La nascita del cinema e della televisione

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La nascita del cinema italiano è avvenuta all’ombra del Vesuvio, anzi, ad essere più precisi, sulla verde (allora) collina del Vomero, quando un secolo fa sorgeva la prima casa discografica made in Italy. 
Si tratta di un altro dei tanti primati della città di cui si è perso il ricordo, perché non basta certo una piccola targa per imprimere nella mente del distratto viandante quella straordinaria avventura rappresentata per anni da studios all’avanguardia e generazioni di tecnici ed artisti alternatisi nella produzione di molteplici pellicole proiettate nei cinematografi di tutta la penisola. 
Siamo ai primi del Novecento, in un momento di grandi cambiamenti a Napoli, che cerca di digerire la perdita del ruolo di capitale, attivandosi nel cambiare il volto della città attraverso il piccone del Risanamento, cercando di liberarsi dalla morsa del malaffare con l’inchiesta Saredo, che metterà in luce un perverso intreccio di interessi tra politica e camorra, purtroppo perpetuatosi fino ai nostri giorni. Sono i giorni della nascita dell’Ilva, che fornirà lavoro a migliaia di addetti, collaborando alla crescita di una coscienza operaia, ma che priverà per sempre i cittadini di una spiaggia formidabile, sono gli anni della Belle Epoque, dei divertimenti folli, del pullulare di fermenti artistici e letterari in perfetta sintonia con i circoli culturali europei. 
In questo fervore creativo si colloca la figura di Gustavo Lombardo, un giovane studente universitario, che dopo un’esperienza nel campo del noleggio dei film, una novità assoluta perché allora gli esercenti dovevano acquistarli, rilevò gli stabilimenti della Poli film, ed ampliandoli pose le fondamenta per la nascita di una Cinecittà partenopea.
In poco tempo si gireranno oltre cinquanta pellicole, caratterizzate non solo da un’ambientazione locale, ma anche da un respiro nazionale, le quali vedranno tra le principali interpreti Leda Gys, destinata a divenire una delle più celebri attrici del cinema italiano, all’epoca rigorosamente muto e la moglie del suo produttore.
Alcuni film erano delle traduzioni per lo schermo di celebri sceneggiate e lo sfondo per il racconto è rappresentato dal lungomare, dai vicoli, dalle feste popolari, dal porto, che in quei tristi anni significava emigrazione verso l’America, la meta preferita anche di tanti film accolti con un entusiasmo delirante dalle comunità oltreoceano, non solo dai napoletani, ma da tutti i meridionali, i quali riconoscevano ancora in Napoli la loro capitale morale. Spesso famosi tenori seguivano la tournee offrendo la loro voce per la colonna sonora, ma gli spettatori si accontentavano di poco e nonostante il muto, le immagini avevano una tale forza da sfociare nel sonoro…
In pochi anni in città si moltiplicano le case di produzione più o meno piccole, quasi tutte a livello artigianale, a volte addirittura a conduzione familiare, tra queste ricordiamo la Vesuvio film di Roberto Troncone sorta nel 1908 in una ridente villetta del Vomero, con i suoi attrezzati teatri di posa e le sue dive come la mitica Francesca Bertini. All’inizio degli anni Venti, la Dora Film dei Notari (Nicola nelle vesti di produttore, regista e operatore, sua moglie Elvira in quelle di soggettista e regista ed il figlio Eduardo, col soprannome di Gennariello, in quelle di attore) sopravvisse alla crisi dell’epoca conquistando le folle degli emigrati in America. Le sequenze dei celebri A santa notte o È piccerella si sincronizzavano sull’accompagnamento del pianoforte, mentre le didascalie esprimevano con un lessico che imitava la forma spezzata del dialetto. Il bianco e nero stilizzava una Napoli insieme arcadica e tragica, mentre gli attori recitano con sentimentale impeto. Si gira quasi tutto all’esterno, perché negli interni vi è un insormontabile problema di illuminazione.
In contemporanea alla produzione di film sorgono come funghi i luoghi della fruizione: i cinematografi. La prima a nascere è la Sala Recanati, sorta nel 1897, a cui seguirono la Sala Roma in Galleria, il Salon Parisien in piazza Municipio, il Vittoria in via Roma e l’Olympia in via Chiaia. 
