In trappola i predatori di Stabia e Paestum. Il materiale destinato al mercato clandestino. Stranieri gli acquirenti

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Castellammare di Stabia. Intercettati dai carabinieri, hanno tentato la fuga. Volevano nascondere la refurtiva, il prezioso carico di reperti archeologici. Ma l’inseguimento su via Panoramica è durato pochi minuti: una volta bloccati, i militari hanno rinvenuto ciò che stavano cercando: reperti portati alla luce in maniera illegale e destinati al mercato nero. Pratiche molto diffuse nell’area stabiese e dei Comuni a valle dei Monti Lattari, dove da anni agiscono gruppi specializzati negli scavi e nella vendita di antichità a collezionisti senza scrupoli. I carabinieri della compagnia di Castellammare hanno denunciato per illecito possesso di reperti archeologici e per ricettazione un uomo e una donna di 25 anni, rispettivamente di Castellammare e Santa Maria la Carità, e un 57enne stabiese, con precedenti specifici. Quest’ultimo, Antonio De Rosa, è stato arrestato nel marzo del 2013 dai carabinieri di Agropoli per tentato furto aggravato e violazione in materia di ricerche archeologiche di beni culturali: in quel caso De Rosa fu sorpreso, con picconi e vanghe, nei pressi di una tomba nell’antica città di Paestum. Non è escluso che i cinque oggetti trovati nella «Nissan Micra» e conservati in un secchio di plastica provenissero proprio dai terreni del salernitano. L’altra ipotesi è che i tombaroli possano aver agito nella zona della collina di Varano a Castellammare, dove sorge il complesso dell’Antica Stabiae. Secondo quanto accertato dalle autorità fino a questo momento, si tratta di reperti in terracotta ad impasto grezzo risalenti al III/II secolo avanti Cristo, probabilmente pertinenti ad un contesto funerario. Tra gli oggetti c’è un frammento appartenente forse ad un recipiente, un contenitore, una «patera» (piatto ampio e poco profondo utilizzato soprattutto in un contesto rituale), e due «oinochoe», ovvero delle brocche a labbro «trilobato» usate per il vino o l’acqua. Sia la datazione, III/II secolo, sia le forme, tipiche della produzione artigianale greco-etrusca, porterebbero gli inquirenti ad ipotizzare che i reperti possano provenire da Stabiae come dalla Piana del Sele. Gli indagati non hanno fornito elementi utili ai carabinieri. In zona esiste una triste tradizione riguardante i cosiddetti tombaroli. «Il ricco territorio archeologico di Stabia e dei comuni alle pendici dei monti lattari, oltre che dell’area vesuviana che si estende dalla periferia degli Scavi di Pompei fino alla vasta area nolana, rappresentano per numero e importanza dei siti archeologici, uno dei mercati che maggiormente alimenta il traffico internazionale di reperti archeologi», ha spiegato Antonio Irlando, presidente dell’Osservatorio patrimonio culturale. In diverse inchieste le forze dell’ordine hanno accertato come tombaroli «professionisti» originari di Castellammare, Sant’Antonio Abate e Santa Maria la Carità (ultimamente dotati di macchinari sofisticati come i georadar oltre ai picconi e alle vanghe) riescono a vendere a collezionisti italiani (soprattutto Nord Italia) e stranieri (prima in Svizzera e poi negli Usa, in Inghilterra, più recentemente in Francia) quanto emerge dai terreni. Il prezzo poi dipende da quanto è antico un reperto e di che materiale è fatto: il bronzo è molto ricercato e piccoli manufatti di questo materiale possono costare anche migliaia di euro. Più modesto il prezzo degli oggetti di terracotta: sul mercato nero l’oinochoe sequestrato ieri sarebbe stato valutato circa 200 euro. L’oro proveniente dalle Ville dell’Ozio di Stabiae, invece, ha interessato anche il clan camorristico dei D’Alessandro. A parlare del vero e proprio «sacco» è stato poco tempo fa il capoclan pentito Salvatore Belviso. In una conversazione intercettata, il boss ha parlato di una «cassetta piena di pietre antiche e oro dei tempi dei Romani. Laccettini, dobloni (…) ogni moneta valeva dieci, quindicimila, ventimila euro. Io so che cinquanta monete da dentro alla scavo di Varano le ha regalate (si riferisce ad uno zio, ndr). Ma tu hai capito più di settanta o ottanta chili di oro?». «Spesso le Soprintendenze e le stesse forze dell’ordine – ha concluso Irlando – apprendono solo casualmente di un fortuito rinvenimento archeologico, mentre i tombaroli godono di una fitta rete di complicità e di conoscenza dettagliata delle aree di interesse archeologico. Questo vantaggio permette loro di agire quasi indisturbati nel saccheggio di preziosi reperti archeologici che sul mercato clandestino permettono guadagni milionari ». (Francesco Ferrigno – Il Mattino)  

