A CASELLE IN PITTARI EMOZIONI TRA FENOMENI CARSICI, ABBAZIE E SANTUARI

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Il pezzo che segue l’ho scritto ad inizio estate dell’anno scorso. Lo ripropongo  perché è di attualità se visto nella direzione  della proposta della  creazione di una CITTA’ DEL GOLFO DI POLICASTRO  che accorpi i paesi  delle marina e quelli della collina che  si aprono a luminoso anfiteatro verso l’interno ricco di straordinarie sorprese e di cui ho discusso di recente con l’onorevole Gianni Fortunato. La tappa del viaggio è CASELLE IN PITTARI.

 

L’inghiottitoio è nella grotta “La rupe”, in uno scenario da gironi danteschi con i costoni che precipitano ripidi ad imbuto fino a quella apertura, orrida e bellissima insieme, da caverna preistorica che ingoia acqua e vento, gnomi e fate. Pare che ne conservi il tragico segreto della fine di Alarico, che vi trovò volontaria morte con cavallo e tesoro- La leggenda non ha il supporto del rigore della storia, ma è ugualmente ricca di fascino e di mistero. Sono miti e leggende, paure e misteri  legati al fenomeno carsico, che qui è frequente.

Mi trovo alla periferia di Caselle in  Pittari, in cui trionfa la vegetazione della macchia  mediterranea, proprio dove il  Bussento  si inforra e si inabissa per riemergere, poi, a cinque chilometri a valle nella straordinaria risorgiva di Morigerati. Sono arrivato fin quassù  dalla costa di Policastro. La strada sale  a tornanti nella pace serena della campagna verde. I brevi pianori ostentano il fasto della fioritura: il rosso dei papaveri, il velluto viola del cardo, il bianco virgineo della mortella, la neve sporca del  rosmarino, il  rosa screziato delle bocche di  leone spontanee, i ciuffi profumati di lavanda. Nella vallata rotola e riecheggia gorgogliando il campanaccio di una mandria alla pastura brada. Il Parco del Cilento si mostra con disinvolta eleganza in tutta la bellezza di una natura intatta nei pochi chilometri che mi portano alle falde del Monte Pittari salendo da Morigerati. Gli unici a non vederla e gustarla sono  i rappresentanti della “governance” del Parco, esempio emblematico di una lottizzazione nella logica bieca e becera del familismo e del clientelismo  che premia gli incapaci a tutto danno delle  potenzialità inespresse e mortificate del territorio.

Caselle mi si para dinanzi, all’improvviso, ad una svolta con quel grumo di case arroccate sulla collina fino a scalare la cuspide di un castello turrito, che, pur se annerito  e slabbrato dal tempo, narra ancora la sua storia di potenza e dominio. La posizione strategica  a guardia del corso del  Bussento  e dell’unica strada di comunicazione tra il mare del Golfo ed il Vallo del Diano fece della contrada una postazione ambita da Greci e Romani, Lucani e Sanniti, Longobardi e Svevi, Angioini e Spagnoli. E le tracce del loro passaggio sono ben visibili in un territorio, che vanta reperti archeologici, chiese rupestri, castelli e dimore gentilizie. E le risposte sul prestigio delle origini ce le fornisce innanzitutto l’archeologia. Qui, infatti, fiorì un tempo La città di “Laurelli”, che una campagna di scavi ancora in corso ha evidenziato in tutta la sua ricchezza di tombe, monili, monete ed abitazioni. Qui di sicuro ci fu un “Frurion/castrum” fortificato per la tutela dei traffici  e dei commerci lungo la via di comunicazione dal mare alle zone interne, soprattutto il Vallo del Diano, ricchi di agricoltura di qualità  e  di lì, attraverso Atena e Grumentum, fino allo sbocco sull’altro mare, lo Ionio, al porto di Sibari.

