Napoli. Paura nel vico Melofioccolo, pregiudicato ucciso in pieno giorno

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Napoli. Chi ha freddato Giuseppe Franzese, nel vicoletto alle spalle di piazza Borsa ieri mattina, lo ha fatto senza esitare un solo istante. L’uomo è stato ucciso praticamente sul colpo da un proiettile calibro 9×21, ritrovato in vico Melofioccolo, il luogo dell’agguato. La mira precisa e il punto in cui è stato ferito l’uomo, non lasciano dubbi sulla precisione del killer che ha colpito il 40enne ritrovato in fin di vita dai soccorritori del 118. Il foro del colpo mortale che ha lasciato a Franzese solo poche decine di minuti per respirare a fatica, era ben visibile sulla parte alta del collo, al di sotto del padiglione auricolare. In quel punto il proiettile era entrato, perforandogli la nuca, per fuoriuscire dalla mascella e lasciarlo inerme sul selciato del vicoletto ricoperto in pochi istanti da fiumi di sangue. Qualcuno, forse un passante impressionato dall’enorme macchia rossa sui ciottoli o qualche abitante che in quel vicolo affollato di panni stesi ha avuto la prontezza di chiamare i soccorsi, nonostante la paura, ha allertato l’autoambulanza che ha trasportato il ferito nel vicino ospedale Loreto Mare. Nonostante i tentativi dello staff medico di salvare la vita all’uomo, Giuseppe Franzese una volta giunto al pronto soccorso era oramai deceduto e le sue condizioni, apparse disperate fin dai primi soccorsi, erano peggiorate nel giro di pochi minuti durante il trasporto in ambulanza. I fatti: erano da poco trascorse le 10.30 quando, nel cuore del quartiere Porto, già rimbalzavano le prime voci su quanto era accaduto nel vicolo alle spalle di piazza Borsa. In quei frammenti di tempo gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Napoli, guidati da Fausto Lamparelli, si erano precipitati sul luogo dell’agguato. In vico Melofioccolo c’era ancora il motorino (probabilmente quello con il quale si muoveva in città) accanto al quale era stato trovato il corpo di Franzese che respirava a gran fatica. Poco distante dal veicolo, i poliziotti hanno rinvenuto il bossolo del proiettile, unico e solo colpo che lo ha ferito mortalmente e che, secondo le prime ricostruzioni degli uomini della sezione scientifica della Polizia, è stato esploso ad una distanza molto ravvicinata. Dunque il killer (o il gruppo di fuoco che ha assalito il 40enne) si trovava a pochi metri dall’obiettivo e l’unico dato certo su cui basare le indagini, al momento, è che si sia trattato di un regolamento di conti, una punizione in piena regola. Per la polizia al lavoro sul caso sono ancora pochi gli elementi e gli indizi raccolti sul luogo dell’agguato, soprattutto perché non ci sono testimonianze dalle quali poter attingere qualche tassello utile per individuare la dinamica del raid punitivo. Nonostante il vociare insistente nel vicolo, dove non si parla altro che di Franzese, al momento dello sparo nessuno dei residenti era in strada. Qualcuno dice di essersi allontanato per fare la spesa, altri dormivano, altri ancora non si sono accorti di nulla e le finestre che affacciano sulla strada sono quasi tutte ricoperte da panni e lenzuola stese al sole. Dopo il sopralluogo della polizia e la folla di curiosi accorsi sul posto, il vicolo è stato pulito dalle macchie di sangue con secchiate d’acqua dalle mamme che abitano i bassi perché «i bambini non devono vedere questo orrore», hanno detto. Ma probabilmente era proprio questa la volontà dei sicari: punire Franzese sotto gli occhi di tutti, alle 10.30 del mattino. Giuseppe Franzese abitava a Casoria, dove gestiva una falegnameria in via Salvo D’Acquisto, che una decina di anni fa fu completamente distrutta da un incendio doloso. Quello resta l’unico episodio di un