Pos, scatta l’obbligo per i professionisti, è polemica sui costi. La novità per pagamenti oltre i 30 euro

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Tasse più pesanti sulle rendite finanziarie. Da domani l’aliquota vola dal 20 al 26%. E il giorno prima scatta il Pos obbligatorio per i pagamenti oltre i 30 euro ad imprese, lavoratori autonomi e professionisti. Una svolta che sarà resa più soft, comunque, dall’assenza di sanzioni. Obiettivo più trasparenza per favorire la lotta all’evasione. La mini-patrimoniale, nelle intenzioni del ministero dell’Economia, punta invece a riequilibrare la tassazione sgravando le imprese e i lavoratori. Da oggi potremo richiedere il Pos al ristorante, come all’idraulico, o al dentista e persino al parrucchiere. Ma se non l’avranno non potremo pretenderlo. Saremo costretti solo a rivolgerci altrove. Infatti le nuove norme non prevedono alcuna sanzione. Novità che ha suscitato le proteste dei consumatori. Critico il Codacons di Carlo Rienzi che parla di «buffonata». Mentre l’Adusbef attacca: «Non serve a combattere l’evasione fiscale ma soltanto a favorire gli interessi delle banche e delle società esercenti le carte di credito». Ed è polemica sui costi. La Confesercenti denuncia che per una piccola e media imprese, che farà 50mila euro di transazioni l’anno, l’onere potrà raggiungere anche i 1.700 euro l’anno. «Chi ha voluto questa legge ha idea di quali costi dovranno sostenere idraulici, falegnami, elettricisti, antennisti e manutentori di caldaie, nonché i loro dipendenti, che spesso si recano singolarmente presso l’immobile del committente?» incalza poi la Cgia. Su conti correnti e di deposito, titoli e obbligazioni la stangata scatterà, invece, dal primo luglio. Si salveranno solo Bot eBtp, in pratica tutti i titoli di Stato e i Buoni postali. I risparmiatori, però, non dovranno farsi cogliere di sorpresa. I rincari scatteranno, infatti, retroattivamente in modo automatico anche sulle rendite accumulate antecedentemente al primo luglio. L’unica strada per evitare di cadere nella trappola del Fisco sarà l’affrancamento. Converrà soprattutto nel caso si siano accumulate plusvalenze per acquisti fatti in precedenza. «L’affrancamento, una sorta di vendita figurativa, consente di applicare la vecchia aliquota del 20% sui guadagni realizzati fino al 30 giugno. Dopo, dal primo luglio, le tasse si pagheranno con l’aliquota del 26%. L’operazione la dovrà eseguire la banca», spiega Paolo Guida, analista del  Centro studi di Intesa Sanpaolo. L’alternativa sarebbe vendere e ricomprare i titoli, pagando doppie commissioni d’intermediazione. Ma «il discorso non si può generalizzare. Si dovrà valutare caso per caso che cosa conviene fare. Il nodo è che l’affrancamento si applica all’intero portafoglio titoli, in cui potrebbero esserci minusvalenze latenti», avverte Guida, che è anche vicepresidente dell’Aiaf, l’associazione italiana analisti finanziari. «Nel caso di minusvalenze, infatti, una vendita è più conveniente. In particolare, chi opta per il regime fiscale amministrato, cioè affida alla banca, che agisce come un sostituto d’imposta, il carico dei conteggi, ha la possibilità di effettuare successivamente una compensazione. In pratica, funziona così. La banca registra se c’è stata una vendita di titoli a prezzo più basso rispetto all’acquisto e se entro 5 anni si ottengono plusvalenze su un altro titolo si potrà effettuare la compensazione sulle tasse da pagare». Nei giorni scorsi era stata la stessa Agenzia delle Entrate, con una circolare, a consigliare la strada dell’affrancamento. Certo, due anni e mezzo fa, quando il governo Monti decise di innalzare le aliquote dal 12,5% al 20%, imperversava la crisi della Borsa e dell’euro. E le minusvalenze caratterizzavano gran parte dei portafogli titoli. Oggi lo scenario è cambiato. E l’affrancamento di azioni, obbligazioni e quote di fondi comuni potrebbe fruttare una bella somma all’Erario. Molto dipenderà, comunque, dal comportamento dei risparmiatori. Ma, se si fa riferimento ai dati di Bankitalia si può ipotizzare un incasso per lo Stato di 6-7 miliardi di euro. (Cinzia Peluso – Il Mattino)

