Prima Internazionale. Sul libro di Marcello Musto, edito da Donzelli.

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Articolo di Rita Felerico – Su Marcello Musto e la Prima Internazionale.

 

Centocinquant’anni fa, il 28 settembre 1864, alla St. Martin’s Hall di Londra, si teneva la sessione inaugurale dell’Associazione internazionale dei lavoratori: l’atto fondativo della prima organizzazione internazionale del movimento operaio.
Visti a distanza di 150 anni, questi  80 testi (26 dei quali tradotti per la prima volta in italiano) – editi da Donzelli e curati con estremo rigore scientifico da Marcello Musto, vedono contemporaneamente la luce in inglese presso l’editore Bloomsbury.

Marcello Musto è assistant professor di Sociologia teorica presso la York University (Toronto). Tra le sue pubblicazioni, tradotte in più lingue, si segnalano i volumi collettanei e le antologie Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005), Karl Marx’s «Grundrisse»: Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later (Routledge, 2008), Karl Marx. L’alienazione (Donzelli, 2010), Karl Marx. Introduzione alla critica dell’economia politica (Quodlibet, 2010) e Marx for Today (Routledge, 2012); nonché le monografie Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, 2011).

 

Una breve intervista al curatore

D. Hai appena pubblicato una raccolta di documenti sull’Internazionale (26 dei quali mai tradotti prima in italiano). Quale di questi scritti sceglieresti per commentarlo con le giovani generazioni?

Nel libro ho raggruppato gli 80 documenti che ho selezionato in 13 parti. Tra queste ci sono “Lavoro”, “Sindacato e Sciopero”, “Istruzione”, “Proprietà’ collettiva e Stato”, “Organizzazione politica” e tante altre. I testi sono tutti attualissimi, anche se hanno già 150 anni. I brani che consiglierei ai più giovani sono quelli che descrivono la società post-capitalistica. Ci sono pagine sull’importanza della riduzione dell’orario di lavoro o sull’uso dei macchinari e della tecnologia a favore dei lavoratori – e non della massimizzazione del profitto – che sembrano scritte per l’oggi. Credo siano i più stimolanti, perché aiutano a interrompere il mantra degli ultimi anni, enunciato, con intonazioni differenti, sia destra che a sinistra, secondo il quale non c’e’ alternativa al capitalismo.

D. Quale domanda porresti alla Confindustria rispetto all’attuale situazione economica, alla luce di quanto ‘ereditato’ da questi scritti?

Alla Confindustria nessuna. Mi pare difendano molto bene i loro interessi. Mi piacerebbe che la sinistra facesse lo stesso. Le domande, piuttosto, io le porrei a questo governo, che mi sembra abbia una posizione molto ideologica sul lavoro, ovvero difende la dogmatica ideologia neoliberale che ha imperato negli ultimi 25 anni e che ci ha portato esattamente dove siamo. Chiedo: quali cambiamenti hanno prodotto – oltre a privare di un futuro la mia generazione e a renderne ancora più difficile il presente, già molto prima della crisi – le varie “riforme” del mercato del lavoro che si sono susseguite dal pacchetto Treu (Governo Prodi) a oggi? Quale miglioramento produce per chi non ha lavoro, rendere più facili i licenziamenti (ovvero abolire l’Articolo 18)? L’insegnamento dell’Internazionale ci aiuta a guardare in direzione opposta. Grazie alla sua azione, i lavoratori avviarono una stagione di progresso sociale, durante la quale il movimento operaio ottenne maggiori diritti per coloro che ancora non ne avevano, senza sottrarne, come invece prescrivevano le ricette liberali della destra, a quanti li avevano già faticosamente conquistati.

D. Qual è la pagina che ti ha più emozionato?

Credo che uno dei testi più belli del volume, precedentemente inedito, sia quello prodotto della Sezione Centrale delle Lavoratrici di Ginevra. Parla di femminismo e pluralismo, due temi ineludibili per una sinistra che voglia davvero ripensarsi dopo la sconfitta del Novecento, e recita così: “Gli accordi raggiunti dovranno riconoscere alle donne i medesimi diritti che hanno gli uomini. In secondo luogo, quanto più diversi gruppi d’opinione che hanno di mira il medesimo scopo (l’emancipazione del lavoro) esistono, tanto più semplice diviene generalizzare il movimento delle classi lavoratrici, senza disperdere nessuna delle forze (anche le più differenti) che concorrono al risultato finale”.