Ma questa è anche terra di monachesimo. Qui approdarono  con il  carico pietoso di libri di preghiera e sacre icone i basiliani per sfuggire alla persecuzione iconoclasta. Trovarono rifugio nelle grotte inaccessibili dei monti e vi fondarono laure e cenobi, abbazie e chiese rupestri. Ne  è testimonianza , l’Abbazia,  “ ’A bbazia” come la chiamano da queste parti nella ruvida sonorità del dialetto e i cui resti sono ancora visibili nella grotta del  Monte Pittari. Ma il fiore all’occhiello della tradizione culturale e religiosa di questo borgo antico in solitaria contemplazione di monti e vallate, gole profonde e sereni pianori, torrenti impetuosi  e laghi artificiali, è il Santuario di San Michele. Il  culto dell’Arcangelo, di provenienza frigio/bizantina, fu di certo introdotto dai monaci italo/greci. Lo potenziarono i Longobardi, che, convertitisi al cristianesimo, identificarono nell’arcangelo/guerriero la qualità del dio Odino. E a saper leggere nei graffiti della grotta, tra altari, sedili e conche scolpite si risale ad antichissimi culti precristiani. La venerazione di un dio barbuto, “ ’ U Pataterno Viecchio” fa pensare al culto di Giove o addirittura ad un antico culto cataro, dal momento che si narra che da una di queste grotte si può accedere ad  un fiume sotterraneo che solo gli eletti potevano attraversare o navigare per scoprire i suoi segreti. E ritornano ancora una volta miti e leggende del  fenomeno carsico, di cui il Bussento  è l’esempio più rappresentativo.

Storia nobile quella di Caselle in Pittari che riserva non poche sorprese per gli appassionati di etnoantropologia.  Ma le sorprese non mancano neppure per gli appassionati di trekking che  qui hanno la possibilità di percorrere in serenità sentieri di montagna alla scoperta di flora e fauna e dissetarsi  a polle  freschissime di sorgenti limpide. Una ragione in più per i turisti che amano il relax per avventurarsi tra questi monti, lontano dalle spiagge spesso chiassose della costa. E non se ne pentiranno, anche perché Caselle offre delizie  enogastronomiche di sapori antichi, offerte con la disinvolta signorilità di una calda ospitalità. Ci sono tutte le condizioni per emozioni  di poesia, come versi servi che seguono : Il Pittari  che incombe sulla valle/è scrigno di tesori nelle grotte/ a disvelarti culti nelle chiese/ che vegliano sul verde di campagna/ “La rupe” che s’inforra  a precipizio/sigilla d’Alarico  il gran segreto/di cavallo e tesoro  inabissati/I monaci qui vennero a rifugio/con  sacre  icone e libri di preghiera/ Lo testimonia ancora l’Abbazia/che venera l’Arcangelo Michele/ i Greci  vi fondarono Laurelli/ a difesa dei traffici dal mare/E resta il segno del passaggio antico/nelle tombe con sfarzo di monili.

 

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it  

Il pezzo che segue l’ho scritto ad inizio estate dell’anno scorso. Lo ripropongo  perché è di attualità se visto nella direzione  della proposta della  creazione di una CITTA’ DEL GOLFO DI POLICASTRO  che accorpi i paesi  delle marina e quelli della collina che  si aprono a luminoso anfiteatro verso l’interno ricco di straordinarie sorprese e di cui ho discusso di recente con l’onorevole Gianni Fortunato. La tappa del viaggio è CASELLE IN PITTARI.

 

L’inghiottitoio è nella grotta “La rupe”, in uno scenario da gironi danteschi con i costoni che precipitano ripidi ad imbuto fino a quella apertura, orrida e bellissima insieme, da caverna preistorica che ingoia acqua e vento, gnomi e fate. Pare che ne conservi il tragico segreto della fine di Alarico, che vi trovò volontaria morte con cavallo e tesoro- La leggenda non ha il supporto del rigore della storia, ma è ugualmente ricca di fascino e di mistero. Sono miti e leggende, paure e misteri  legati al fenomeno carsico, che qui è frequente.

Mi trovo alla periferia di Caselle in  Pittari, in cui trionfa la vegetazione della macchia  mediterranea, proprio dove il  Bussento  si inforra e si inabissa per riemergere, poi, a cinque chilometri a valle nella straordinaria risorgiva di Morigerati. Sono arrivato fin quassù  dalla costa di Policastro. La strada sale  a tornanti nella pace serena della campagna verde. I brevi pianori ostentano il fasto della fioritura: il rosso dei papaveri, il velluto viola del cardo, il bianco virgineo della mortella, la neve sporca del  rosmarino, il  rosa screziato delle bocche di  leone spontanee, i ciuffi profumati di lavanda. Nella vallata rotola e riecheggia gorgogliando il campanaccio di una mandria alla pastura brada. Il Parco del Cilento si mostra con disinvolta eleganza in tutta la bellezza di una natura intatta nei pochi chilometri che mi portano alle falde del Monte Pittari salendo da Morigerati. Gli unici a non vederla e gustarla sono  i rappresentanti della “governance” del Parco, esempio emblematico di una lottizzazione nella logica bieca e becera del familismo e del clientelismo  che premia gli incapaci a tutto danno delle  potenzialità inespresse e mortificate del territorio.