Tra le altre merita un cenno la Sala Cattaneo, nata dalla trasformazione di uno squallido baraccone dove si esibivano donne barbute ed uomini nerboruti. Il proprietario si arricchì rapidamente, aprì un nuovo locale in via Poerio: la Sala Iride e si costruì a Posillipo una splendida dimora, divenuta oggi l’ospedale Fatebenefratelli.
Egli fu anche l’artefice del primo tentativo di dare voce al muto… collocando due attori ai lati dello schermo con degli altoparlanti al posto delle orchestrine, che aggiungevano un tocco di musica ad alcune scene. 
Poi nel 1928 la casa cinematografica di Lombardo si trasferisce a Roma dove sorgono con investimenti dello Stato grandi stabilimenti ed il sogno della Hollywood del Vesuvio tramonta tristemente, ma il cinema continuerà a nutrirsi della napoletanità come di una linfa vitale e vizi e difetti dei napoletani faranno da musa ispiratrice ad infiniti film di grande successo, da Le quattro giornate di Napoli a Il camorrista, da Carosello napoletano a La Sfida, da L’oro di Napoli a Le Mani sulla città e potremmo continuare a lungo, anche escludendo i più di cento film di Totò, un epifenomeno, un marziano, che va considerato come un pianeta a parte. Il cinema napoletano è stato un infinito palcoscenico di situazioni e sentimenti ed ha rispecchiato fino in fondo la sua innata carica di pathos. Fantasia ed ironia, antica saggezza e grande euforia, ma anche solidarietà e sofferenza si amalgamarono sapientemente con la poeticità delle sceneggiature, la varietà dei temi, la genialità artigianale, l’arte innata e versatile dei grandi interpreti e l’indiscutibile spettacolarità dei panorami. Dal felice connubio tra la musica, le arti, la poesia, il teatro ed il cinema è risultato un affascinante prorompente messaggio culturale che subito si è diffuso fuori dal contesto partenopeo, per divenire universale e simbolico dell’essere Italiani. La contraddittoria energia sprigionata dalla città, tante volte deprecata, è stata infatti capace di produrre per il cinema un patrimonio inestimabile di immagini, che narrano storie indissolubilmente impregnate di cruda realtà, capricciosa fantasia e sferzante ironia, antica saggezza e facile euforia. 
Nel dopoguerra vi sarà una curioso rigurgito con la velleitaria rinascita della Partenope film ad opera di Achille Lauro, l’ineffabile Comandante, che produrrà un film studiato apposta per Eliana Merolla, una bonazza della quale il vecchio armatore si era infatuato e che sposerà una volta divenuto vedovo. 
Rossellini in Paisà dipinge il senso dell’abbandono morale, del degrado, ma anche del desiderio di rinascere, suscitati dalla guerra fascista. Stessi temi sviluppati da Eduardo nella poetica Napoli milionaria. Vittorio De Sica gira L’oro di Napoli, tratto dai racconti dello scrittore Giuseppe Marotta. Ettore Giannini confeziona il capolavoro di Carosello napoletano (1953), che riesce a fondere lo spirito “alto” e quello “basso” dell’anima popolare napoletana: uno spettacolo totale, in cui canto, danza e recitazione s’intrecciano finemente in uno sfavillante caleidoscopio di storia e natura, sogno e realtà. Con La sfida, premiato alla Mostra di Venezia del 1958, Francesco Rosi coniuga denuncia e suspense con un rigore ed una tensione degni del noir americano e cinque anni dopo, con Le mani sulla città, accentua l’indignazione civile puntando il dito contro l’intreccio politico che favorisce il malaffare. 
Accanto ai film d’autore, esplode un nuovo boom di film popolari: un gran numero di film a basso costo, facile presa e grande guadagno, sprezzantemente definiti dalla critica “lacrimevoli”, che però venivano incontro al desiderio del pubblico di ritrovarsi con il proprio dialetto, le proprie canzoni, i propri volti e di appassionarsi a storie verosimili quanto improbabili, prevedibili quanto commoventi. I MaIaspina di Roberto Amoroso, costato due milioni di lire, ne incasserà trecentottanta, di cui quarantacinque provenienti da due sale di New York. 
Segnato dalle critiche, il cinema napoletano si avviava intanto al tramonto. Il panorama produttivo diventa man mano desolato. Si distingue ancora Salvatore Piscicelli con Immacolata e Concetta (1979) e Le occasioni di Rosa (1981) o Antonio Capuano con le sue desolanti denunce sociali.
