L’Elogio ad Amalfi del poeta Quasimodo «Qui mi sento a casa mia»

0

«Qui è il giardino che cerchiamo sempre e inutilmente dopo i luoghi perfetti dell’infanzia. Una memoria che avviene tangibile sopra gli abissi del mare, sospesa sulle foglie degli aranci e dei cedri sontuosi negli orti pensili dei conventi». Così Salvatore Quasimodo descriveva Amalfi nel suo “Elogio” quasi a richiamo della sua isola, diventata emblema di felicità perduta. Doveva essere una delle giornate torride proprie della terra sicula, in cui i fichi d’india mostrano il volto rubizzo, quel 20 agosto 1901 quando Salvatore entrò ad allietare la casa di Clotilde Ragusa e Gaetano Quasimodo, capostazione delle ferrovie. A 19 anni, Salvatore, “col mantello corto e alcuni versi in tasca”, fugge da casa. I primi lavori precari poi il “posto” al Genio Civile, lo videro peregrino per il Nord Italia. Intanto entra nei circoli letterari. A Firenze Elio Vittorini, che aveva sposato la sorella Rosa, lo introduce alle “Giubbe Rosse”, storico caffè letterario, dove conosce Eugenio Montale, Arturo Loria, Gianna Manzini, Alessandro Bonsanti, che sulla sua rivista “Solaria” gli pubblica tre poesie. Poi a Milano, di sera, dopo il rientro quotidiano da Sondrio, incontrava Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Domenico Cantatore, Giancarlo Vigorelli con i quali si attardava al caffè Savini o al Biffi. Quasimodo giunse ad Amalfi il 20 gennaio 1966 su invito dell’allora presidente della locale Azienda di Soggiorno e Turismo, Giuseppe Liuccio; gli aveva scritto: «se mi inviti ti vengo a trovare». All’Hotel Cappuccini la signora Anna Aielli accolse il poeta, con un garbato e signorile “Benvenuto nella nostra città e nella mia casa”. Di getto, il Nobel per la letteratura rispose: «Sono a casa mia, signora. Questo è il Sud, il mio Sud. Qui respiro aria e profumi della mia Sicilia». Poi si affacciò a quel portico-terrazzo sull’incanto, inebriandosi al profumo dei limoni: ne colse uno, ne ferì la scorza con l’unghia e, annusandolo, sospirò “odore di infanzia siciliana”. Annotò: «Non ricordavo da tanto tempo un’aria che sapesse di mirto e un profilo di cipressi e pini come ad Amalfi, dove i fiori gialli del trifoglio sono già aperti nel gennaio e le sorgenti filtrano sulle rocce levigate dal passo di preghiere dei cappuccini…». Ricordando il padre, Alessandro Quasimodo scrisse: «Amalfi era diventata per lui come Tindari: il suo paesaggio, le isole del dio, il vento della memoria ricreavano per lui un paesaggio dell’anima che portava quasi ad una identificazione tra le due terre». Tindari! Il poeta la ritrovò nella strada a strapiombi verso Ravello dove i segni moreschi nei palazzi gentilizi erano a richiamo della sua Sicilia araba e i giardini, così orientali, erano spiati da cancellate chiuse. Con le torri saracene, gli arabeschi di archi intrecciati, il profumo dei limoneti discendente dalle pendici dei Lattari, Amalfi per Quasimodo fu subito il luogo di notturni silenzi «nella luce dei lampioni e delle lanterne, sotto i porticati e sulle terrazze viola di ceramiche, nei vicoli battuti dal maestrale». Quasimodo subiva il fascino di questa città dai mille volti urbani e storici: «È tutta da leggere e studiare nei segni della sua urbanizzazione questa città. È qui che si colgono le tracce della sua storia. E poi: «In nessun altro luogo l’incrocio fra terra e acqua avviene con una reciproca metamorfosi». Qui, come nella sua Modica, la pietà si affida a monumentali basiliche al culmine di lunghe scalinate o quadrate cappelle sacramentali sotto cupole con pennacchi arabi. E fu “Elogio di Amalfi”. Tanti giovani amalfitani, ogni mattina, aspettavano il poeta che usciva per le sue passeggiate-escursioni. Ricorda Liuccio: «Credo che mai un poeta abbia avuto