Su Matteo Ricci.

0

Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo una riflessione su Matteo Ricci di Pierfranco Bruni, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e Responsabile del Progetto “Minoranze Linguistiche ed Etnie” del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per i Beni Librari, le Biblioteche e il Diritto d’Autore.

 

L’incontro con l’altro nella attualità della missione dei Gesuiti con la testimonianza di Matteo Ricci nella Parola di Papa Francesco.
di Pierfranco Bruni
 
La modernità della cultura gesuita trova, soprattutto, in un tale contesto storico, una chiave di lettura importante. La formazione di Papa Francesco nasce proprio tra le vie della attualizzazione del confronto tra Occidente ed Oriente. Gli Occidenti sono le diversità degli Oceani. Gli Orienti sono le articolazioni del mondo asiatico e dei Mediterranei. Un interprete di questi mondi resta Matteo Ricci. Matteo Ricci (Macerata 1552 – Pechino 1610)  ha tracciato la sua testimonianza lungo gli intrecci di una religiosità che ha come elemento fondante l’amicizia. L’amicizia tra i popoli.
In Papa Francesco la presenza delle missioni di Matteo Ricci restano punti di riferimento. C’è da dire che è intorno al confucianesimo e al cristianesimo l’identità orientale e quella occidentale possono trovare una chiave di lettura che focalizzi l’importanza della cultura come eredità e la fede come illuminazione. Un tema che ha permesso a Matteo Ricci di intavolare un dialogo tra l’Occidente e la via della seta che conduce alla Cina. Proprio da un presupposto confuciano, dopo la lettura e l’interpretazione Buddista, parte il viaggio di entrare e permanere nella Cina delle dinastie. Da un concetto chiave di Confucio presente nei “Dialoghi” (opera dei “Testi confuciani”): “Confucio disse: ‘Considerate essenziali la lealtà e la sincerità. Non stringete amicizia con chi non è simile a voi. Quando sbagliate non temete di correggervi’”, si avvia un processo in cui la saggezza classica occidentale si confronta con le dottrine dell’Oriente.
Ma in Matteo Ricci sono chiaramente presenti oltre alla figura imponente di Cicerone personalità forti come Seneca, Aristotele, Plutarco, Diogene Laerzio nell’intreccio determinante agostiniano che trovano un contatto con la tradizione della poesia cinese T’ang.
Il periodo T’ang è l’espressione delle melodie delle stagioni attraverso il cantico di tre componenti: l’estasi per la natura, l’amicizia e l’amore. Matteo Ricci riesce ad enucleare, in terni culturali, la visione occidentale della saggezza come virtù e l’amicizia confuciana come offerta che nasce dalla via del cuore.
Nel suo libro sull’amicizia Matteo Ricci pone culturalmente due esigenze: la ragione e la giustizia filtrate dal senso dell’obbedienza e dal bisogno d’amore. Le due culture, quella dell’Occidente e quella della Cina, possono essere compatibili proprio sul piano dei contenuti che il tema dell’amicizia può esprimere.
I popoli e le civiltà si incontrano e si intrecciano proprio lungo le “strade” della conoscenza e della capacità di vivere la comprensione come modello di una identità della reciprocità. Una antropologia che è dentro la storia che diventa non solo viaggio ma raccordo di memorie soprattutto quando si ha bisogno di penetrare realtà che sembrano distanti e che la distanza possa sembrare incolmabile.
L’Occidente e l’Oriente sono geografie, sono territori, sono espressione di modelli etnici, sono l’esempio e la testimonianza di valenze culturali in cui le eredità pur non diventando condivisioni si enucleano intorno al concetto di contaminazioni. Si parla di Matteo Ricci, il gesuita, lo scienziato, lo scrittore, il cartografo. Il maceratese viaggiò non alla ricerca di luoghi e tanto meno nella testimonianza di un suo bisogno sia esistenziale che identitario ma nella certezza di una trasmissione evangelica in cui il bisogno di fede e di apostolato costituivano il volto della speranza nel segno del divino.
Porre all’attenzione l’Occidente dentro un Oriente dalla profondi confessioni vissute nella tolleranza ha significato per l’Europa entrare in un tessuto chiaramente culturale ma radicalmente dentro una linea filosofica che segnava un cammino pre – socratico. Matteo Ricci non era solo il maestri dell’Occidente. Era il Cristiano che aveva ben capito la funzione di una religione che aveva la necessità di confrontarsi con altre fede mai dimenticando di vivere la parola anche come filosofia.
E da questo punto di vista il Confucianesimo nella sua prima istanza poneva una premessa che era certamente filosofica ma di una filosofia legata alla fede e ad una eredità religiosa in cui il segno principale era dato dalla illuminazione. Comprende molto bene questo passaggio, Matteo Ricci, perché nel suo Catechismo (ovvero nel testo dal titolo: “Il vero significato del Signore del Cielo” pubblicato in cinese nel 1607) il dialogo tra cultura e fede diventa un vero atto di comprensione in una visione di differenti approcci storici ed epistemologici.
Il dialogo che si struttura è tutto giocato tra un letterato occidentale e un letterato cinese. Otto conversazioni al cui centro insiste il concetto di rivelazione. La figura del Dio Creatore e Ordinatore dell’Universo e alcune contraddizioni che provengono dal concetto di “Realtà Divina”. Chiaramente alla base del discorso si sottolinea l’importanza dell’inculturazione. Ma Matteo Ricci diventa cinese tra i cinesi affidandosi completamente ad un passaggio che è quello fondamentale che va dal Buddismo al Confucianesimo.