Il film napoletano ha perso la battaglia contro una critica che non voleva più “sole, pizza e mandolino” (ma cosa voleva?) e si è rifugiato nel piccolo schermo dove ogni giorno, c’è spazio per Totò, Peppino De Filippo,Tina Pica e tanti altri eroi della napoletanità: I due orfanelli, Totò al giro d’Italia, Fifa e arena, Totò cerca casa, L’imperatore di Capri, Totò cerca moglie … in questi vilipesi capolavori di massa il fuoco della vita e della recita si bruciano nel trionfo della vitalità sottoproletaria, che non si piega alla speranze, né apre verso un lieto fine. L’arte d’arrangiarsi, la fame, l’imbroglio, la beffa, l’avidità sessuale perenne dichiarano guerra a tutte le istituzioni: Totò resta così per sempre il grande ambasciatore della napoletanità non addomesticata, il portabandiera irredimibile dell’indiavolata vitalità del sottosviluppo partenopeo, che è cinema e dramma nello stesso tempo.
La radio non ha primati da vantare, perché le prime trasmissioni ufficiali italiane partirono da Roma il 6 ottobre 1924, mentre Radio Napoli nacque, dopo alcuni mesi di esperimenti, il 28 ottobre 1926, prima in un appartamento di via Cesario Console e poi in una sede più adeguata in via Egiziaca a Pizzofalcone, dove dispose di un’orchestra stabile per la canzone napoletana. 
Anche la prima televisione privata nasce a Napoli, nonostante le pretese avanzate da Tele Biella. Il merito di questo altro primato che può vantare la città è del vulcanico ingegnere ed inventore partenopeo Pietrangelo Gregorio, il quale, il 23 dicembre del 1966, attivò il segnale via cavo di Telediffusione italiana – Telenapoli, il cui marchio venne ufficialmente registrato 4 anni dopo, il 17 dicembre 1970; per trasformarsi poi nel 1976 in Napoli Canale 21, grazie al sostegno economico dell’editore Andrea Torino.
L’ingegnere fu un rivoluzionario del tubo catodico, in un momento in cui imperava solitario il monopolio della televisione di Stato. Egli trasformò un cantinato in uno studio televisivo e sperimentò una televisione alternativa di quartiere, realizzata da un cittadino per i cittadini, dando a tutti la possibilità di esprimersi. 
Gregorio, ottantaduenne ed ancora attivo nel settore della web tv, come ci rievoca in un’intervista esclusiva, collegò ad un amplificatore le antenne del palazzo di piazza Cavour dove abitava e poi fece degli accordi con gli esercizi commerciali della zona, molti dei quali allestirono delle sale per assistere alle trasmissioni, che occupavano alcune ore serali e si basavano su notizie locali, canzoni, barzellette, cabaret e piccoli messaggi pubblicitari. Erano periodi eroici, non si poteva registrare e tutto avveniva in diretta. In contemporanea debuttavano sull’emittente gruppi comici destinati a divenire famosi come i Cabarinieri di Lucia Cassini, Renato Rutigliano ed Aldo De Martino.
Poi venne Filo diretto una trasmissione innovativa durante la quale si telefonava al pubblico che diveniva il vero protagonista, lamentandosi di ciò che non funzionava in città ed a volte chiedendo aiuto. Le istituzioni, prima guardinghe, in seguito erano attente ai contenuti del programma ed a volte esaudivano le richieste pubbliche degli spettatori.
Gregorio è anche l’autore della prima trasmissione a colori, avvenuta il 24 maggio 1971 ed è titolare di oltre 300 invenzioni di cui ha depositato il brevetto.
Nel 1973 Telenapoli poteva vantarsi di essere la più importante televisione via cavo d’Europa, contando su 380 chilometri di cavo, 6 studi televisivi e 150 dipendenti, tra cui 15 giornalisti.
Poi con la liberalizzazione dell’etere e l’abolizione della diffusione via cavo tutto cambiò. Le televisioni libere divennero commerciali, entrò in campo Berlusconi ed il mercato cambiò per sempre per divenire ciò che, nel bene e nel male, è ai nostri giorni. Tratto dal libro  “Napoletanità arte  miti e riti a Napoli  (vol. II)”  di Achille della Ragione

La nascita del cinema italiano è avvenuta all’ombra del Vesuvio, anzi, ad essere più precisi, sulla verde (allora) collina del Vomero, quando un secolo fa sorgeva la prima casa discografica made in Italy. 
