Siria, ucciso jihadista americano. Obama: “Né facile né veloce estirpare l’Is”

0

ROMA – Douglas McAuthur McCain, un afroamericano di 33 anni, è morto in Siria mentre combatteva tra le file dei jihadisti sunniti dello Stato Islamico (Is). L’uomo era originario di San Diego in California ed è stato ucciso lo scorso fine settimana. Una foto del cadavere, con un tatuaggio sul collo, e il passaporto del giovane sono stati visti da un reporter della tv americana Nbc. McCain aveva su Facebook un profilo con il nome “duale thaslaveofallah”, con una biografia dove aveva scritto: “Prima di tutto c’è l’Islam”. Tre mesi fa era in Turchia, via spesso usata da chi si reca in Siria a combattere, e annunciava che si sarebbe unito all’Is. Poco dopo scriveva: “Sono con i fratelli ora”.

Sempre oggi, è emerso che i miliziani tengono in ostaggio una cooperante statunitense di 26 anni. La donna, la cui identità non è stata resa nota, è stata sequestrata l’anno scorso mentre lavorava in Siria. degli Stati Uniti è nelle mani dello Stato islamico in Siria. Per il suo rilascio lo Stato islamico chiede un riscatto di 6,6 milioni di dollari e la scarcerazione di Aafia Siddiqui, neuroscienziata pachistana conosciuta come “lady al-Qaeda” condannata a 86 anni di detenzione per il tentato omicidio nel 2008 di agenti dell’Fbi e di ufficiali dell’esercito Usa. Oltre alla volontaria, gli islamisti sunniti tengono prigioniero un altro cittadino americano, il giornalista Steven Sotloff, che è stato mostrato nel video dell’esecuzione di James Foley. Altri statunitensi sono nelle mani di gruppi diversi: fra questi c’era anche il giornalista Theo Curtis, rilasciato dal Fronte Nusra e oggi rientrato in patria.

Le parole di Obama. L’amministrazione Usa ha ribadito la preoccupazione legata ai cittadini americani che combattono con i miliziani islamisti, per il rischio che si radicalizzino e tornino in patria con le competenze per compiere attacchi terroristici. “Estirpare la minaccia rappresentata dal ‘cancro’ dei jihadisti richiederà comunque tempo e non sarà facile”, ha detto il presidente Barack Obama assicurando che comunque “in Iraq non torneranno truppe americane… perché alla fine spetta agli iracheni superare le loro divergenze”. Quanto all’esecuzione di James Foley, il capo della Casa Bianca ha ribadito che “l’America non dimentica”, bisogna avere pazienza e “giustizia sarà fatta”.

Sul piano diplomatico, gli Usa hanno preso sul serio l’apertura del presidente siriano Bashar al-Assad per una collaborazione nella lotta al terrorismo. L’emittente panaraba al-Jazeera ha diffuso oggi la notizia dei sorvoli di ricognizione sulle regioni della Siria controllate dai ribelli, autorizzati ieri da Obama e dallo stesso leader siriano, che potrebbero costituire un primo passo verso raid aerei contro il versante siriano dell’Is.

Ma Washington non ha alcuna intenzione di collaborare con il governo di Damasco. Per gli Usa “non c’è alcun progetto di coordinamento con il regime di Assad” contro lo Stato Islamico, ha chiarito il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest.

In precedenza fonti siriane avevano sostenuto che Washington avrebbe iniziato a fornire informazioni a Damasco sulle posizioni dei combattenti dell’Is. Le comunicazioni non starebbero avvenendo direttamente ma per il tramite dell’Iraq e della Russia.

Ieri Damasco aveva fatto sapere di poter accettare anche operazioni militari americane e britanniche entro i suoi confini per fermare i miliziani, anche se solo con il “pieno coordinamento con il governo siriano”.

E a quanto si apprende il regime di Assad sarebbe passato all’azione diretta. L’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha riferito di numerosi raid compiuti oggi dall’aviazione di Damasco sulle postazioni dello Stato islamico nella provincia nord-orientale di Deyr az Zor.

Si tratta delle prime incursioni su grande scala dell’aviazione siriana da quando le milizie hanno assunto il controllo della maggior parte della provincia: in particolare è stato colpito uno dei campi di addestramento a Shmeitiyeh. Ignoto il bilancio delle vittime.