così tante manifestazioni di stima e di affetto dalla gente comune che voleva stringere la mano all’autore di “Un uomo del mio tempo” e di “È subito sera” i cui versi avevano rimato le ore sui banchi di scuola». Ricca è stata la produzione poetica: da “Oboe sommerso” a “Giorno dopo giorno” a “La terra impareggiabile”, esempi di limpida poesia civile che lo porteranno al riconoscimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1959. Non furono poche le polemiche che ne seguirono da parte di molti “trombati” italiani, tra i quali Ungaretti. Anni dopo, proprio ad Amalfi nelle manifestazioni per il centenario della nascita, Maria Luisa Spaziani, poetessa raffinata e “musa” di Montale, disse: «Fu un errore all’epoca non far quadrato intorno al Nobel di Quasimodo. Ci si lasciò andare in liti da cortile che non giovarono al grande salto della poesia italiana». Sempre pronto ad una facile “cotta”, famoso il suo intenso quanto difficoltoso rapporto con Sibilla Aleramo nel 1935, quando giunse ad Amalfi, era innamorato di Curzia Ferrari, l’ultima sua donna; sorpreso dall’amico Liuccio in dolce colloquio telefonico, disse: «È bello essere innamorati. È il segreto per dare senso alla vita». Quasimodo ritornò più volte ad Amalfi, ed era al Cappuccini anche quel 14 giugno del 1968, quando fu colto da ictus. Al suo capezzale corse subito Liuccio, che raccolse l’ultimo sguardo prima dell’inutile trasferimento a Napoli. Forse alla mente del poeta ritornò quel suo verso «Mi trovi deserto, Signore, nel tuo giorno». Nell’aria calda della Costa vagolavano i versi: «Ognuno sta solo sul cuor della terra /trafitto da un raggio di Sole: / ed è subito sera». Forse è destino di poeta morire in solitudine, forse perché ad Amalfi «è facile dimenticare la morte». Nato nell’isola del Ciclope, Quasimodo si spegneva nel mare di Ulisse, con il richiamo d’amore delle sirene. Vito Pinto, La Città di Salerno

«Qui è il giardino che cerchiamo sempre e inutilmente dopo i luoghi perfetti dell'infanzia. Una memoria che avviene tangibile sopra gli abissi del mare, sospesa sulle foglie degli aranci e dei cedri sontuosi negli orti pensili dei conventi». Così Salvatore Quasimodo descriveva Amalfi nel suo “Elogio” quasi a richiamo della sua isola, diventata emblema di felicità perduta. Doveva essere una delle giornate torride proprie della terra sicula, in cui i fichi d’india mostrano il volto rubizzo, quel 20 agosto 1901 quando Salvatore entrò ad allietare la casa di Clotilde Ragusa e Gaetano Quasimodo, capostazione delle ferrovie. A 19 anni, Salvatore, “col mantello corto e alcuni versi in tasca”, fugge da casa. I primi lavori precari poi il “posto” al Genio Civile, lo videro peregrino per il Nord Italia. Intanto entra nei circoli letterari. A Firenze Elio Vittorini, che aveva sposato la sorella Rosa, lo introduce alle “Giubbe Rosse”, storico caffè letterario, dove conosce Eugenio Montale, Arturo Loria, Gianna Manzini, Alessandro Bonsanti, che sulla sua rivista “Solaria” gli pubblica tre poesie. Poi a Milano, di sera, dopo il rientro quotidiano da Sondrio, incontrava Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Domenico Cantatore, Giancarlo Vigorelli con i quali si attardava al caffè Savini o al Biffi. Quasimodo giunse ad Amalfi il 20 gennaio 1966 su invito dell'allora presidente della locale Azienda di Soggiorno e Turismo, Giuseppe Liuccio; gli aveva scritto: «se mi inviti ti vengo a trovare». All'Hotel Cappuccini la signora Anna Aielli accolse il poeta, con un garbato e signorile “Benvenuto nella nostra città e nella mia casa”. Di getto, il Nobel per la letteratura rispose: «Sono a casa mia, signora. Questo è il Sud, il mio Sud. Qui respiro aria e profumi della mia Sicilia». Poi si affacciò a quel portico-terrazzo sull'incanto, inebriandosi