certo rilievo, che vide protagonista, suo malgrado, la vittima dell’agguato portato a segno in vico Melofioccolo. Persino i marescialli di lungo corso, e che sono ancora in servizio nella compagnia dei carabinieri di Casoria, hanno fatto fatica a inquadrare la figura di Giuseppe Franzese. Uno che in città manteneva, per scelta, un profilo davvero molto basso e defilato. Certo che in città, al cognome Franzese, in molti hanno pensato che la vittima fosse uno dei fratelli (Antonio o persino Mauro, cugini della vittima) che per quindici anni e più hanno fatto il bello (poco) e cattivo (tanto) tempo, perché ritenuti i referenti dei Moccia. Ma Mauro è detenuto per omicidio, mentre Antonio, secondo gli 007 dell’antimafia sarebbe stato esautorato dal controllo delle attività criminali nella zona, interessata dalla cosiddetta «faida dei carbonizzati» che ha segnato in maniera feroce e traumatica il cambio generazionale dei vertici della nuova camorra a nord di Napoli. La saga camorrista della cosca Franzese sembra davvero un romanzo criminale. Anzi più crudo. E macchiato di sangue innocente. Il 15 settembre del 1990 Antonio Franzese aveva appena aperto il bar, che gestiva nel mercato ortofrutticolo di Casoria. Entrarono due killer. Giovanissimi e inesperti, cercavano Antonio Franzese. L’uomo fu raggiunto da diversi colpi di pistola, ma miracolosamente scampò alla morte. I due assassini, però, eliminarono due testimoni: il barista Sergio Esposito e il garzone Andrea Esposito, capofamiglia di undici anni, che andava a lavorare alle cinque del mattino per meno di ventimila lire a settimana. Due vittime innocenti, mai ricordate. Tre anni dopo uno dei killer, Giuseppe Papi, 22 anni, fu sequestrato e ucciso con tre colpi di pistola e abbandonato sotto un ponte tra Casoria e Afragola. Era l’inizio del potere della cosca Franzese. Ieri, in vico Melofioccolo, regno dei Mazzarella e Contini, forse si è scritta la parola fine. (Il Mattino)

Napoli. Chi ha freddato Giuseppe Franzese, nel vicoletto alle spalle di piazza Borsa ieri mattina, lo ha fatto senza esitare un solo istante. L’uomo è stato ucciso praticamente sul colpo da un proiettile calibro 9×21, ritrovato in vico Melofioccolo, il luogo dell’agguato. La mira precisa e il punto in cui è stato ferito l’uomo, non lasciano dubbi sulla precisione del killer che ha colpito il 40enne ritrovato in fin di vita dai soccorritori del 118. Il foro del colpo mortale che ha lasciato a Franzese solo poche decine di minuti per respirare a fatica, era ben visibile sulla parte alta del collo, al di sotto del padiglione auricolare. In quel punto il proiettile era entrato, perforandogli la nuca, per fuoriuscire dalla mascella e lasciarlo inerme sul selciato del vicoletto ricoperto in pochi istanti da fiumi di sangue. Qualcuno, forse un passante impressionato dall’enorme macchia rossa sui ciottoli o qualche abitante che in quel vicolo affollato di panni stesi ha avuto la prontezza di chiamare i soccorsi, nonostante la paura, ha allertato l’autoambulanza che ha trasportato il ferito nel vicino ospedale Loreto Mare. Nonostante i tentativi dello staff medico di salvare la vita all’uomo, Giuseppe Franzese una volta giunto al pronto soccorso era oramai deceduto e le sue condizioni, apparse disperate fin dai primi soccorsi, erano peggiorate nel giro di pochi minuti durante il trasporto in ambulanza. I fatti: erano da poco trascorse le 10.30 quando, nel cuore del quartiere Porto, già rimbalzavano le prime voci su quanto era accaduto nel vicolo alle spalle di piazza Borsa. In quei frammenti di tempo gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Napoli, guidati da Fausto Lamparelli, si erano precipitati sul luogo dell’agguato. In vico Melofioccolo c’era ancora il motorino (probabilmente quello con