“Da Fatema Mernissi ad Abshu”. Riflessione di Pierfranco Bruni.

0

Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo la riflessione su “DA FATEMA MERNISSI AD ABSHU” di Pierfranco Bruni, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e Responsabile del Progetto “Minoranze Linguistiche ed Etnie” del MiBACT – Direzione Generale per i Beni Librari, le Biblioteche e il Diritto d’Autore.  

 

 

DA FATEMA MERNISSI AD ABSHU

Il cuore ha la seduzione del vento che porta la sabbia d’oro

 di  PIERFRANCO BRUNI

 

Il mondo arabo non un linguaggio. Può essere una metafisica. Una pianta nel deserto cresce avendo di fronte l’Occidente e nel cuore l’Oriente. I Mediterranei si incontrano. La bellezza e la seduzione sono i suoni e le voci del misterioso  che penetrano l’incanto e la grazia.

Le  cultura  e le civiltà diventano i custodi di un immaginario che è immagine in una dimensione che si lascia leggere attraverso la visione onirico – spirituale. Il sogno sconfigge la materialità e la spiritualità è l’immaterialità che supera ogni parvenza di parola e di silenzio. Eppure ci troviamo dentro una vita in cui il consumismo è materia, è struttura e impalcatura nella costruzione di un quotidiano che si fa sempre fisicità.

Cosa è l’immaterialità o quale potrebbe essere la funzione di un dettato tutto impastato di spiritualità? Facile ma anche complesso. Caratterizzante e forse non decifrabile nella durata. Ma può essere durata?

Parlo dell’amore. L’amore quando ti tocca o quando siamo chiamati nell’amore (quello improvviso, quello mai ragionato, quello imprevedibile) la bellezza traccia e solca non solo lo sguardo ma anche l’anima. Lo sguardo esiste in quanto esiste la “chiamata” di un’anima, dell’anima. E allora tutto ti travolge o tutto diventa straordinario o meraviglioso. La bellezza, la seduzione, gli occhi, la dolcezza, la sensualità sono voce e danno voce. Il misterioso è proprio qui. Tutto ciò va oltre la cultura.

La cultura è nel razionale. Non sempre. Ma quasi sempre. La cultura ti apre alla dialettica, ovvero al ragionamento mentre l’amore ti apre, appunto, al misterioso perché affascina ed io, tu, noi siamo inconsapevolmente catturati  da questa colomba. Tu sei una colomba. E forse io sono un gabbiano. E andiamo avanti così fino a quando al cuore non risponde la riflessione? Ma se è la ragione a replicare vuol dire che l’amore è uscito dalla sua stagione o dal suo tempo.

L’amore non è un tempo. L’amore vive nel tempo e noi restiamo nel tempo. Anche quando non ci siamo più restiamo nel tempo. Non nel nostro chiaramente ma nel tempo che gioca le sue carte sul tavolo verde della vita.

A spingermi verso questa battigia è stato, già alcuni anni fa,  un libro (straordinario, direi) di Fatema Mernissi dal titolo: “Le 51 parole dell’amore” (Giunti). Porta un sottotitolo che certamente incuriosisce: “L’amore nell’Islam. Dal Medioevo al digitale”. Ho letto cercando di non sottolineare ma sono stato costretto non solo a sottolineare ma a  spiegazzare (come nel mio solito, perché i libri vanno consumati: spiegazzati, sporcati, tagliuzzati in quanto sono nella mia vita o non restano nelle bacheche a fare ornamento: diffido dei libri puliti, diffidate, significa che non meritano di essere letti) le pagine. Mi ha condotto per mano lungo gli scogli dell’amore o degli amori. Può esistere un innamoramento per la cultura occidentale e un innamoramento per quella orientale? No. La sensualità è nel cuore e nella carne.

La donna velata è un fascino credibile e incredibile. Ma la donna per l’innamorato non resta sempre velata? Occidente ed Oriente non si incontrano ma si intrecciano e si fanno “Cantico”.

