Il corpo e l’orto

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Questo pomeriggio, presso il palazzo di città verrà presentato il volume postumo di poesie di Marco Amendolara, con interventi di Renzo Paris e Pina De Luca

 

 Di OLGA CHIEFFI

Oggi alle ore 18 nella Sala del Gonfalone del Comune di Salerno si svolgerà la presentazione, in anteprima nazionale, del libro postumo di Marco Amendolara “Il corpo e l’orto. Poesie 2005-2008” (Edizioni La Vita Felice di Milano, con una postfazione di Renzo Paris). L’incontro, che rientra nel progetto “Moby Dick. Incontri di economia e cultura”, curati a Alfonso Amendola e Innocenzo Orlando, dopo i saluti istituzionali dell’Assessore Ermanno Guerra e di Alfredo Nicastri (Presidente dell’Associazione “Marco Amendolara), vede in scaletta gli interventi di Pina De Luca (docente di Estetica presso l’Università di Salerno) e di Renzo Paris (scrittore e già docente di Letteratura francese presso l’Ateneo salernitano), coordinati da Paolo Romano. L’attore Carlo Roselli, unitamente a Giancarlo Punzi, leggerà alcuni stralci dal volume, mentre la violista Michela Coppola accennerà all’ ultima opera di Alban Berg, il concerto per violino e orchestra del 1935 alla memoria di un angelo, con il suo Adagio simbolo di liberazione, un momento di emozione speciale, di religiosa pietà, il suo struggente congedo, il suo inconsapevole requiem, fatto di assoluta evidenza e trasparenza dell’espressione. “Quando non hai corpo ti conosci meglio, scorre e dice l’acqua?mentre si specchia in te;?quando non sei corpo susciti ogni meraviglia?e, meravigliato, sei sbigottito dalla conquista.?La natura ti annulla, è niente e tu sei natura”. (da “Il corpo e l’orto”). “Affrontando il tema del corpo – scrive nella postfazione Renzo Paris – che è orto e vegetazione, tema dell’ultimo Novecento, attraverso la cultura francese che più lo osannava, Amendolara ha recuperato la grande poesia del passato, quella virgiliana per intenderci, meglio, con la quale è finalmente fuoriuscito dal corpo”. Il giardino e il grembo, l’orto, il recinto dell’amore e la fonte della vita: il concetto fecondità, fertilità, creatività, vita desiderio del luogo felice risiede nell’orto, la sua idea rivela contenuti vitali che esprimono desideri e speranze maturati in questo spazio e ne costituisce il simbolo vivo. “La nostra salvezza è la morte, ma non questa”, scrive Franz Kafka nel 1918. Le ultime raccolte di poesie di Marco contengono la sorpresa del rifiuto, l’amaro stupore che il mondo fosse diverso e non potesse seguirlo in un discorso per lui così felicemente ovvio, perché immediatamente coincidente con la vita. Le sue immagini seguitano a fiorire formalmente con lo stesso distacco, ma uno sguardo che ne penetrasse l’ultima scaturigine ne scoprirebbe, un esile stelo che potrebbe chiamarsi trepidazione della propria diversità. Lo stelo c’è, ma è un presupposto tutto personale, e il lettore che non ne fosse informato sarebbe autorizzato ad affermarne l’inesistenza e a interpretare l’immagine nelle chiavi più disparate. E’ qui la chiave de’ “Il corpo e l’orto” ove si rivela il reale contenuto della passione di Marco Amendolara, il suo indisciplinato eros, poiché tutto il volume è un florilegio di versi d’amore. Gioia, joie, che è in connessione con gaudium, e che viene da getheo (gioisco), si compone in ogni caso del Ghe della terra. Ecco allora che l’umano, arrivato in fondo alla sua via, dovrebbe uscir fuori, concludere il viaggio, saltar via dal “mezzo” o dalla “corda”(F.Kafka), e se il mezzo è “la fine” dell’umano, saltar via anche dalla fine. Marco, con questi versi, ci comunica di aver messo le ali, di aver appreso le ali, per svoltare verso la gioia, andando incontro a Ghe, liberandosi del suo corpo, riaccendendo il romanzo, un nuovo romanzo, rifiutando di tenersi aggrappato alla corda, ai linguaggi, al vedere e al non voler vedere, all’accecarsi, all’assordarsi, al cadere e ricadere sempre nello stesso posto, riconquistando l’agognato mistero del primordiale. 