Si tratta di un altro dei tanti primati della città di cui si è perso il ricordo, perché non basta certo una piccola targa per imprimere nella mente del distratto viandante quella straordinaria avventura rappresentata per anni da studios all’avanguardia e generazioni di tecnici ed artisti alternatisi nella produzione di molteplici pellicole proiettate nei cinematografi di tutta la penisola. 
Siamo ai primi del Novecento, in un momento di grandi cambiamenti a Napoli, che cerca di digerire la perdita del ruolo di capitale, attivandosi nel cambiare il volto della città attraverso il piccone del Risanamento, cercando di liberarsi dalla morsa del malaffare con l’inchiesta Saredo, che metterà in luce un perverso intreccio di interessi tra politica e camorra, purtroppo perpetuatosi fino ai nostri giorni. Sono i giorni della nascita dell’Ilva, che fornirà lavoro a migliaia di addetti, collaborando alla crescita di una coscienza operaia, ma che priverà per sempre i cittadini di una spiaggia formidabile, sono gli anni della Belle Epoque, dei divertimenti folli, del pullulare di fermenti artistici e letterari in perfetta sintonia con i circoli culturali europei. 
In questo fervore creativo si colloca la figura di Gustavo Lombardo, un giovane studente universitario, che dopo un’esperienza nel campo del noleggio dei film, una novità assoluta perché allora gli esercenti dovevano acquistarli, rilevò gli stabilimenti della Poli film, ed ampliandoli pose le fondamenta per la nascita di una Cinecittà partenopea.
In poco tempo si gireranno oltre cinquanta pellicole, caratterizzate non solo da un’ambientazione locale, ma anche da un respiro nazionale, le quali vedranno tra le principali interpreti Leda Gys, destinata a divenire una delle più celebri attrici del cinema italiano, all’epoca rigorosamente muto e la moglie del suo produttore.
Alcuni film erano delle traduzioni per lo schermo di celebri sceneggiate e lo sfondo per il racconto è rappresentato dal lungomare, dai vicoli, dalle feste popolari, dal porto, che in quei tristi anni significava emigrazione verso l’America, la meta preferita anche di tanti film accolti con un entusiasmo delirante dalle comunità oltreoceano, non solo dai napoletani, ma da tutti i meridionali, i quali riconoscevano ancora in Napoli la loro capitale morale. Spesso famosi tenori seguivano la tournee offrendo la loro voce per la colonna sonora, ma gli spettatori si accontentavano di poco e nonostante il muto, le immagini avevano una tale forza da sfociare nel sonoro…
In pochi anni in città si moltiplicano le case di produzione più o meno piccole, quasi tutte a livello artigianale, a volte addirittura a conduzione familiare, tra queste ricordiamo la Vesuvio film di Roberto Troncone sorta nel 1908 in una ridente villetta del Vomero, con i suoi attrezzati teatri di posa e le sue dive come la mitica Francesca Bertini. All'inizio degli anni Venti, la Dora Film dei Notari (Nicola nelle vesti di produttore, regista e operatore, sua moglie Elvira in quelle di soggettista e regista ed il figlio Eduardo, col soprannome di Gennariello, in quelle di attore) sopravvisse alla crisi dell’epoca conquistando le folle degli emigrati in America. Le sequenze dei celebri A santa notte o È piccerella si sincronizzavano sull’accompagnamento del pianoforte, mentre le didascalie esprimevano con un lessico che imitava la forma spezzata del dialetto. Il bianco e nero stilizzava una Napoli insieme arcadica e tragica, mentre gli attori recitano con sentimentale impeto. Si gira quasi tutto all’esterno, perché negli interni vi è un insormontabile problema di illuminazione.
In contemporanea alla produzione di film sorgono come funghi i luoghi della fruizione: i cinematografi. La prima a nascere è la Sala Recanati, sorta nel 1897, a cui seguirono la Sala Roma in Galleria, il Salon Parisien in piazza Municipio, il Vittoria in via Roma e l’Olympia in via Chiaia. 
