Gino Bartali, l’artista della fatica

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il 18 luglio di 100 anni fa nasceva l’uomo che sarebbe diventato il campione del ciclismo italiano: Gino Bartali. Il corridore che vinse e stravinse Giro d’Italia e Tour de France con una serie di successi straordinari frenati solo dalla guerra, un carattere grintoso che non soffriva la fatica e i chilometri. Ginetaccio, come lo chiamavano i cronisti sportivi, era solito dire «’Gli è tutto sbagliato, ‘gli è tutto da rifare». Nella sua lunga carriera ha conquistato un ricco palmarès, anche quando ormai era tra i vecchi del ciclismo su strada, con una serie di vittorie eccezionali , fra tutte quella al Tour de France del 1948. Bartali ha fatto anche qualcosa in più, nel silenzio, perché come diceva «il bene si fa ma non si dice» e ha contribuito coraggiosamente durante la Guerra a salvare dalla deportazione alcune famiglie ebree trasportando e nascondendo falsi documenti nella sua bicicletta. Per questo nel 2013 lo Stato d’Israele lo ha dichiarato “Giusto fra le nazioni”. Non solo un semplice atleta delle due ruote ma un campionissimo entrato nella storia.Era la grinta, la volontà, la pedalata intesa come onesto lavoro, la fatica benedetta perché aveva strappato il suo destino a magri campi, a un aratro sui cui avrebbe stentato la vita. Era l’ orgoglio, la polemica, il mugugno da toscanaccio, la rabbia agonistica. Era la vecchia Italia contadina, devota, pia, che magari sacramentava ma era militante dell’Azione Cattolica. Era la vittoria nel senso che sembrava fossero naturali, fisiologici i suoi trionfi. Gino Bartali era tutto questo. Nel 1940, dal Giro degli ultimi mesi di pace, le corse gli misero di fronte il ventenne Fausto Coppi e si ristabilì quel dualismo da melodramma senza il quale il ciclismo si spegne e diventa esangue, per il quale, attraverso l’ antagonismo Ganna-Galetti, Girardengo-Binda, Binda-Guerra, le folle s’erano infiammate. Da allora, cominciarono a definirlo il fante, il ruminatore testardo, il baritono, l’atleta di bronzo, il gallo cedrone, mentre l’ altro, Fausto, era l’abulico capace di prodigi, il depresso dalle fulminanti baldanze, l’atleta d’argento, l’airone, il tenore. Uno Achille, il predestinato alla vittoria; l’altro Ettore, l’eroe che doveva soccombere perché non aveva l’aiuto degli dei. «Quando vinceva Bartali», mi disse in una lontana intervista lo scrittore Paolo Volponi, «vinceva la vittoria tradizionale, la vittoria dei monumenti, la vittoria alata insomma. Quando vinceva Coppi, vinceva uno che riusciva a strappare qualcosa alla vita e alla propria vulnerabilità psicologica, perdendo quasi se stesso». L’Italia li voleva rivali e lo furono anche accanitamente, anche con qualche asprezza, anche con qualche maligna furbizia come quando, al Tour del 1949, quello del sublime trionfo di Coppi, Tragella, aiutante del commissario tecnico Alfredo Binda ma uomo dell’«entourage» di Fausto , si nascose nella piazza di Guillestre, al fondo del Col de Vars, per non passare il sacchetto del rifornimento a Gino. Lo furono anche lasciando che la gente e i cronisti sportivi enfatizzassero le differenze ideologiche: Bartali conservatore e baciapile; Coppi laico e progressista. Mentre, nella realtà, firmarono insieme un manifesto che nel 1948 invitava a votare per il blocco degasperiano, contro il fronte socialcomunista. L’uno era indispensabile all’altro. Diceva Bartali: «Io ero un carro armato, lui un purosangue ma bastava un bruscolo nell’occhio per scaraventargli il morale a terra». Per essere indispensabili l’ uno all’altro avevano dovuto rassegnarsi a esserlo proprio da quel Giro del 1940 che finì il giorno prima della dichiarazione di guerra.l  coriere  della sera