Tasse più pesanti sulle rendite finanziarie. Da domani l’aliquota vola dal 20 al 26%. E il giorno prima scatta il Pos obbligatorio per i pagamenti oltre i 30 euro ad imprese, lavoratori autonomi e professionisti. Una svolta che sarà resa più soft, comunque, dall’assenza di sanzioni. Obiettivo più trasparenza per favorire la lotta all’evasione. La mini-patrimoniale, nelle intenzioni del ministero dell’Economia, punta invece a riequilibrare la tassazione sgravando le imprese e i lavoratori. Da oggi potremo richiedere il Pos al ristorante, come all’idraulico, o al dentista e persino al parrucchiere. Ma se non l’avranno non potremo pretenderlo. Saremo costretti solo a rivolgerci altrove. Infatti le nuove norme non prevedono alcuna sanzione. Novità che ha suscitato le proteste dei consumatori. Critico il Codacons di Carlo Rienzi che parla di «buffonata». Mentre l’Adusbef attacca: «Non serve a combattere l’evasione fiscale ma soltanto a favorire gli interessi delle banche e delle società esercenti le carte di credito». Ed è polemica sui costi. La Confesercenti denuncia che per una piccola e media imprese, che farà 50mila euro di transazioni l'anno, l’onere potrà raggiungere anche i 1.700 euro l'anno. «Chi ha voluto questa legge ha idea di quali costi dovranno sostenere idraulici, falegnami, elettricisti, antennisti e manutentori di caldaie, nonché i loro dipendenti, che spesso si recano singolarmente presso l’immobile del committente?» incalza poi la Cgia. Su conti correnti e di deposito, titoli e obbligazioni la stangata scatterà, invece, dal primo luglio. Si salveranno solo Bot eBtp, in pratica tutti i titoli di Stato e i Buoni postali. I risparmiatori, però, non dovranno farsi cogliere di sorpresa. I rincari scatteranno, infatti, retroattivamente in modo automatico anche sulle rendite accumulate antecedentemente al primo luglio. L’unica strada per evitare di cadere nella trappola del Fisco sarà l’affrancamento. Converrà soprattutto nel caso si siano accumulate plusvalenze per acquisti fatti in precedenza. «L’affrancamento, una sorta di vendita figurativa, consente di applicare la vecchia aliquota del 20% sui guadagni realizzati fino al 30 giugno. Dopo, dal primo luglio, le tasse si pagheranno con l’aliquota del 26%. L’operazione la dovrà eseguire la banca», spiega Paolo Guida, analista del  Centro studi di Intesa Sanpaolo. L’alternativa sarebbe vendere e ricomprare i titoli, pagando doppie commissioni d'intermediazione. Ma «il discorso non si può generalizzare. Si dovrà valutare caso per caso che cosa conviene fare. Il nodo è che l’affrancamento si applica all’intero portafoglio titoli, in cui potrebbero esserci minusvalenze latenti», avverte Guida, che è anche vicepresidente dell’Aiaf, l’associazione italiana analisti finanziari. «Nel caso di minusvalenze, infatti, una vendita è più conveniente. In particolare, chi opta per il regime fiscale amministrato, cioè affida alla banca, che agisce come un sostituto d’imposta, il carico dei conteggi, ha la possibilità di effettuare successivamente una compensazione. In pratica, funziona così. La banca registra se c’è stata una vendita di titoli a prezzo più basso rispetto all’acquisto e se entro 5 anni si ottengono plusvalenze su un altro titolo si potrà effettuare la compensazione sulle tasse da pagare». Nei giorni scorsi era stata la stessa Agenzia delle Entrate, con una circolare, a consigliare la strada dell’affrancamento. Certo, due anni e mezzo fa, quando il governo Monti decise di innalzare le aliquote dal 12,5% al 20%, imperversava la crisi della Borsa e dell’euro. E le minusvalenze caratterizzavano gran parte dei portafogli titoli. Oggi lo scenario è cambiato. E l’affrancamento di azioni, obbligazioni e quote di fondi comuni potrebbe fruttare una bella somma all’Erario. Molto dipenderà, comunque, dal comportamento dei risparmiatori. Ma, se si fa riferimento ai dati di Bankitalia si può ipotizzare un incasso per lo Stato di 6-7 miliardi di euro. (Cinzia Peluso – Il Mattino)