I “supercafoni” della lirica

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Dopo l’orrore della trilogia verdiana lo scorso anno l’Ept di Salerno ha sovvenzionato quest’anno una ignobile Tosca. “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”

 

Di Mario Fresa

La vita musicale salernitana è un bel mistero. Da anni sono sparite, a causa della incompetenza cialtronesca dei vari politici di turno, rassegne eccellenti come i Concerti dell’Accademia curati da Vittoria Incolingo, il Festival di Musica Antica diretto da Carmine Mottola, il ciclo Violammore organizzato da Ciro Caliendo; ma, chissà perché, sopravvivono, e addirittura prosperano, le rassegne-ciofeche, le manifestazioni trash-musicali come l’ormai famigerato IrnoFestival, il cui principale responsabile è Tiziano Citro. Anche quest’anno, senza mostrare vergogna alcuna per gli orridi risultati artistici del 2013, Citro e i suoi fidi collaboratori hanno voluto imperversare, con la complicità della Regione Campania, dell’Ente provinciale per il Turismo di Salerno e della Camera di Commercio di Salerno. Martedì 26 agosto è andata in scena, presso la salernitana Arena del mare, la «Tosca» di Giacomo Puccini. L’orchestra Tchaikovsky, scadentuccia, è stata affidata alle cure – se così si può dire! – di Leonardo Quadrini, espertissimo nel campo dei miscugli musicali supercafoneschi: egli è capace di frequentare allegramente, senza disagio e col medesimo entusiasmo, le bande di giro, il festival delle canzonette di Sanremo e i drammi di Verdi, Don Backy e Wagner, Mozart e Al Bano, Cimarosa e Mariella Nava, Pergolesi e Ron (e un domani, forse, per allargare il repertorio, potrebbe aggiungere, che so io, anche il teatro Kabuki e le sceneggiate napoletane). Viva la libertà. Eclettico, dunque, il Maestro Quadrini, e soprattutto coerente: poiché realizza sempre, dico sempre, spettacoli di memorabile bruttezza. Martedì 26, nell’allestire «Tosca», non ha voluto smentire se stesso. La sua direzione, pacchiana, sgangherata, approssimativa, ha imprigionato il capolavoro pucciniano in una ragna di suoni inascoltabili. Evidente è la sua imperizia nello scegliere e nel guidare le voci. Fernanda Costa, nel ruolo della protagonista, è apparsa come un pesce fuor d’acqua. Assai flebile nel registro grave e centrale, ha fatto udire, almeno, un registro acuto piuttosto sicuro, con morbide e ben sostenute mezze-voci. Il timbro chiaro e la stessa delicatezza del suo strumento vocale le hanno permesso di emergere negli episodi di spiccata espansione lirica della partitura; ma ha naufragato quasi del tutto, però, nei momenti di maggiore concitazione drammatica. Dopo un discreto «Vissi d’arte», la Costa è calata malamente, soprattutto nella qualità delle intenzioni espressive, ricorrendo a certi urlacci scomposti («Muori dannato! Muori, muori!») tipici di quello stile verista ch’è lontano le mille miglia dalle calibratissime raffinatezze del mondo pucciniano. Il tenore Fabio Andreotti, scenicamente svogliato e privo di «allure», ha mostrato un’intonazione precaria già durante il primo Atto. Un Cavaradossi dalla voce fibrosa, dura e sforzata in tutto il registro medio-alto; il suo analfabetismo tecnico lo ha condotto a due clamorose stecche (sul Si naturale di «La vita mi costasse» e sul La diesis di «Vittoria! Vittoria!»); e quando ha cantato «O dolci mani…», ha disatteso le preziose indicazioni espressive della partitura (Puccini raccomanda «teneramente»), eseguendo con grossolana insensibilità, e concludendo il terzo atto, com’era prevedibile, senza più voce. Il baritono Stefano Meo è stato Scarpia: colore scuro, timbro ordinario, fraseggio ora insipido, ora sguaiato; presenza scenica impacciatissima e grigia. Anche lui non ha voluto rinunciare alle grida da osteria («Roberti, ripigliamo!»; «Ma fatelo tacere!», «Tosca, finalmente mia!»), travisando, così, il carattere mellifluo, sottile, insinuante del perfidissimo Barone. Sarebbe certo istruttivo ascoltare le antiche incisioni del primo interprete assoluto di Scarpia, Eugenio Giraldoni, per capire, ancor oggi, che cosa significhi cantare in modo superiormente aristocratico. Impossibile non citare, poi, l’atrocissimo Angelotti di Sorin Draniceanu. Dulcis in fundo, abbiamo trovato pessima, perché priva di idee e di intelligenza, la regia di Gianni Gualdoni: il quale, alla fine dell’opera, decide – e davvero non credevamo ai nostri occhi! – di non far suicidare Tosca, facendola restare immobile, con le braccia alzate, in comicissima posa ieratica. Non vi sono parole per descrivere una tale asineria. Come s’è dunque visto, e purtroppo udito, l’IrnoFestival ha riconfermato le sue peculiarità e le sue migliori attitudini: la propensione a un’involontaria caricatura del teatro d’opera, l’ignoranza applicata alla più becera cafonaggine, e un’elevatissima maestria, rara davvero, nel proporre concerti e spettacoli tanto brutti, quanto inutili.