La cultura cinese ha avuto sempre nella propria visione una dimensione di aristocrazia e di nobiltà nella testimonianza della memoria. La funzione di Matteo Ricci è stata quella del definirsi proprio nell’incontro tra una formazione occidentale aristocratica anche in termini di eredità culturale e l’incontro con la funzione che l’aristocrazia culturale ha avuto all’interno dei processi dinastici cinesi. Questo gli ha permesso di non accettare mai la visione di una Europa colonizzante. Anzi criticò vistosamente la colonizzazione nelle Indie e la sua formazione di cristiano gesuita permise di intraprendere una sottile e sostanziale inculturalizzazione. Ma dove si avverte questo snodo fondante.
Si tratta piuttosto di una svolta missionaria. Matteo Ricci abbandonò completamente il buddismo, sul quale aveva fatto perno per avviare un rapporto con le terre della Cina, ed entrò a far parte del letterato contesto imperiale. Una missione che non partiva dal basso ma interagiva tra i modelli culturali occidentali e le case dei letterati della Cina nella corte imperiale.
Da questo punto di vista il suo essere missionario non ebbe una iniziazione a mò di pellegrino ma fu un missionario portatore di una eredità che era quella della cristianità vissuta in una antropologia fortemente caratterizzata dalla cultura. Diede a questo dialogo una potenza magica e coniugò la totalità del cosmo con la potenza magica del presente in una visione di centralità verso la “provvidenza divina”. Ovvero a leggere il sesto dialogo del Catechismo si apprende bene l’incontro tra il letterato cinese e quello occidentale.
Il letterato cinese afferma che ha appreso dal letterato occidentale che per prima cosa c’è il “Sovrano dell’Alto”, il quale deve essere onorato degnamente e subito dopo viene l’uomo. Tutto ciò dice il cinese lo ha appreso dal letterato occidentale. Sembrano definizioni esemplificative ma il divino e l’umano sono parti integranti di un processo religioso che diventa culturale. In un Rinascimento occidentale l’uomo cinese apprende la valorizzazione dell’umanesimo.
Tanto che il letterato cinese a conclusione dell’ultimo dialogo si concederà con queste parole rivolgendosi al letterato occidentale: “Devo tornare a casa, riconsiderare gli insegnamenti che ho udito e scriverli in modo da non dimenticarli. Credo che il Signore del Cielo la proteggerà, in modo che possa diffondere i Suoi insegnamenti, facendo sì che ogni famiglia in Cina li tramandi di generazione in generazione, cosicché ogni persona li canti, e cosicché ognuno coltivi la bontà e desista dal compiere il male. Il contributo che ciò porterà al benessere generale del genere umano sarà così grande da non poter essere calcolato!”.
Così Matteo Ricci era considerato in Cina. Un religioso che ha usato gli strumenti sia della fede che della cultura, ovvero del mistero e della “ragione poetica”, direbbe Maria Zambrano, per testimoniarsi in una civiltà coraggiosa ma intrecciata nel difendersi dai Tartari e dai Barbari. Da “barbaro” Matteo Ricci ha introdotto nella corte imperiale della dinastia cinese l’etimologia di Occidente come civiltà attraverso il rispetto della ritualità cinese e l’affermazione del bene portato dal Signore del Cielo. Una contestualizzazione in cui è necessario comprendere la possibilità del dialogo tra modelli completamente diversi ma accomunati dal concetto di assoluto, di anima, di tempo, di destino.
In Cina il tema dell’amicizia rientrava nei cinque riferimenti essenziali che guidavano il corso della vita. Tanto che nella Prefazione al “Trattato sull’amicizia” di Martino Martini, Shen Guangyu sostiene: “L’amicizia è qualcosa che ci viene concessa da Dio e perciò è una delle cinque relazioni sociali. Le cinque relazioni sociali si completano a vicenda e si compenetrano l’un l’altra, ma l’amicizia lo fa in maniera più completa e più profonda. A tal punto essa è indispensabile alle altre, a tal punto essa costituisce un esempio per esse, che a parlarne non troveremmo le parole, a scriverne non finiremmo poi di leggere, a pensarci non finiremmo poi di meditare”.
Le civiltà si incontrano e si parlano intorno alle relazioni sociali. È questo il percorso ben compreso da Matteo Ricci e definito proprio nell’incontro tra civiltà e culture in una sintesi ben espressa da Feng Yingjing, riflettendo sui temi esposti da Matteo Ricci sull’amicizia come saggezza e come dono, che è quella del rapporto tra mentalità e dottrina. Ovvero: “… sempre più mi sono convinto che mentalità e dottrina dell’Oriente e dell’Occidente sono identiche”.  Un incontro possibile che ha come mezzo la cultura e come fine il dato missionario cristiano. Per fare ciò Matteo Ricci segue alcuni percorsi che non sono quelli direttamente religiosi – confessionali ma sono, invece, quelli dettati da elementi letterari e filosofici, da modelli umanistici e scientifici, da sentimenti comuni come, appunto, il sentiero dell’amicizia. Lungo questo sentiero il cammino di Papa Francesco diventa un cammino missionario sui temi dell’incontro con l’altro. La testimonianza di Matteo Ricci è nella Parola missionaria di Papa Francesco.

