IL RICORDO: Il suono più triste è il SI naturale

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Il sassofonista Antonio Florio ricorda la sua collaborazione con Roberto De Simone per l’esecuzione del suo Stabat Mater a Napoli e New York

 

Di OLGA CHIEFFI

Marzo 1986: a Napoli si celebrano i 250 anni dalla morte di Giovanbattista Pergolesi e il Teatro di San Carlo li celebrò in modo del tutto particolare. Sotto le ampie volte della cupola della Basilica Palatina di San Francesco di Paola Roberto De Simone mette a confronto due testi di Jacopone da Todi quello dello Stabat Mater poi musicato da Giovanbattista Pergolesi e un lamento in volgare della madre di Dio, la famosissima lauda “Donna del paradiso” che registra livelli più arcaici di lamento del testo latino, che serba tutta la violenza della religiosità popolare. Ai piedi della salvifica croce della passione Irene Papas è la grande mater mediterranea, maschera tragica greca, Ecuba, Andromaca, Madre Dolorosa, il cui dire è sostenuto da un quartetto di sassofoni e un quartetto di percussioni e otto vocalist. “Un’emozione intensissima – racconta il M° Antonio Florio – l’esecuzione e le prove per un concerto che stregò sia il pubblico di Napoli che quello di New York ove nell’ottobre del 1987 ci esibimmo nella Cathedral Churc St.John of the Divine. A Napoli suonavo il sax baritono ed ero in quartetto con l’indimenticato Antonio “Tonino” Balsamo al contralto, Fortunato Cocco al tenore e Giovanni Procida al soprano, mentre a New York, Balsamo dette forfait e subentrò Alberto Moscariello al baritono ed io passai al contralto. Un giorno Roberto De Simone convocò Tonino Balsamo e me nel teatrino di Corte di palazzo reale e con la sua calma olimpica ci chiese: “Signori quale è secondo voi il suono più triste in assoluto? – e noi, a dir la verità un po’ spiazzati: “Il re bemolle”, “No – rispose Roberto – è il Si naturale. Su questa nota è costruito il mio Stabat”. Quanti hanno avuto la fortuna di ascoltare lo Stabat di Roberto De Simone vengono calati in un magma sonoro, una noiseuse per dirla con il Michel Serres di “Genesi” fatto di una molteplicità della quale non conosciamo la somma, non sappiamo integrarla in un suono, in un senso, in un’armonia, non ne abbiamo concetto, ma rappresenta tutto il pianto del mondo. Flussione, fluttuazione che sembra voler affondare il pathos pergolesiano, venuto nel secolo dei lumi, ma già preludio ad un romanticismo che smantellerà le certezze armoniche, in una visceralità emotiva che non è solo la disposizione di noi uomini del Sud a vivere i sentimenti ma una vera e propria cultura, antichissima, che da Saffo arriva fino a noi. “Ricordo Irene Papas – continua Antonio Florio – che prendevamo in giro, poiché pronunciava male il napoletano e tentavamo di farle capire che ‘A Maronn’ porta la o aperta al punto giusto come le sue mani, bellissima, intensa, con il suo grido che saliva da un ventre cupo, da “la terre des morts”, creato proprio dalle ance, dal suono dei sassofoni, che avevano da schizzare la morte, il magico, il religioso, il simbolico, l’iniziatico. Riascoltando lo Stabat, noi avevamo il compito di far percepire la terra, il terreno, come un principio di assorbimento e, insieme di nascita: abbassando, si seppellisce e si semina, e, nel medesimo tempo, si dà la morte per poi ridare nuova luce, nuova vita”.

 

Il sassofonista Antonio Florio ricorda la sua collaborazione con Roberto De Simone per l’esecuzione del suo Stabat Mater a Napoli e New York

 

Di OLGA CHIEFFI

Marzo 1986: a Napoli si celebrano i 250 anni dalla morte di Giovanbattista Pergolesi e il Teatro di San Carlo li celebrò in modo del tutto particolare. Sotto le ampie volte della cupola della Basilica Palatina di San Francesco di Paola Roberto De Simone mette a confronto due testi di Jacopone da Todi quello dello Stabat Mater poi musicato da Giovanbattista Pergolesi e un lamento in volgare della madre di Dio, la famosissima lauda “Donna del paradiso” che registra livelli più arcaici di lamento del testo latino, che serba tutta la violenza della religiosità popolare. Ai piedi della salvifica croce della passione Irene Papas è la grande mater mediterranea, maschera tragica greca, Ecuba, Andromaca, Madre Dolorosa, il cui dire è sostenuto da un quartetto di sassofoni e un quartetto di percussioni e otto vocalist. “Un’emozione intensissima – racconta il M° Antonio Florio – l’esecuzione e le prove per un concerto che stregò sia il pubblico di Napoli che quello di New York ove nell’ottobre del 1987 ci esibimmo nella Cathedral Churc St.John of the Divine. A Napoli suonavo il sax baritono ed ero in quartetto con l’indimenticato Antonio “Tonino” Balsamo al contralto, Fortunato Cocco al tenore e Giovanni Procida al soprano, mentre a New York, Balsamo dette forfait e subentrò Alberto Moscariello al baritono ed io passai al contralto. Un giorno Roberto De Simone convocò Tonino Balsamo e me nel teatrino di Corte di palazzo reale e con la sua calma olimpica ci chiese: “Signori quale è secondo voi il suono più triste in assoluto? – e noi, a dir la verità un po’ spiazzati: “Il re bemolle”, “No – rispose Roberto – è il Si naturale. Su questa nota è costruito il mio Stabat”. Quanti hanno avuto la fortuna di ascoltare lo Stabat di Roberto De Simone vengono calati in un magma sonoro, una noiseuse per dirla con il Michel Serres di “Genesi” fatto di una molteplicità della quale non conosciamo la somma, non sappiamo integrarla in un suono, in un senso, in un’armonia, non ne abbiamo concetto, ma rappresenta tutto il pianto del mondo. Flussione, fluttuazione che sembra voler affondare il pathos pergolesiano, venuto nel secolo dei lumi, ma già preludio ad un romanticismo che smantellerà le certezze armoniche, in una visceralità emotiva che non è solo la disposizione di noi uomini del Sud a vivere i sentimenti ma una vera e propria cultura, antichissima, che da Saffo arriva fino a noi. “Ricordo Irene Papas – continua Antonio Florio – che prendevamo in giro, poiché pronunciava male il napoletano e tentavamo di farle capire che ‘A Maronn’ porta la o aperta al punto giusto come le sue mani, bellissima, intensa, con il suo grido che saliva da un ventre cupo, da “la terre des morts”, creato proprio dalle ance, dal suono dei sassofoni, che avevano da schizzare la morte, il magico, il religioso, il simbolico, l’iniziatico. Riascoltando lo Stabat, noi avevamo il compito di far percepire la terra, il terreno, come un principio di assorbimento e, insieme di nascita: abbassando, si seppellisce e si semina, e, nel medesimo tempo, si dà la morte per poi ridare nuova luce, nuova vita".