SCHEDA/IS, MINACCIA GLOBALE

In Siria i jihadisti sono galvanizzati dall’ultimo successo ottenuto ieri con la conquista della base di Al Tabqa, l’ultima roccaforte lealista nella provincia settentrionale di Raqqa. Una situazione che ha indotto il vescovo caldeo di Aleppo e presidente di Caritas Siria, monsignor Antoine Audo, a invocare l’intervento di “una forza internazionale di pace”, come avevano fatto altri pastori della Chiesa in Iraq nelle scorse settimane.ROMA – Douglas McAuthur McCain, un afroamericano di 33 anni, è morto in Siria mentre combatteva tra le file dei jihadisti sunniti dello Stato Islamico (Is). L’uomo era originario di San Diego in California ed è stato ucciso lo scorso fine settimana. Una foto del cadavere, con un tatuaggio sul collo, e il passaporto del giovane sono stati visti da un reporter della tv americana Nbc. McCain aveva su Facebook un profilo con il nome “duale thaslaveofallah”, con una biografia dove aveva scritto: “Prima di tutto c’è l’Islam”. Tre mesi fa era in Turchia, via spesso usata da chi si reca in Siria a combattere, e annunciava che si sarebbe unito all’Is. Poco dopo scriveva: “Sono con i fratelli ora”.

Sempre oggi, è emerso che i miliziani tengono in ostaggio una cooperante statunitense di 26 anni. La donna, la cui identità non è stata resa nota, è stata sequestrata l’anno scorso mentre lavorava in Siria. degli Stati Uniti è nelle mani dello Stato islamico in Siria. Per il suo rilascio lo Stato islamico chiede un riscatto di 6,6 milioni di dollari e la scarcerazione di Aafia Siddiqui, neuroscienziata pachistana conosciuta come “lady al-Qaeda” condannata a 86 anni di detenzione per il tentato omicidio nel 2008 di agenti dell’Fbi e di ufficiali dell’esercito Usa. Oltre alla volontaria, gli islamisti sunniti tengono prigioniero un altro cittadino americano, il giornalista Steven Sotloff, che è stato mostrato nel video dell’esecuzione di James Foley. Altri statunitensi sono nelle mani di gruppi diversi: fra questi c’era anche il giornalista Theo Curtis, rilasciato dal Fronte Nusra e oggi rientrato in patria.

Le parole di Obama. L’amministrazione Usa ha ribadito la preoccupazione legata ai cittadini americani che combattono con i miliziani islamisti, per il rischio che si radicalizzino e tornino in patria con le competenze per compiere attacchi terroristici. “Estirpare la minaccia rappresentata dal ‘cancro’ dei jihadisti richiederà comunque tempo e non sarà facile”, ha detto il presidente Barack Obama assicurando che comunque “in Iraq non torneranno truppe americane… perché alla fine spetta agli iracheni superare le loro divergenze”. Quanto all’esecuzione di James Foley, il capo della Casa Bianca ha ribadito che “l’America non dimentica”, bisogna avere pazienza e “giustizia sarà fatta”.

Sul piano diplomatico, gli Usa hanno preso sul serio l’apertura del presidente siriano Bashar al-Assad per una collaborazione nella lotta al terrorismo. L’emittente panaraba al-Jazeera ha diffuso oggi la notizia dei sorvoli di ricognizione sulle regioni della Siria controllate dai ribelli, autorizzati ieri da Obama e dallo stesso leader siriano, che potrebbero costituire un primo passo verso raid aerei contro il versante siriano dell’Is.

Ma Washington non ha alcuna intenzione di collaborare con il governo di Damasco. Per gli Usa “non c’è alcun progetto di coordinamento con il regime di Assad” contro lo Stato Islamico, ha chiarito il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest.

In precedenza fonti siriane avevano sostenuto che Washington avrebbe iniziato a fornire informazioni a Damasco sulle posizioni dei combattenti dell’Is. Le comunicazioni non starebbero avvenendo direttamente ma per il tramite dell’Iraq e della Russia.

Ieri Damasco aveva fatto sapere di poter accettare anche operazioni militari americane e britanniche entro i suoi confini per fermare i miliziani, anche se solo con il “pieno coordinamento con il governo siriano”.

E a quanto si apprende il regime di Assad sarebbe passato all’azione diretta. L’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha riferito di numerosi raid compiuti oggi dall’aviazione di Damasco sulle postazioni dello Stato islamico nella provincia nord-orientale di Deyr az Zor.

Si tratta delle prime incursioni su grande scala dell’aviazione siriana da quando le milizie hanno assunto il controllo della maggior parte della provincia: in particolare è stato colpito uno dei campi di addestramento a Shmeitiyeh. Ignoto il bilancio delle vittime.

SCHEDA/IS, MINACCIA GLOBALE

In Siria i jihadisti sono galvanizzati dall’ultimo successo ottenuto ieri con la conquista della base di Al Tabqa, l’ultima roccaforte lealista nella provincia settentrionale di Raqqa. Una situazione che ha indotto il vescovo caldeo di Aleppo e presidente di Caritas Siria, monsignor Antoine Audo, a invocare l’intervento di “una forza internazionale di pace”, come avevano fatto altri pastori della Chiesa in Iraq nelle scorse settimane.