Tra le altre merita un cenno la Sala Cattaneo, nata dalla trasformazione di uno squallido baraccone dove si esibivano donne barbute ed uomini nerboruti. Il proprietario si arricchì rapidamente, aprì un nuovo locale in via Poerio: la Sala Iride e si costruì a Posillipo una splendida dimora, divenuta oggi l’ospedale Fatebenefratelli.
Egli fu anche l’artefice del primo tentativo di dare voce al muto… collocando due attori ai lati dello schermo con degli altoparlanti al posto delle orchestrine, che aggiungevano un tocco di musica ad alcune scene. 
Poi nel 1928 la casa cinematografica di Lombardo si trasferisce a Roma dove sorgono con investimenti dello Stato grandi stabilimenti ed il sogno della Hollywood del Vesuvio tramonta tristemente, ma il cinema continuerà a nutrirsi della napoletanità come di una linfa vitale e vizi e difetti dei napoletani faranno da musa ispiratrice ad infiniti film di grande successo, da Le quattro giornate di Napoli a Il camorrista, da Carosello napoletano a La Sfida, da L’oro di Napoli a Le Mani sulla città e potremmo continuare a lungo, anche escludendo i più di cento film di Totò, un epifenomeno, un marziano, che va considerato come un pianeta a parte. Il cinema napoletano è stato un infinito palcoscenico di situazioni e sentimenti ed ha rispecchiato fino in fondo la sua innata carica di pathos. Fantasia ed ironia, antica saggezza e grande euforia, ma anche solidarietà e sofferenza si amalgamarono sapientemente con la poeticità delle sceneggiature, la varietà dei temi, la genialità artigianale, l’arte innata e versatile dei grandi interpreti e l'indiscutibile spettacolarità dei panorami. Dal felice connubio tra la musica, le arti, la poesia, il teatro ed il cinema è risultato un affascinante prorompente messaggio culturale che subito si è diffuso fuori dal contesto partenopeo, per divenire universale e simbolico dell’essere Italiani. La contraddittoria energia sprigionata dalla città, tante volte deprecata, è stata infatti capace di produrre per il cinema un patrimonio inestimabile di immagini, che narrano storie indissolubilmente impregnate di cruda realtà, capricciosa fantasia e sferzante ironia, antica saggezza e facile euforia. 
Nel dopoguerra vi sarà una curioso rigurgito con la velleitaria rinascita della Partenope film ad opera di Achille Lauro, l’ineffabile Comandante, che produrrà un film studiato apposta per Eliana Merolla, una bonazza della quale il vecchio armatore si era infatuato e che sposerà una volta divenuto vedovo. 
Rossellini in Paisà dipinge il senso dell'abbandono morale, del degrado, ma anche del desiderio di rinascere, suscitati dalla guerra fascista. Stessi temi sviluppati da Eduardo nella poetica Napoli milionaria. Vittorio De Sica gira L'oro di Napoli, tratto dai racconti dello scrittore Giuseppe Marotta. Ettore Giannini confeziona il capolavoro di Carosello napoletano (1953), che riesce a fondere lo spirito "alto" e quello "basso" dell'anima popolare napoletana: uno spettacolo totale, in cui canto, danza e recitazione s'intrecciano finemente in uno sfavillante caleidoscopio di storia e natura, sogno e realtà. Con La sfida, premiato alla Mostra di Venezia del 1958, Francesco Rosi coniuga denuncia e suspense con un rigore ed una tensione degni del noir americano e cinque anni dopo, con Le mani sulla città, accentua l'indignazione civile puntando il dito contro l'intreccio politico che favorisce il malaffare. 
Accanto ai film d'autore, esplode un nuovo boom di film popolari: un gran numero di film a basso costo, facile presa e grande guadagno, sprezzantemente definiti dalla critica "lacrimevoli", che però venivano incontro al desiderio del pubblico di ritrovarsi con il proprio dialetto, le proprie canzoni, i propri volti e di appassionarsi a storie verosimili quanto improbabili, prevedibili quanto commoventi. I MaIaspina di Roberto Amoroso, costato due milioni di lire, ne incasserà trecentottanta, di cui quarantacinque provenienti da due sale di New York. 
Segnato dalle critiche, il cinema napoletano si avviava intanto al tramonto. Il panorama produttivo diventa man mano desolato. Si distingue ancora Salvatore Piscicelli con Immacolata e Concetta (1979) e Le occasioni di Rosa (1981) o Antonio Capuano con le sue desolanti denunce sociali.