Caselle mi si para dinanzi, all’improvviso, ad una svolta con quel grumo di case arroccate sulla collina fino a scalare la cuspide di un castello turrito, che, pur se annerito  e slabbrato dal tempo, narra ancora la sua storia di potenza e dominio. La posizione strategica  a guardia del corso del  Bussento  e dell’unica strada di comunicazione tra il mare del Golfo ed il Vallo del Diano fece della contrada una postazione ambita da Greci e Romani, Lucani e Sanniti, Longobardi e Svevi, Angioini e Spagnoli. E le tracce del loro passaggio sono ben visibili in un territorio, che vanta reperti archeologici, chiese rupestri, castelli e dimore gentilizie. E le risposte sul prestigio delle origini ce le fornisce innanzitutto l’archeologia. Qui, infatti, fiorì un tempo La città di “Laurelli”, che una campagna di scavi ancora in corso ha evidenziato in tutta la sua ricchezza di tombe, monili, monete ed abitazioni. Qui di sicuro ci fu un “Frurion/castrum” fortificato per la tutela dei traffici  e dei commerci lungo la via di comunicazione dal mare alle zone interne, soprattutto il Vallo del Diano, ricchi di agricoltura di qualità  e  di lì, attraverso Atena e Grumentum, fino allo sbocco sull’altro mare, lo Ionio, al porto di Sibari.

Ma questa è anche terra di monachesimo. Qui approdarono  con il  carico pietoso di libri di preghiera e sacre icone i basiliani per sfuggire alla persecuzione iconoclasta. Trovarono rifugio nelle grotte inaccessibili dei monti e vi fondarono laure e cenobi, abbazie e chiese rupestri. Ne  è testimonianza , l’Abbazia,  “ ’A bbazia” come la chiamano da queste parti nella ruvida sonorità del dialetto e i cui resti sono ancora visibili nella grotta del  Monte Pittari. Ma il fiore all’occhiello della tradizione culturale e religiosa di questo borgo antico in solitaria contemplazione di monti e vallate, gole profonde e sereni pianori, torrenti impetuosi  e laghi artificiali, è il Santuario di San Michele. Il  culto dell’Arcangelo, di provenienza frigio/bizantina, fu di certo introdotto dai monaci italo/greci. Lo potenziarono i Longobardi, che, convertitisi al cristianesimo, identificarono nell’arcangelo/guerriero la qualità del dio Odino. E a saper leggere nei graffiti della grotta, tra altari, sedili e conche scolpite si risale ad antichissimi culti precristiani. La venerazione di un dio barbuto, “ ’ U Pataterno Viecchio” fa pensare al culto di Giove o addirittura ad un antico culto cataro, dal momento che si narra che da una di queste grotte si può accedere ad  un fiume sotterraneo che solo gli eletti potevano attraversare o navigare per scoprire i suoi segreti. E ritornano ancora una volta miti e leggende del  fenomeno carsico, di cui il Bussento  è l’esempio più rappresentativo.

Storia nobile quella di Caselle in Pittari che riserva non poche sorprese per gli appassionati di etnoantropologia.  Ma le sorprese non mancano neppure per gli appassionati di trekking che  qui hanno la possibilità di percorrere in serenità sentieri di montagna alla scoperta di flora e fauna e dissetarsi  a polle  freschissime di sorgenti limpide. Una ragione in più per i turisti che amano il relax per avventurarsi tra questi monti, lontano dalle spiagge spesso chiassose della costa. E non se ne pentiranno, anche perché Caselle offre delizie  enogastronomiche di sapori antichi, offerte con la disinvolta signorilità di una calda ospitalità. Ci sono tutte le condizioni per emozioni  di poesia, come versi servi che seguono : Il Pittari  che incombe sulla valle/è scrigno di tesori nelle grotte/ a disvelarti culti nelle chiese/ che vegliano sul verde di campagna/ “La rupe” che s’inforra  a precipizio/sigilla d’Alarico  il gran segreto/di cavallo e tesoro  inabissati/I monaci qui vennero a rifugio/con  sacre  icone e libri di preghiera/ Lo testimonia ancora l’Abbazia/che venera l’Arcangelo Michele/ i Greci  vi fondarono Laurelli/ a difesa dei traffici dal mare/E resta il segno del passaggio antico/nelle tombe con sfarzo di monili.

 

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it