 

Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo una riflessione su Matteo Ricci di Pierfranco Bruni, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche "Francesco Grisi" e Responsabile del Progetto “Minoranze Linguistiche ed Etnie” del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per i Beni Librari, le Biblioteche e il Diritto d’Autore.

 

L’incontro con l’altro nella attualità della missione dei Gesuiti con la testimonianza di Matteo Ricci nella Parola di Papa Francesco.
di Pierfranco Bruni

 
La modernità della cultura gesuita trova, soprattutto, in un tale contesto storico, una chiave di lettura importante. La formazione di Papa Francesco nasce proprio tra le vie della attualizzazione del confronto tra Occidente ed Oriente. Gli Occidenti sono le diversità degli Oceani. Gli Orienti sono le articolazioni del mondo asiatico e dei Mediterranei. Un interprete di questi mondi resta Matteo Ricci. Matteo Ricci (Macerata 1552 – Pechino 1610)  ha tracciato la sua testimonianza lungo gli intrecci di una religiosità che ha come elemento fondante l’amicizia. L’amicizia tra i popoli.
In Papa Francesco la presenza delle missioni di Matteo Ricci restano punti di riferimento. C’è da dire che è intorno al confucianesimo e al cristianesimo l’identità orientale e quella occidentale possono trovare una chiave di lettura che focalizzi l’importanza della cultura come eredità e la fede come illuminazione. Un tema che ha permesso a Matteo Ricci di intavolare un dialogo tra l’Occidente e la via della seta che conduce alla Cina. Proprio da un presupposto confuciano, dopo la lettura e l’interpretazione Buddista, parte il viaggio di entrare e permanere nella Cina delle dinastie. Da un concetto chiave di Confucio presente nei “Dialoghi” (opera dei “Testi confuciani”): “Confucio disse: ‘Considerate essenziali la lealtà e la sincerità. Non stringete amicizia con chi non è simile a voi. Quando sbagliate non temete di correggervi’”, si avvia un processo in cui la saggezza classica occidentale si confronta con le dottrine dell’Oriente.
Ma in Matteo Ricci sono chiaramente presenti oltre alla figura imponente di Cicerone personalità forti come Seneca, Aristotele, Plutarco, Diogene Laerzio nell’intreccio determinante agostiniano che trovano un contatto con la tradizione della poesia cinese T’ang.
Il periodo T’ang è l’espressione delle melodie delle stagioni attraverso il cantico di tre componenti: l’estasi per la natura, l’amicizia e l’amore. Matteo Ricci riesce ad enucleare, in terni culturali, la visione occidentale della saggezza come virtù e l’amicizia confuciana come offerta che nasce dalla via del cuore.
Nel suo libro sull’amicizia Matteo Ricci pone culturalmente due esigenze: la ragione e la giustizia filtrate dal senso dell’obbedienza e dal bisogno d’amore. Le due culture, quella dell’Occidente e quella della Cina, possono essere compatibili proprio sul piano dei contenuti che il tema dell’amicizia può esprimere.
I popoli e le civiltà si incontrano e si intrecciano proprio lungo le “strade” della conoscenza e della capacità di vivere la comprensione come modello di una identità della reciprocità. Una antropologia che è dentro la storia che diventa non solo viaggio ma raccordo di memorie soprattutto quando si ha bisogno di penetrare realtà che sembrano distanti e che la distanza possa sembrare incolmabile.