Castellammare di Stabia. Intercettati dai carabinieri, hanno tentato la fuga. Volevano nascondere la refurtiva, il prezioso carico di reperti archeologici. Ma l’inseguimento su via Panoramica è durato pochi minuti: una volta bloccati, i militari hanno rinvenuto ciò che stavano cercando: reperti portati alla luce in maniera illegale e destinati al mercato nero. Pratiche molto diffuse nell’area stabiese e dei Comuni a valle dei Monti Lattari, dove da anni agiscono gruppi specializzati negli scavi e nella vendita di antichità a collezionisti senza scrupoli. I carabinieri della compagnia di Castellammare hanno denunciato per illecito possesso di reperti archeologici e per ricettazione un uomo e una donna di 25 anni, rispettivamente di Castellammare e Santa Maria la Carità, e un 57enne stabiese, con precedenti specifici. Quest’ultimo, Antonio De Rosa, è stato arrestato nel marzo del 2013 dai carabinieri di Agropoli per tentato furto aggravato e violazione in materia di ricerche archeologiche di beni culturali: in quel caso De Rosa fu sorpreso, con picconi e vanghe, nei pressi di una tomba nell’antica città di Paestum. Non è escluso che i cinque oggetti trovati nella «Nissan Micra» e conservati in un secchio di plastica provenissero proprio dai terreni del salernitano. L’altra ipotesi è che i tombaroli possano aver agito nella zona della collina di Varano a Castellammare, dove sorge il complesso dell’Antica Stabiae. Secondo quanto accertato dalle autorità fino a questo momento, si tratta di reperti in terracotta ad impasto grezzo risalenti al III/II secolo avanti Cristo, probabilmente pertinenti ad un contesto funerario. Tra gli oggetti c’è un frammento appartenente forse ad un recipiente, un contenitore, una «patera» (piatto ampio e poco profondo utilizzato soprattutto in un contesto rituale), e due «oinochoe», ovvero delle brocche a labbro «trilobato» usate per il vino o l’acqua. Sia la datazione, III/II secolo, sia le forme, tipiche della produzione artigianale greco-etrusca, porterebbero gli inquirenti ad ipotizzare che i reperti possano provenire da Stabiae come dalla Piana del Sele. Gli indagati non hanno fornito elementi utili ai carabinieri. In zona esiste una triste tradizione riguardante i cosiddetti tombaroli. «Il ricco territorio archeologico di Stabia e dei comuni alle pendici dei monti lattari, oltre che dell'area vesuviana che si estende dalla periferia degli Scavi di Pompei fino alla vasta area nolana, rappresentano per numero e importanza dei siti archeologici, uno dei mercati che maggiormente alimenta il traffico internazionale di reperti archeologi», ha spiegato Antonio Irlando, presidente dell’Osservatorio patrimonio culturale. In diverse inchieste le forze dell’ordine hanno accertato come tombaroli «professionisti» originari di Castellammare, Sant’Antonio Abate e Santa Maria la Carità (ultimamente dotati di macchinari sofisticati come i georadar oltre ai picconi e alle vanghe) riescono a vendere a collezionisti italiani (soprattutto Nord Italia) e stranieri (prima in Svizzera e poi negli Usa, in Inghilterra, più recentemente in Francia) quanto emerge dai terreni. Il prezzo poi dipende da quanto è antico un reperto e di che materiale è fatto: il bronzo è molto ricercato e piccoli manufatti di questo materiale possono costare anche migliaia di euro. Più modesto il prezzo degli oggetti di terracotta: sul mercato nero l’oinochoe sequestrato ieri sarebbe stato valutato circa 200 euro. L’oro proveniente dalle Ville dell’Ozio di Stabiae, invece, ha interessato anche il clan camorristico dei D’Alessandro. A parlare del vero e proprio «sacco» è stato poco tempo fa il capoclan pentito Salvatore Belviso. In una conversazione intercettata, il boss ha parlato di una «cassetta piena di pietre antiche e oro dei tempi dei Romani. Laccettini, dobloni (…) ogni moneta valeva dieci, quindicimila, ventimila euro. Io so che cinquanta monete da dentro alla scavo di Varano le ha regalate (si riferisce ad uno zio, ndr). Ma tu hai capito più di settanta o ottanta chili di oro?». «Spesso le Soprintendenze e le stesse forze dell’ordine – ha concluso Irlando – apprendono solo casualmente di un fortuito rinvenimento archeologico, mentre i tombaroli godono di una fitta rete di complicità e di conoscenza dettagliata delle aree di interesse archeologico. Questo vantaggio permette loro di agire quasi indisturbati nel saccheggio di preziosi reperti archeologici che sul mercato clandestino permettono guadagni milionari ». (Francesco Ferrigno – Il Mattino)