Su scuola e beni culturali una riflessione di Pierfranco Bruni.

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Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo una riflessione su scuola e beni culturali di Pierfranco Bruni, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e Responsabile del Progetto “Minoranze Linguistiche ed Etnie” del MiBACT – Direzione Generale per i Beni Librari, le Biblioteche e il Diritto d’Autore.  

 

Senza “espropriare” i docenti delle loro competenze i beni culturali devono essere riferimento per la scuola italiana. Una politica tra conoscenza e valorizzazione che il Ministro Franceschini dovrà portare avanti

di Pierfranco Bruni 

Senza espropriare i docenti degli Istituti superiori delle loro capacità e del loro ruolo ricominciamo dalle culture. Dunque. Se nel mondo scolastico entrano le specificità e le capacità degli esperti dei beni culturali la cultura italiana non potrà che avvantaggiarsi. La politica dei beni culturali deve necessariamente collegarsi con quella scolastica. Ha ragione il Ministro Dario Franceschini ad offrire professionalità che provengono dal mondo dei beni culturali come modelli di esperienze ed esperti nei vari campi disciplinari: dall’archeologia all’arte, dall’antropologia all’archivistica, dalla musica allo spettacolo.

Gli Stati Generali della Cultura devono servire ad un confronto a tutto tondo tra i vari campi delle culture. Nella scuola bisogna poter insegnare anche archeologia come metodologia per capire la storia antica. Non può farlo soltanto un docente. Necessitano professionalità altre. Così come parlare della storia dei popoli in un contesto, oggi più che mai, di geopolitica bisogna “interpellare” un esperto di discipline antropologiche lavora sul campo.

Il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo non ha soltanto una attrezzata visione scientifica della cultura. Ma sa applicare metodologie didattiche e pedagogiche all’interno di una interpretazione sia storica, che ha rimandi chiaramente all’archeologia, sia letteraria sia artistica. Nel campo letterario il Mibact ha delle alte professionalità che vivono il confronto con le realtà, soprattutto quando si parla di letteratura contemporanea. Così come per l’arte. L’alta specializzazione non può che venire dallo storico dell’arte e dallo studioso che “gestisce” elementi artistici applicati al territorio.

Deve darsi una “rivoluzione”. E Dario Franceschini è ben consapevole di questi nuovi processi che si sviluppano all’interno del contesto attuale. Insomma la scuola non può vivere la sua “solitudine” applicata ai testi scolastici, al di qua o al di là delle cattedre e delle aule scolastiche, ma deve confrontarsi con quel mondo che la cultura la fa, la pratica, la diffonde.

È naturale che restano due professionalità completamente diverse sia per formazione che per articolazione di modelli culturali. Ma occorre recuperare, giustamente, il valore dell’arte come bene culturale e quindi patrimoniale, il valore della musica come espressione di una realtà moderna e contemporanea e la letteratura in un confronto comparato che deve andare molto oltre gli schemi scolastici.

Una visione alla quale il Ministro guarda, credo, con molta attenzione attrazione. Ma anche la Pubblica Istruzione deve rivedere la sua impostazione.

Insomma bisogna dare centralità ai beni culturali nel mondo della scuola perché la scuola deve poter entrare nelle culture comparate. Il bene il culturale, oltre alla tutela, ha sempre proposto un processo di valorizzazione e di conoscenza delle culture attraverso una visione, a tutto tondo, del rapporto tra identità nazionale, Europa, Occidente ed Oriente e territorialità.

Sarebbe un contributo notevole offerto anche ai docenti delle varie discipline ai quali andrebbe il merito della metodologia didattico – pedagogica.

Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo una riflessione su scuola e beni culturali di Pierfranco Bruni, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche "Francesco Grisi" e Responsabile del Progetto “Minoranze Linguistiche ed Etnie” del MiBACT – Direzione Generale per i Beni Librari, le Biblioteche e il Diritto d’Autore.  

 

Senza “espropriare” i docenti delle loro competenze i beni culturali devono essere riferimento per la scuola italiana. Una politica tra conoscenza e valorizzazione che il Ministro Franceschini dovrà portare avanti

di Pierfranco Bruni 

Senza espropriare i docenti degli Istituti superiori delle loro capacità e del loro ruolo ricominciamo dalle culture. Dunque. Se nel mondo scolastico entrano le specificità e le capacità degli esperti dei beni culturali la cultura italiana non potrà che avvantaggiarsi. La politica dei beni culturali deve necessariamente collegarsi con quella scolastica. Ha ragione il Ministro Dario Franceschini ad offrire professionalità che provengono dal mondo dei beni culturali come modelli di esperienze ed esperti nei vari campi disciplinari: dall’archeologia all’arte, dall’antropologia all’archivistica, dalla musica allo spettacolo.

Gli Stati Generali della Cultura devono servire ad un confronto a tutto tondo tra i vari campi delle culture. Nella scuola bisogna poter insegnare anche archeologia come metodologia per capire la storia antica. Non può farlo soltanto un docente. Necessitano professionalità altre. Così come parlare della storia dei popoli in un contesto, oggi più che mai, di geopolitica bisogna “interpellare” un esperto di discipline antropologiche lavora sul campo.

Il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo non ha soltanto una attrezzata visione scientifica della cultura. Ma sa applicare metodologie didattiche e pedagogiche all’interno di una interpretazione sia storica, che ha rimandi chiaramente all’archeologia, sia letteraria sia artistica. Nel campo letterario il Mibact ha delle alte professionalità che vivono il confronto con le realtà, soprattutto quando si parla di letteratura contemporanea. Così come per l’arte. L’alta specializzazione non può che venire dallo storico dell’arte e dallo studioso che “gestisce” elementi artistici applicati al territorio.

Deve darsi una “rivoluzione”. E Dario Franceschini è ben consapevole di questi nuovi processi che si sviluppano all’interno del contesto attuale. Insomma la scuola non può vivere la sua “solitudine” applicata ai testi scolastici, al di qua o al di là delle cattedre e delle aule scolastiche, ma deve confrontarsi con quel mondo che la cultura la fa, la pratica, la diffonde.

È naturale che restano due professionalità completamente diverse sia per formazione che per articolazione di modelli culturali. Ma occorre recuperare, giustamente, il valore dell’arte come bene culturale e quindi patrimoniale, il valore della musica come espressione di una realtà moderna e contemporanea e la letteratura in un confronto comparato che deve andare molto oltre gli schemi scolastici.

Una visione alla quale il Ministro guarda, credo, con molta attenzione attrazione. Ma anche la Pubblica Istruzione deve rivedere la sua impostazione.

Insomma bisogna dare centralità ai beni culturali nel mondo della scuola perché la scuola deve poter entrare nelle culture comparate. Il bene il culturale, oltre alla tutela, ha sempre proposto un processo di valorizzazione e di conoscenza delle culture attraverso una visione, a tutto tondo, del rapporto tra identità nazionale, Europa, Occidente ed Oriente e territorialità.

Sarebbe un contributo notevole offerto anche ai docenti delle varie discipline ai quali andrebbe il merito della metodologia didattico – pedagogica.