L’Occidente e l’Oriente sono geografie, sono territori, sono espressione di modelli etnici, sono l’esempio e la testimonianza di valenze culturali in cui le eredità pur non diventando condivisioni si enucleano intorno al concetto di contaminazioni. Si parla di Matteo Ricci, il gesuita, lo scienziato, lo scrittore, il cartografo. Il maceratese viaggiò non alla ricerca di luoghi e tanto meno nella testimonianza di un suo bisogno sia esistenziale che identitario ma nella certezza di una trasmissione evangelica in cui il bisogno di fede e di apostolato costituivano il volto della speranza nel segno del divino.
Porre all’attenzione l’Occidente dentro un Oriente dalla profondi confessioni vissute nella tolleranza ha significato per l’Europa entrare in un tessuto chiaramente culturale ma radicalmente dentro una linea filosofica che segnava un cammino pre – socratico. Matteo Ricci non era solo il maestri dell’Occidente. Era il Cristiano che aveva ben capito la funzione di una religione che aveva la necessità di confrontarsi con altre fede mai dimenticando di vivere la parola anche come filosofia.
E da questo punto di vista il Confucianesimo nella sua prima istanza poneva una premessa che era certamente filosofica ma di una filosofia legata alla fede e ad una eredità religiosa in cui il segno principale era dato dalla illuminazione. Comprende molto bene questo passaggio, Matteo Ricci, perché nel suo Catechismo (ovvero nel testo dal titolo: “Il vero significato del Signore del Cielo” pubblicato in cinese nel 1607) il dialogo tra cultura e fede diventa un vero atto di comprensione in una visione di differenti approcci storici ed epistemologici.
Il dialogo che si struttura è tutto giocato tra un letterato occidentale e un letterato cinese. Otto conversazioni al cui centro insiste il concetto di rivelazione. La figura del Dio Creatore e Ordinatore dell’Universo e alcune contraddizioni che provengono dal concetto di “Realtà Divina”. Chiaramente alla base del discorso si sottolinea l’importanza dell’inculturazione. Ma Matteo Ricci diventa cinese tra i cinesi affidandosi completamente ad un passaggio che è quello fondamentale che va dal Buddismo al Confucianesimo.
La cultura cinese ha avuto sempre nella propria visione una dimensione di aristocrazia e di nobiltà nella testimonianza della memoria. La funzione di Matteo Ricci è stata quella del definirsi proprio nell’incontro tra una formazione occidentale aristocratica anche in termini di eredità culturale e l’incontro con la funzione che l’aristocrazia culturale ha avuto all’interno dei processi dinastici cinesi. Questo gli ha permesso di non accettare mai la visione di una Europa colonizzante. Anzi criticò vistosamente la colonizzazione nelle Indie e la sua formazione di cristiano gesuita permise di intraprendere una sottile e sostanziale inculturalizzazione. Ma dove si avverte questo snodo fondante.
Si tratta piuttosto di una svolta missionaria. Matteo Ricci abbandonò completamente il buddismo, sul quale aveva fatto perno per avviare un rapporto con le terre della Cina, ed entrò a far parte del letterato contesto imperiale. Una missione che non partiva dal basso ma interagiva tra i modelli culturali occidentali e le case dei letterati della Cina nella corte imperiale.
Da questo punto di vista il suo essere missionario non ebbe una iniziazione a mò di pellegrino ma fu un missionario portatore di una eredità che era quella della cristianità vissuta in una antropologia fortemente caratterizzata dalla cultura. Diede a questo dialogo una potenza magica e coniugò la totalità del cosmo con la potenza magica del presente in una visione di centralità verso la “provvidenza divina”. Ovvero a leggere il sesto dialogo del Catechismo si apprende bene l’incontro tra il letterato cinese e quello occidentale.