 

 

Dopo l’orrore della trilogia verdiana lo scorso anno l’Ept di Salerno ha sovvenzionato quest’anno una ignobile Tosca. “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”

 

Di Mario Fresa

La vita musicale salernitana è un bel mistero. Da anni sono sparite, a causa della incompetenza cialtronesca dei vari politici di turno, rassegne eccellenti come i Concerti dell’Accademia curati da Vittoria Incolingo, il Festival di Musica Antica diretto da Carmine Mottola, il ciclo Violammore organizzato da Ciro Caliendo; ma, chissà perché, sopravvivono, e addirittura prosperano, le rassegne-ciofeche, le manifestazioni trash-musicali come l’ormai famigerato IrnoFestival, il cui principale responsabile è Tiziano Citro. Anche quest’anno, senza mostrare vergogna alcuna per gli orridi risultati artistici del 2013, Citro e i suoi fidi collaboratori hanno voluto imperversare, con la complicità della Regione Campania, dell’Ente provinciale per il Turismo di Salerno e della Camera di Commercio di Salerno. Martedì 26 agosto è andata in scena, presso la salernitana Arena del mare, la «Tosca» di Giacomo Puccini. L’orchestra Tchaikovsky, scadentuccia, è stata affidata alle cure – se così si può dire! – di Leonardo Quadrini, espertissimo nel campo dei miscugli musicali supercafoneschi: egli è capace di frequentare allegramente, senza disagio e col medesimo entusiasmo, le bande di giro, il festival delle canzonette di Sanremo e i drammi di Verdi, Don Backy e Wagner, Mozart e Al Bano, Cimarosa e Mariella Nava, Pergolesi e Ron (e un domani, forse, per allargare il repertorio, potrebbe aggiungere, che so io, anche il teatro Kabuki e le sceneggiate napoletane). Viva la libertà. Eclettico, dunque, il Maestro Quadrini, e soprattutto coerente: poiché realizza sempre, dico sempre, spettacoli di memorabile bruttezza. Martedì 26, nell’allestire «Tosca», non ha voluto smentire se stesso. La sua direzione, pacchiana, sgangherata, approssimativa, ha imprigionato il capolavoro pucciniano in una ragna di suoni inascoltabili. Evidente è la sua imperizia nello scegliere e nel guidare le voci. Fernanda Costa, nel ruolo della protagonista, è apparsa come un pesce fuor d’acqua. Assai flebile nel registro grave e centrale, ha fatto udire, almeno, un registro acuto piuttosto sicuro, con morbide e ben sostenute mezze-voci. Il timbro chiaro e la stessa delicatezza del suo strumento vocale le hanno permesso di emergere negli episodi di spiccata espansione lirica della partitura; ma ha naufragato quasi del tutto, però, nei momenti di maggiore concitazione drammatica. Dopo un discreto «Vissi d’arte», la Costa è calata malamente, soprattutto nella qualità delle intenzioni espressive, ricorrendo a certi urlacci scomposti («Muori dannato! Muori, muori!») tipici di quello stile verista ch’è lontano le mille miglia dalle calibratissime raffinatezze del mondo pucciniano. Il tenore Fabio Andreotti, scenicamente svogliato e privo di «allure», ha mostrato un’intonazione precaria già durante il primo Atto. Un Cavaradossi dalla voce fibrosa, dura e sforzata in tutto il registro medio-alto; il suo analfabetismo tecnico lo ha condotto a due clamorose stecche (sul Si naturale di «La vita mi costasse» e sul La diesis di «Vittoria! Vittoria!»); e quando ha cantato «O dolci mani…», ha disatteso le preziose indicazioni espressive della partitura (Puccini raccomanda «teneramente»), eseguendo con grossolana insensibilità, e concludendo il terzo atto, com’era prevedibile, senza più voce. Il baritono Stefano Meo è stato Scarpia: colore scuro, timbro ordinario, fraseggio ora insipido, ora sguaiato; presenza scenica impacciatissima e grigia. Anche lui non ha voluto rinunciare alle grida da osteria («Roberti, ripigliamo!»; «Ma fatelo tacere!», «Tosca, finalmente mia!»), travisando, così, il carattere mellifluo, sottile, insinuante del perfidissimo Barone. Sarebbe certo istruttivo ascoltare le antiche incisioni del primo interprete assoluto di Scarpia, Eugenio Giraldoni, per capire, ancor oggi, che cosa significhi cantare in modo superiormente aristocratico. Impossibile non citare, poi, l’atrocissimo Angelotti di Sorin Draniceanu. Dulcis in fundo, abbiamo trovato pessima, perché priva di idee e di intelligenza, la regia di Gianni Gualdoni: il quale, alla fine dell’opera, decide – e davvero non credevamo ai nostri occhi! – di non far suicidare Tosca, facendola restare immobile, con le braccia alzate, in comicissima posa ieratica. Non vi sono parole per descrivere una tale asineria. Come s’è dunque visto, e purtroppo udito, l’IrnoFestival ha riconfermato le sue peculiarità e le sue migliori attitudini: la propensione a un’involontaria caricatura del teatro d’opera, l’ignoranza applicata alla più becera cafonaggine, e un’elevatissima maestria, rara davvero, nel proporre concerti e spettacoli tanto brutti, quanto inutili.