il quale si muoveva in città) accanto al quale era stato trovato il corpo di Franzese che respirava a gran fatica. Poco distante dal veicolo, i poliziotti hanno rinvenuto il bossolo del proiettile, unico e solo colpo che lo ha ferito mortalmente e che, secondo le prime ricostruzioni degli uomini della sezione scientifica della Polizia, è stato esploso ad una distanza molto ravvicinata. Dunque il killer (o il gruppo di fuoco che ha assalito il 40enne) si trovava a pochi metri dall’obiettivo e l’unico dato certo su cui basare le indagini, al momento, è che si sia trattato di un regolamento di conti, una punizione in piena regola. Per la polizia al lavoro sul caso sono ancora pochi gli elementi e gli indizi raccolti sul luogo dell’agguato, soprattutto perché non ci sono testimonianze dalle quali poter attingere qualche tassello utile per individuare la dinamica del raid punitivo. Nonostante il vociare insistente nel vicolo, dove non si parla altro che di Franzese, al momento dello sparo nessuno dei residenti era in strada. Qualcuno dice di essersi allontanato per fare la spesa, altri dormivano, altri ancora non si sono accorti di nulla e le finestre che affacciano sulla strada sono quasi tutte ricoperte da panni e lenzuola stese al sole. Dopo il sopralluogo della polizia e la folla di curiosi accorsi sul posto, il vicolo è stato pulito dalle macchie di sangue con secchiate d’acqua dalle mamme che abitano i bassi perché «i bambini non devono vedere questo orrore», hanno detto. Ma probabilmente era proprio questa la volontà dei sicari: punire Franzese sotto gli occhi di tutti, alle 10.30 del mattino. Giuseppe Franzese abitava a Casoria, dove gestiva una falegnameria in via Salvo D’Acquisto, che una decina di anni fa fu completamente distrutta da un incendio doloso. Quello resta l’unico episodio di un certo rilievo, che vide protagonista, suo malgrado, la vittima dell’agguato portato a segno in vico Melofioccolo. Persino i marescialli di lungo corso, e che sono ancora in servizio nella compagnia dei carabinieri di Casoria, hanno fatto fatica a inquadrare la figura di Giuseppe Franzese. Uno che in città manteneva, per scelta, un profilo davvero molto basso e defilato. Certo che in città, al cognome Franzese, in molti hanno pensato che la vittima fosse uno dei fratelli (Antonio o persino Mauro, cugini della vittima) che per quindici anni e più hanno fatto il bello (poco) e cattivo (tanto) tempo, perché ritenuti i referenti dei Moccia. Ma Mauro è detenuto per omicidio, mentre Antonio, secondo gli 007 dell’antimafia sarebbe stato esautorato dal controllo delle attività criminali nella zona, interessata dalla cosiddetta «faida dei carbonizzati» che ha segnato in maniera feroce e traumatica il cambio generazionale dei vertici della nuova camorra a nord di Napoli. La saga camorrista della cosca Franzese sembra davvero un romanzo criminale. Anzi più crudo. E macchiato di sangue innocente. Il 15 settembre del 1990 Antonio Franzese aveva appena aperto il bar, che gestiva nel mercato ortofrutticolo di Casoria. Entrarono due killer. Giovanissimi e inesperti, cercavano Antonio Franzese. L’uomo fu raggiunto da diversi colpi di pistola, ma miracolosamente scampò alla morte. I due assassini, però, eliminarono due testimoni: il barista Sergio Esposito e il garzone Andrea Esposito, capofamiglia di undici anni, che andava a lavorare alle cinque del mattino per meno di ventimila lire a settimana. Due vittime innocenti, mai ricordate. Tre anni dopo uno dei killer, Giuseppe Papi, 22 anni, fu sequestrato e ucciso con tre colpi di pistola e abbandonato sotto un ponte tra Casoria e Afragola. Era l’inizio del potere della cosca Franzese. Ieri, in vico Melofioccolo, regno dei Mazzarella e Contini, forse si è scritta la parola fine. (Il Mattino)