Il letterato cinese afferma che ha appreso dal letterato occidentale che per prima cosa c’è il “Sovrano dell’Alto”, il quale deve essere onorato degnamente e subito dopo viene l’uomo. Tutto ciò dice il cinese lo ha appreso dal letterato occidentale. Sembrano definizioni esemplificative ma il divino e l’umano sono parti integranti di un processo religioso che diventa culturale. In un Rinascimento occidentale l’uomo cinese apprende la valorizzazione dell’umanesimo.
Tanto che il letterato cinese a conclusione dell’ultimo dialogo si concederà con queste parole rivolgendosi al letterato occidentale: “Devo tornare a casa, riconsiderare gli insegnamenti che ho udito e scriverli in modo da non dimenticarli. Credo che il Signore del Cielo la proteggerà, in modo che possa diffondere i Suoi insegnamenti, facendo sì che ogni famiglia in Cina li tramandi di generazione in generazione, cosicché ogni persona li canti, e cosicché ognuno coltivi la bontà e desista dal compiere il male. Il contributo che ciò porterà al benessere generale del genere umano sarà così grande da non poter essere calcolato!”.
Così Matteo Ricci era considerato in Cina. Un religioso che ha usato gli strumenti sia della fede che della cultura, ovvero del mistero e della “ragione poetica”, direbbe Maria Zambrano, per testimoniarsi in una civiltà coraggiosa ma intrecciata nel difendersi dai Tartari e dai Barbari. Da “barbaro” Matteo Ricci ha introdotto nella corte imperiale della dinastia cinese l’etimologia di Occidente come civiltà attraverso il rispetto della ritualità cinese e l’affermazione del bene portato dal Signore del Cielo. Una contestualizzazione in cui è necessario comprendere la possibilità del dialogo tra modelli completamente diversi ma accomunati dal concetto di assoluto, di anima, di tempo, di destino.
In Cina il tema dell’amicizia rientrava nei cinque riferimenti essenziali che guidavano il corso della vita. Tanto che nella Prefazione al “Trattato sull’amicizia” di Martino Martini, Shen Guangyu sostiene: “L’amicizia è qualcosa che ci viene concessa da Dio e perciò è una delle cinque relazioni sociali. Le cinque relazioni sociali si completano a vicenda e si compenetrano l’un l’altra, ma l’amicizia lo fa in maniera più completa e più profonda. A tal punto essa è indispensabile alle altre, a tal punto essa costituisce un esempio per esse, che a parlarne non troveremmo le parole, a scriverne non finiremmo poi di leggere, a pensarci non finiremmo poi di meditare”.
Le civiltà si incontrano e si parlano intorno alle relazioni sociali. È questo il percorso ben compreso da Matteo Ricci e definito proprio nell’incontro tra civiltà e culture in una sintesi ben espressa da Feng Yingjing, riflettendo sui temi esposti da Matteo Ricci sull’amicizia come saggezza e come dono, che è quella del rapporto tra mentalità e dottrina. Ovvero: “… sempre più mi sono convinto che mentalità e dottrina dell’Oriente e dell’Occidente sono identiche”.  Un incontro possibile che ha come mezzo la cultura e come fine il dato missionario cristiano. Per fare ciò Matteo Ricci segue alcuni percorsi che non sono quelli direttamente religiosi – confessionali ma sono, invece, quelli dettati da elementi letterari e filosofici, da modelli umanistici e scientifici, da sentimenti comuni come, appunto, il sentiero dell’amicizia. Lungo questo sentiero il cammino di Papa Francesco diventa un cammino missionario sui temi dell’incontro con l’altro. La testimonianza di Matteo Ricci è nella Parola missionaria di Papa Francesco.

 

Lascia una risposta