al profumo dei limoni: ne colse uno, ne ferì la scorza con l'unghia e, annusandolo, sospirò “odore di infanzia siciliana”. Annotò: «Non ricordavo da tanto tempo un'aria che sapesse di mirto e un profilo di cipressi e pini come ad Amalfi, dove i fiori gialli del trifoglio sono già aperti nel gennaio e le sorgenti filtrano sulle rocce levigate dal passo di preghiere dei cappuccini…». Ricordando il padre, Alessandro Quasimodo scrisse: «Amalfi era diventata per lui come Tindari: il suo paesaggio, le isole del dio, il vento della memoria ricreavano per lui un paesaggio dell'anima che portava quasi ad una identificazione tra le due terre». Tindari! Il poeta la ritrovò nella strada a strapiombi verso Ravello dove i segni moreschi nei palazzi gentilizi erano a richiamo della sua Sicilia araba e i giardini, così orientali, erano spiati da cancellate chiuse. Con le torri saracene, gli arabeschi di archi intrecciati, il profumo dei limoneti discendente dalle pendici dei Lattari, Amalfi per Quasimodo fu subito il luogo di notturni silenzi «nella luce dei lampioni e delle lanterne, sotto i porticati e sulle terrazze viola di ceramiche, nei vicoli battuti dal maestrale». Quasimodo subiva il fascino di questa città dai mille volti urbani e storici: «È tutta da leggere e studiare nei segni della sua urbanizzazione questa città. È qui che si colgono le tracce della sua storia. E poi: «In nessun altro luogo l'incrocio fra terra e acqua avviene con una reciproca metamorfosi». Qui, come nella sua Modica, la pietà si affida a monumentali basiliche al culmine di lunghe scalinate o quadrate cappelle sacramentali sotto cupole con pennacchi arabi. E fu “Elogio di Amalfi”. Tanti giovani amalfitani, ogni mattina, aspettavano il poeta che usciva per le sue passeggiate-escursioni. Ricorda Liuccio: «Credo che mai un poeta abbia avuto così tante manifestazioni di stima e di affetto dalla gente comune che voleva stringere la mano all’autore di “Un uomo del mio tempo” e di “È subito sera” i cui versi avevano rimato le ore sui banchi di scuola». Ricca è stata la produzione poetica: da “Oboe sommerso” a “Giorno dopo giorno” a “La terra impareggiabile”, esempi di limpida poesia civile che lo porteranno al riconoscimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1959. Non furono poche le polemiche che ne seguirono da parte di molti “trombati" italiani, tra i quali Ungaretti. Anni dopo, proprio ad Amalfi nelle manifestazioni per il centenario della nascita, Maria Luisa Spaziani, poetessa raffinata e “musa” di Montale, disse: «Fu un errore all'epoca non far quadrato intorno al Nobel di Quasimodo. Ci si lasciò andare in liti da cortile che non giovarono al grande salto della poesia italiana». Sempre pronto ad una facile “cotta”, famoso il suo intenso quanto difficoltoso rapporto con Sibilla Aleramo nel 1935, quando giunse ad Amalfi, era innamorato di Curzia Ferrari, l’ultima sua donna; sorpreso dall'amico Liuccio in dolce colloquio telefonico, disse: «È bello essere innamorati. È il segreto per dare senso alla vita». Quasimodo ritornò più volte ad Amalfi, ed era al Cappuccini anche quel 14 giugno del 1968, quando fu colto da ictus. Al suo capezzale corse subito Liuccio, che raccolse l'ultimo sguardo prima dell'inutile trasferimento a Napoli. Forse alla mente del poeta ritornò quel suo verso «Mi trovi deserto, Signore, nel tuo giorno». Nell’aria calda della Costa vagolavano i versi: «Ognuno sta solo sul cuor della terra /trafitto da un raggio di Sole: / ed è subito sera». Forse è destino di poeta morire in solitudine, forse perché ad Amalfi «è facile dimenticare la morte». Nato nell'isola del Ciclope, Quasimodo si spegneva nel mare di Ulisse, con il richiamo d'amore delle sirene. Vito Pinto, La Città di Salerno

Lascia una risposta