il 18 luglio di 100 anni fa nasceva l’uomo che sarebbe diventato il campione del ciclismo italiano: Gino Bartali. Il corridore che vinse e stravinse Giro d’Italia e Tour de France con una serie di successi straordinari frenati solo dalla guerra, un carattere grintoso che non soffriva la fatica e i chilometri. Ginetaccio, come lo chiamavano i cronisti sportivi, era solito dire «’Gli è tutto sbagliato, ‘gli è tutto da rifare». Nella sua lunga carriera ha conquistato un ricco palmarès, anche quando ormai era tra i vecchi del ciclismo su strada, con una serie di vittorie eccezionali , fra tutte quella al Tour de France del 1948. Bartali ha fatto anche qualcosa in più, nel silenzio, perché come diceva «il bene si fa ma non si dice» e ha contribuito coraggiosamente durante la Guerra a salvare dalla deportazione alcune famiglie ebree trasportando e nascondendo falsi documenti nella sua bicicletta. Per questo nel 2013 lo Stato d’Israele lo ha dichiarato “Giusto fra le nazioni”. Non solo un semplice atleta delle due ruote ma un campionissimo entrato nella storia.Era la grinta, la volontà, la pedalata intesa come onesto lavoro, la fatica benedetta perché aveva strappato il suo destino a magri campi, a un aratro sui cui avrebbe stentato la vita. Era l’ orgoglio, la polemica, il mugugno da toscanaccio, la rabbia agonistica. Era la vecchia Italia contadina, devota, pia, che magari sacramentava ma era militante dell’Azione Cattolica. Era la vittoria nel senso che sembrava fossero naturali, fisiologici i suoi trionfi. Gino Bartali era tutto questo. Nel 1940, dal Giro degli ultimi mesi di pace, le corse gli misero di fronte il ventenne Fausto Coppi e si ristabilì quel dualismo da melodramma senza il quale il ciclismo si spegne e diventa esangue, per il quale, attraverso l’ antagonismo Ganna-Galetti, Girardengo-Binda, Binda-Guerra, le folle s’erano infiammate. Da allora, cominciarono a definirlo il fante, il ruminatore testardo, il baritono, l’atleta di bronzo, il gallo cedrone, mentre l’ altro, Fausto, era l’abulico capace di prodigi, il depresso dalle fulminanti baldanze, l’atleta d’argento, l’airone, il tenore. Uno Achille, il predestinato alla vittoria; l’altro Ettore, l’eroe che doveva soccombere perché non aveva l’aiuto degli dei. «Quando vinceva Bartali», mi disse in una lontana intervista lo scrittore Paolo Volponi, «vinceva la vittoria tradizionale, la vittoria dei monumenti, la vittoria alata insomma. Quando vinceva Coppi, vinceva uno che riusciva a strappare qualcosa alla vita e alla propria vulnerabilità psicologica, perdendo quasi se stesso». L’Italia li voleva rivali e lo furono anche accanitamente, anche con qualche asprezza, anche con qualche maligna furbizia come quando, al Tour del 1949, quello del sublime trionfo di Coppi, Tragella, aiutante del commissario tecnico Alfredo Binda ma uomo dell’«entourage» di Fausto , si nascose nella piazza di Guillestre, al fondo del Col de Vars, per non passare il sacchetto del rifornimento a Gino. Lo furono anche lasciando che la gente e i cronisti sportivi enfatizzassero le differenze ideologiche: Bartali conservatore e baciapile; Coppi laico e progressista. Mentre, nella realtà, firmarono insieme un manifesto che nel 1948 invitava a votare per il blocco degasperiano, contro il fronte socialcomunista. L’uno era indispensabile all’altro. Diceva Bartali: «Io ero un carro armato, lui un purosangue ma bastava un bruscolo nell’occhio per scaraventargli il morale a terra». Per essere indispensabili l’ uno all’altro avevano dovuto rassegnarsi a esserlo proprio da quel Giro del 1940 che finì il giorno prima della dichiarazione di guerra.l  coriere  della sera