 

Questo pomeriggio, presso il palazzo di città verrà presentato il volume postumo di poesie di Marco Amendolara, con interventi di Renzo Paris e Pina De Luca

 

 Di OLGA CHIEFFI

Oggi alle ore 18 nella Sala del Gonfalone del Comune di Salerno si svolgerà la presentazione, in anteprima nazionale, del libro postumo di Marco Amendolara "Il corpo e l'orto. Poesie 2005-2008" (Edizioni La Vita Felice di Milano, con una postfazione di Renzo Paris). L'incontro, che rientra nel progetto “Moby Dick. Incontri di economia e cultura”, curati a Alfonso Amendola e Innocenzo Orlando, dopo i saluti istituzionali dell'Assessore Ermanno Guerra e di Alfredo Nicastri (Presidente dell'Associazione "Marco Amendolara), vede in scaletta gli interventi di Pina De Luca (docente di Estetica presso l'Università di Salerno) e di Renzo Paris (scrittore e già docente di Letteratura francese presso l'Ateneo salernitano), coordinati da Paolo Romano. L'attore Carlo Roselli, unitamente a Giancarlo Punzi, leggerà alcuni stralci dal volume, mentre la violista Michela Coppola accennerà all’ ultima opera di Alban Berg, il concerto per violino e orchestra del 1935 alla memoria di un angelo, con il suo Adagio simbolo di liberazione, un momento di emozione speciale, di religiosa pietà, il suo struggente congedo, il suo inconsapevole requiem, fatto di assoluta evidenza e trasparenza dell'espressione. “Quando non hai corpo ti conosci meglio, scorre e dice l’acqua?mentre si specchia in te;?quando non sei corpo susciti ogni meraviglia?e, meravigliato, sei sbigottito dalla conquista.?La natura ti annulla, è niente e tu sei natura”. (da “Il corpo e l’orto”). “Affrontando il tema del corpo – scrive nella postfazione Renzo Paris – che è orto e vegetazione, tema dell’ultimo Novecento, attraverso la cultura francese che più lo osannava, Amendolara ha recuperato la grande poesia del passato, quella virgiliana per intenderci, meglio, con la quale è finalmente fuoriuscito dal corpo”. Il giardino e il grembo, l’orto, il recinto dell’amore e la fonte della vita: il concetto fecondità, fertilità, creatività, vita desiderio del luogo felice risiede nell’orto, la sua idea rivela contenuti vitali che esprimono desideri e speranze maturati in questo spazio e ne costituisce il simbolo vivo. “La nostra salvezza è la morte, ma non questa”, scrive Franz Kafka nel 1918. Le ultime raccolte di poesie di Marco contengono la sorpresa del rifiuto, l’amaro stupore che il mondo fosse diverso e non potesse seguirlo in un discorso per lui così felicemente ovvio, perché immediatamente coincidente con la vita. Le sue immagini seguitano a fiorire formalmente con lo stesso distacco, ma uno sguardo che ne penetrasse l’ultima scaturigine ne scoprirebbe, un esile stelo che potrebbe chiamarsi trepidazione della propria diversità. Lo stelo c’è, ma è un presupposto tutto personale, e il lettore che non ne fosse informato sarebbe autorizzato ad affermarne l’inesistenza e a interpretare l’immagine nelle chiavi più disparate. E’ qui la chiave de’ “Il corpo e l’orto” ove si rivela il reale contenuto della passione di Marco Amendolara, il suo indisciplinato eros, poiché tutto il volume è un florilegio di versi d’amore. Gioia, joie, che è in connessione con gaudium, e che viene da getheo (gioisco), si compone in ogni caso del Ghe della terra. Ecco allora che l’umano, arrivato in fondo alla sua via, dovrebbe uscir fuori, concludere il viaggio, saltar via dal “mezzo” o dalla “corda”(F.Kafka), e se il mezzo è “la fine” dell’umano, saltar via anche dalla fine. Marco, con questi versi, ci comunica di aver messo le ali, di aver appreso le ali, per svoltare verso la gioia, andando incontro a Ghe, liberandosi del suo corpo, riaccendendo il romanzo, un nuovo romanzo, rifiutando di tenersi aggrappato alla corda, ai linguaggi, al vedere e al non voler vedere, all’accecarsi, all’assordarsi, al cadere e ricadere sempre nello stesso posto, riconquistando l’agognato mistero del primordiale. 

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