 

 

Articolo di Rita Felerico – Su Marcello Musto e la Prima Internazionale.

 

Centocinquant’anni fa, il 28 settembre 1864, alla St. Martin’s Hall di Londra, si teneva la sessione inaugurale dell’Associazione internazionale dei lavoratori: l’atto fondativo della prima organizzazione internazionale del movimento operaio.
Visti a distanza di 150 anni, questi  80 testi (26 dei quali tradotti per la prima volta in italiano) – editi da Donzelli e curati con estremo rigore scientifico da Marcello Musto, vedono contemporaneamente la luce in inglese presso l’editore Bloomsbury.

Marcello Musto è assistant professor di Sociologia teorica presso la York University (Toronto). Tra le sue pubblicazioni, tradotte in più lingue, si segnalano i volumi collettanei e le antologie Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia (Manifestolibri, 2005), Karl Marx’s «Grundrisse»: Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later (Routledge, 2008), Karl Marx. L’alienazione (Donzelli, 2010), Karl Marx. Introduzione alla critica dell’economia politica (Quodlibet, 2010) e Marx for Today (Routledge, 2012); nonché le monografie Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, 2011).

 

Una breve intervista al curatore

D. Hai appena pubblicato una raccolta di documenti sull’Internazionale (26 dei quali mai tradotti prima in italiano). Quale di questi scritti sceglieresti per commentarlo con le giovani generazioni?

Nel libro ho raggruppato gli 80 documenti che ho selezionato in 13 parti. Tra queste ci sono “Lavoro”, “Sindacato e Sciopero”, “Istruzione”, “Proprietà’ collettiva e Stato”, “Organizzazione politica” e tante altre. I testi sono tutti attualissimi, anche se hanno già 150 anni. I brani che consiglierei ai più giovani sono quelli che descrivono la società post-capitalistica. Ci sono pagine sull’importanza della riduzione dell’orario di lavoro o sull’uso dei macchinari e della tecnologia a favore dei lavoratori – e non della massimizzazione del profitto – che sembrano scritte per l’oggi. Credo siano i più stimolanti, perché aiutano a interrompere il mantra degli ultimi anni, enunciato, con intonazioni differenti, sia destra che a sinistra, secondo il quale non c’e’ alternativa al capitalismo.

D. Quale domanda porresti alla Confindustria rispetto all’attuale situazione economica, alla luce di quanto ‘ereditato’ da questi scritti?

Alla Confindustria nessuna. Mi pare difendano molto bene i loro interessi. Mi piacerebbe che la sinistra facesse lo stesso. Le domande, piuttosto, io le porrei a questo governo, che mi sembra abbia una posizione molto ideologica sul lavoro, ovvero difende la dogmatica ideologia neoliberale che ha imperato negli ultimi 25 anni e che ci ha portato esattamente dove siamo. Chiedo: quali cambiamenti hanno prodotto – oltre a privare di un futuro la mia generazione e a renderne ancora più difficile il presente, già molto prima della crisi – le varie “riforme” del mercato del lavoro che si sono susseguite dal pacchetto Treu (Governo Prodi) a oggi? Quale miglioramento produce per chi non ha lavoro, rendere più facili i licenziamenti (ovvero abolire l’Articolo 18)? L’insegnamento dell’Internazionale ci aiuta a guardare in direzione opposta. Grazie alla sua azione, i lavoratori avviarono una stagione di progresso sociale, durante la quale il movimento operaio ottenne maggiori diritti per coloro che ancora non ne avevano, senza sottrarne, come invece prescrivevano le ricette liberali della destra, a quanti li avevano già faticosamente conquistati.

D. Qual è la pagina che ti ha più emozionato?

Credo che uno dei testi più belli del volume, precedentemente inedito, sia quello prodotto della Sezione Centrale delle Lavoratrici di Ginevra. Parla di femminismo e pluralismo, due temi ineludibili per una sinistra che voglia davvero ripensarsi dopo la sconfitta del Novecento, e recita così: “Gli accordi raggiunti dovranno riconoscere alle donne i medesimi diritti che hanno gli uomini. In secondo luogo, quanto più diversi gruppi d’opinione che hanno di mira il medesimo scopo (l’emancipazione del lavoro) esistono, tanto più semplice diviene generalizzare il movimento delle classi lavoratrici, senza disperdere nessuna delle forze (anche le più differenti) che concorrono al risultato finale”.