I Cantici recitano il senso della passione e non può sussistere il richiamo ai pudori. In amore non c’è peccato e non c’è “vergogna”. Eppure i Profeti recitano l’amore del viaggio e i Sufi del piacere.

La sensualità  e il sogno sono, comunque, il piacere e il viaggio. L’Islam e l’Occidente si ritrovano nel senso della bellezza e l’amore non conosce divisioni. “L’amore ha per causa una visione di bellezza e di splendore, cose ugualmente imperiture in questo mondo e nell’altro”.

Amate se è possibile e se avete coraggio. Lasciatevi amare se il cuore è aperto al vento delle sensazioni. Secondo i Sufi c’è una verità mai velata che ci dice: “colui che ama è rischiarato nel suo genio e illuminato nella sua natura”.

Quando l’amore è rapito dalle onde che respingono subentrano le giustificazioni. Leggetelo, e sottolineate, questo bel libro. Io sono stato fortunato perché mi è stato regalato, questa volta. Cercavo questo libro lungo la sabbia di Gibran di Tagore e di Castaneda.

I Sufi mi hanno riportato ai mercanti di pietre preziose. Raccogliere le parole degli Orienti è un testamento. Resto convinto che bisogna restare sempre in ascolto. Il vento porta sempre la sabbia. Sia che provenga dal deserto sia che giunga dal mare. La sabbia ha sempre i riflessi dell’oro nel dio del Sole.

Ho letto spaginando Abshu: “Cerca nello specchio il deserto e quando occupa lo specchio vai oltre. Cerca negli occhi della donna che ti sta accanto il mare. Quando nei suoi occhi c’è il mare. Danza come sanno danzare i Sufi e lo sguardo regalalo alle stelle. Nessuno ti potrà rubare il filo d’oro che lega il tuo cuore e tu custodiscilo nell’anima. Nessuno saprà mai cosa intreccia quel filo d’oro”.

 

Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo la riflessione su “DA FATEMA MERNISSI AD ABSHU” di Pierfranco Bruni, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche "Francesco Grisi" e Responsabile del Progetto “Minoranze Linguistiche ed Etnie” del MiBACT – Direzione Generale per i Beni Librari, le Biblioteche e il Diritto d’Autore.  

 

 

DA FATEMA MERNISSI AD ABSHU

Il cuore ha la seduzione del vento che porta la sabbia d’oro

 di  PIERFRANCO BRUNI

 

Il mondo arabo non un linguaggio. Può essere una metafisica. Una pianta nel deserto cresce avendo di fronte l’Occidente e nel cuore l’Oriente. I Mediterranei si incontrano. La bellezza e la seduzione sono i suoni e le voci del misterioso  che penetrano l’incanto e la grazia.

Le  cultura  e le civiltà diventano i custodi di un immaginario che è immagine in una dimensione che si lascia leggere attraverso la visione onirico – spirituale. Il sogno sconfigge la materialità e la spiritualità è l’immaterialità che supera ogni parvenza di parola e di silenzio. Eppure ci troviamo dentro una vita in cui il consumismo è materia, è struttura e impalcatura nella costruzione di un quotidiano che si fa sempre fisicità.

Cosa è l’immaterialità o quale potrebbe essere la funzione di un dettato tutto impastato di spiritualità? Facile ma anche complesso. Caratterizzante e forse non decifrabile nella durata. Ma può essere durata?

Parlo dell’amore. L’amore quando ti tocca o quando siamo chiamati nell’amore (quello improvviso, quello mai ragionato, quello imprevedibile) la bellezza traccia e solca non solo lo sguardo ma anche l’anima. Lo sguardo esiste in quanto esiste la “chiamata” di un’anima, dell’anima. E allora tutto ti travolge o tutto diventa straordinario o meraviglioso. La bellezza, la seduzione, gli occhi, la dolcezza, la sensualità sono voce e danno voce. Il misterioso è proprio qui. Tutto ciò va oltre la cultura.

