più il mio, quello dell’intesa. L’albero sembrava vergognarsi, scoperto nudo nell’evidente cicatrice, mortificato per la perduta doppia ridondante natura. Anche la nonna non c’è più ad accogliermi dal terrazzino, nascosta dalle “buatte” del basilico. Se n’è andata la sua generazione con tutte le sue sofferenze. E con Lei quel piccolo mondo, che mi concedeva il privilegio di accogliermi nella saggezza di un breve respiro, temprandomi ad affrontare l’inverno. Ho aperto gli occhi, guardandomi intorno con diversa coscienza da adulto. Niente sembrava cambiato, ma nulla era più come prima. Oggi torno più spesso in Costiera, ogni volta con lo stesso timore, nel dubbio di non ritrovarmi, nella scoperta di una nuova ferita delle ultime strategie di conquista! Scomparse le barche da pesca, decorate da colorati messaggi di fede, scongiuro della paura: “Canta che ti passa”, “Faciteve i cazze vuoste”, “Come fai fai sbagli”, per far posto a freddi lettini, ignari del sudore della fatica. L’intimo caldo abbandono infantile alle brecce della marina è distratto dal rotolare dei trolley in arrivo e da quelli in partenza: colonna sonora del tempo di una frettolosa vacanza. La comunità, già temprata a resistere in equilibrio con una natura avara, oggi, si offre confusa, impreparata ad un presunto benessere: chi la guida, consapevole di un’antica cultura, nasconde su riviste di architettura la frustrazione del rapporto con la bellezza. E in vecchiaia mi sorprendo a ritrovare il mio pino, orfano con la rimarginata ferita, più forte di prima. Col quel suo “occhio” ammicca, mi conforta e mi fa testimone di una rinnovata intesa: chi ha voluto distruggere l’ingenua monstruosità naturale, intendeva nascondere il simbolo e l’onta di un paio di corna! Giancarlo IRACE

Costa d' Amalfi . Dedicato ad Antonio Amato Sono passati più di 60 anni da quando, bambino, venivo in Costiera col "Roma" della Sita, affidato all'autista Tommasino. Ci volevano 8 ore, un'avventura interminabile su per il passo d' Itri, che, nelle fantasticherie infantili, poteva ancora celare, ad ogni tornante, qualche indomito brigante. L'attesa era stata lunga durante tutto l'anno e, prima di partire, bisognava anche affrontare l'ultima prova: quella della Magnesia Bisurata, che autorizzava finalmente il "cambio d'aria" e dava il via ai quattro mesi dalla nonna. Col tempo la Costiera amalfitana si fece più vicina. Dopo la "fettuccia", si cominciava a respirare l'aria di mare già nella fermata di Terracina, che apriva la porta alla via della costa: la Domiziana. Erano ormai avanzati i cantieri dell'ANAS e la Costiera si concedeva più arrendevole all'esperienza dell'ormai canuto Tommasino, privandolo di quel test d'abilità nelle tre curve prima di Positano, diventate ormai un rettilineo. Ormai "addolcita", la costa scorreva: le gibbosità di vecchie curve abilmente camuffate in aiuole di oleandri e conifere. E c'era un pino, in particolare, che mi aveva adottato. Nato per l'allegria, svettava, perfettamente simmetrico con due cime gemelle, a richiamare il simbolo "V" della Vittoria. Ogni anno era lì ad aspettarmi, col suo gesto d'intesa augurale, mi apriva la porta alla meritata vacanza. Il tempo è passato: con le autostrade la Costiera è là, dietro l'angolo del Vesuvio. Ma, un anno, venne il tempo di crescere. Non c'era più il mio pino, o meglio, ce n'era un altro, mutilato, ad aspettarmi. Un pino come tanti altri, non più il mio, quello dell'intesa. L'albero sembrava vergognarsi, scoperto nudo nell'evidente cicatrice, mortificato per la perduta doppia ridondante natura. Anche la nonna non c'è più ad accogliermi dal terrazzino, nascosta dalle "buatte" del basilico. Se n'è andata la sua generazione con tutte le sue sofferenze. E con Lei quel piccolo mondo, che mi concedeva il privilegio di accogliermi nella saggezza di un breve respiro, temprandomi ad affrontare l'inverno. Ho aperto gli occhi, guardandomi intorno con diversa coscienza da adulto. Niente sembrava cambiato, ma nulla era più come prima. Oggi torno più spesso in Costiera, ogni volta con lo stesso timore, nel dubbio di non ritrovarmi, nella scoperta di una nuova ferita delle ultime strategie di conquista! Scomparse le barche da pesca, decorate da colorati messaggi di fede, scongiuro della paura: "Canta che ti passa", "Faciteve i cazze vuoste", "Come fai fai sbagli", per far posto a freddi lettini, ignari del sudore della fatica. L'intimo caldo abbandono infantile alle brecce della marina è distratto dal rotolare dei trolley in arrivo e da quelli in partenza: colonna sonora del tempo di una frettolosa vacanza. La comunità, già temprata a resistere in equilibrio con una natura avara, oggi, si offre confusa, impreparata ad un presunto benessere: chi la guida, consapevole di un'antica cultura, nasconde su riviste di architettura la frustrazione del rapporto con la bellezza. E in vecchiaia mi sorprendo a ritrovare il mio pino, orfano con la rimarginata ferita, più forte di prima. Col quel suo "occhio" ammicca, mi conforta e mi fa testimone di una rinnovata intesa: chi ha voluto distruggere l'ingenua monstruosità naturale, intendeva nascondere il simbolo e l'onta di un paio di corna! Giancarlo IRACE

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