Il film napoletano ha perso la battaglia contro una critica che non voleva più “sole, pizza e mandolino” (ma cosa voleva?) e si è rifugiato nel piccolo schermo dove ogni giorno, c’è spazio per Totò, Peppino De Filippo,Tina Pica e tanti altri eroi della napoletanità: I due orfanelli, Totò al giro d'Italia, Fifa e arena, Totò cerca casa, L'imperatore di Capri, Totò cerca moglie … in questi vilipesi capolavori di massa il fuoco della vita e della recita si bruciano nel trionfo della vitalità sottoproletaria, che non si piega alla speranze, né apre verso un lieto fine. L'arte d'arrangiarsi, la fame, l'imbroglio, la beffa, l'avidità sessuale perenne dichiarano guerra a tutte le istituzioni: Totò resta così per sempre il grande ambasciatore della napoletanità non addomesticata, il portabandiera irredimibile dell'indiavolata vitalità del sottosviluppo partenopeo, che è cinema e dramma nello stesso tempo.
La radio non ha primati da vantare, perché le prime trasmissioni ufficiali italiane partirono da Roma il 6 ottobre 1924, mentre Radio Napoli nacque, dopo alcuni mesi di esperimenti, il 28 ottobre 1926, prima in un appartamento di via Cesario Console e poi in una sede più adeguata in via Egiziaca a Pizzofalcone, dove dispose di un’orchestra stabile per la canzone napoletana. 
Anche la prima televisione privata nasce a Napoli, nonostante le pretese avanzate da Tele Biella. Il merito di questo altro primato che può vantare la città è del vulcanico ingegnere ed inventore partenopeo Pietrangelo Gregorio, il quale, il 23 dicembre del 1966, attivò il segnale via cavo di Telediffusione italiana – Telenapoli, il cui marchio venne ufficialmente registrato 4 anni dopo, il 17 dicembre 1970; per trasformarsi poi nel 1976 in Napoli Canale 21, grazie al sostegno economico dell’editore Andrea Torino.
L’ingegnere fu un rivoluzionario del tubo catodico, in un momento in cui imperava solitario il monopolio della televisione di Stato. Egli trasformò un cantinato in uno studio televisivo e sperimentò una televisione alternativa di quartiere, realizzata da un cittadino per i cittadini, dando a tutti la possibilità di esprimersi. 
Gregorio, ottantaduenne ed ancora attivo nel settore della web tv, come ci rievoca in un’intervista esclusiva, collegò ad un amplificatore le antenne del palazzo di piazza Cavour dove abitava e poi fece degli accordi con gli esercizi commerciali della zona, molti dei quali allestirono delle sale per assistere alle trasmissioni, che occupavano alcune ore serali e si basavano su notizie locali, canzoni, barzellette, cabaret e piccoli messaggi pubblicitari. Erano periodi eroici, non si poteva registrare e tutto avveniva in diretta. In contemporanea debuttavano sull’emittente gruppi comici destinati a divenire famosi come i Cabarinieri di Lucia Cassini, Renato Rutigliano ed Aldo De Martino.
Poi venne Filo diretto una trasmissione innovativa durante la quale si telefonava al pubblico che diveniva il vero protagonista, lamentandosi di ciò che non funzionava in città ed a volte chiedendo aiuto. Le istituzioni, prima guardinghe, in seguito erano attente ai contenuti del programma ed a volte esaudivano le richieste pubbliche degli spettatori.
Gregorio è anche l’autore della prima trasmissione a colori, avvenuta il 24 maggio 1971 ed è titolare di oltre 300 invenzioni di cui ha depositato il brevetto.
Nel 1973 Telenapoli poteva vantarsi di essere la più importante televisione via cavo d’Europa, contando su 380 chilometri di cavo, 6 studi televisivi e 150 dipendenti, tra cui 15 giornalisti.
Poi con la liberalizzazione dell’etere e l’abolizione della diffusione via cavo tutto cambiò. Le televisioni libere divennero commerciali, entrò in campo Berlusconi ed il mercato cambiò per sempre per divenire ciò che, nel bene e nel male, è ai nostri giorni. Tratto dal libro  "Napoletanità arte  miti e riti a Napoli  (vol. II)"  di Achille della Ragione