La cultura è nel razionale. Non sempre. Ma quasi sempre. La cultura ti apre alla dialettica, ovvero al ragionamento mentre l’amore ti apre, appunto, al misterioso perché affascina ed io, tu, noi siamo inconsapevolmente catturati  da questa colomba. Tu sei una colomba. E forse io sono un gabbiano. E andiamo avanti così fino a quando al cuore non risponde la riflessione? Ma se è la ragione a replicare vuol dire che l’amore è uscito dalla sua stagione o dal suo tempo.

L’amore non è un tempo. L’amore vive nel tempo e noi restiamo nel tempo. Anche quando non ci siamo più restiamo nel tempo. Non nel nostro chiaramente ma nel tempo che gioca le sue carte sul tavolo verde della vita.

A spingermi verso questa battigia è stato, già alcuni anni fa,  un libro (straordinario, direi) di Fatema Mernissi dal titolo: “Le 51 parole dell’amore” (Giunti). Porta un sottotitolo che certamente incuriosisce: “L’amore nell’Islam. Dal Medioevo al digitale”. Ho letto cercando di non sottolineare ma sono stato costretto non solo a sottolineare ma a  spiegazzare (come nel mio solito, perché i libri vanno consumati: spiegazzati, sporcati, tagliuzzati in quanto sono nella mia vita o non restano nelle bacheche a fare ornamento: diffido dei libri puliti, diffidate, significa che non meritano di essere letti) le pagine. Mi ha condotto per mano lungo gli scogli dell’amore o degli amori. Può esistere un innamoramento per la cultura occidentale e un innamoramento per quella orientale? No. La sensualità è nel cuore e nella carne.

La donna velata è un fascino credibile e incredibile. Ma la donna per l’innamorato non resta sempre velata? Occidente ed Oriente non si incontrano ma si intrecciano e si fanno “Cantico”.

I Cantici recitano il senso della passione e non può sussistere il richiamo ai pudori. In amore non c’è peccato e non c’è “vergogna”. Eppure i Profeti recitano l’amore del viaggio e i Sufi del piacere.

La sensualità  e il sogno sono, comunque, il piacere e il viaggio. L’Islam e l’Occidente si ritrovano nel senso della bellezza e l’amore non conosce divisioni. “L’amore ha per causa una visione di bellezza e di splendore, cose ugualmente imperiture in questo mondo e nell’altro”.

Amate se è possibile e se avete coraggio. Lasciatevi amare se il cuore è aperto al vento delle sensazioni. Secondo i Sufi c’è una verità mai velata che ci dice: “colui che ama è rischiarato nel suo genio e illuminato nella sua natura”.

Quando l’amore è rapito dalle onde che respingono subentrano le giustificazioni. Leggetelo, e sottolineate, questo bel libro. Io sono stato fortunato perché mi è stato regalato, questa volta. Cercavo questo libro lungo la sabbia di Gibran di Tagore e di Castaneda.

I Sufi mi hanno riportato ai mercanti di pietre preziose. Raccogliere le parole degli Orienti è un testamento. Resto convinto che bisogna restare sempre in ascolto. Il vento porta sempre la sabbia. Sia che provenga dal deserto sia che giunga dal mare. La sabbia ha sempre i riflessi dell’oro nel dio del Sole.

Ho letto spaginando Abshu: “Cerca nello specchio il deserto e quando occupa lo specchio vai oltre. Cerca negli occhi della donna che ti sta accanto il mare. Quando nei suoi occhi c’è il mare. Danza come sanno danzare i Sufi e lo sguardo regalalo alle stelle. Nessuno ti potrà rubare il filo d’oro che lega il tuo cuore e tu custodiscilo nell’anima. Nessuno saprà mai cosa intreccia quel filo d’oro”.