PER UNA CITTA’ DI PAESTUM IN ATTESA DI POSEIDONIA: NOTE A MARGINE SUL REFERENDUM

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Dopo l’esito favorevole del Referendum di cui Positanonews parla nella sezione Cilento news riproponiamo lo scritto di Giuseppe Liuccio La campagna elettorale sul Referendum impazza tra opposte fazioni caricandosi nei toni e nei  linguaggi, ma non centrando, a mio modesto parere, i temi importanti. Poteva essere un’occasione per riflettere sugli assetti urbanistici, istituzionali e della funzione e dell’efficienza dei servizi sul vasto territorio comunale, ma così non è stato. Spero che nella settimana e passa che ci divide dal 15 giugno, il dibattito cambi direzione nei toni e nei contenuti. Io, sollecitato da amici, primo fra tutti Enzo Di Sirio mi sno sforzato di dare un contributo, con due o tre riflessioni, che avevo già fatto in altre occasioni e che ho semplicemente aggiornato(ha avuto un buon riscontro quella su Capaccio capoluogo) Oggi riprendo una riflessione che scrissi nell’ottobre del 2°12, quando il sindaco Italo Voza lanciò l’idea di una nuova città per Capaccio Scalo. Anche questa, fatta la dovuta tara imposta dal tempo, va nella stessa direzione. Mi riprometto, però, di fare una ulteriore riflessione fra qualche giorno. Ecco cosa scrivevo circa due anni fa.

 

Nel mio ultimo articolo ho lanciato l’idea/provocazione di RIFONDARE POSEIDONIA accorpando Agropoli e Paestum. Resto sempre più convinto della mia idea, anche se sono consapevole delle enormi difficoltà di realizzarla nel breve/medio termine e di doverla necessariamente collocarla nel futuro, se non addirittura nel futuribile. Con spirito pragmatico torno con i piedi ben saldi nel presente e mi riaggancio al dibattito piuttosto  vivace sulla “Nuova Paestum”.

Il sindaco Italo Voza ha lanciato, di recente, una provocazione, che ha suscitato una serie di reazioni di segno opposto, ma, comunque, ha avuto l’effetto, certamente positivo, di focalizzare un problema reale, sul quale è opportuno, doveroso ed utile riflettere. Questa, in sintesi, la proposta: Abolire il vecchio toponimo di Capaccio Scalo, sostituendolo con  Nuova Paestum o Paestum Nuova.

“Nomina sunt conseguentia rerum” – sostenevano con saggezza gli antichi. E “Capaccio Scalo” nacque. quando la Stazione Ferroviaria era l’unico punto di riferimento per gli abitanti delle zone interne per le partenze:  voli di desiderio e di speranza per l’espatrio forzato, ottemperare agli obblighi della cartolina di precetto, gli studi nelle città lontane, il ricovero negli ospedali del capoluogo di provincia, ecc.  e relativi conseguenti ritorni. Partenze e Arrivi. Per il resto la Piana era zona malarica con salariati migranti che raggiungevano i campi di lavoro  a perdita d’occhio a raggiera dalla masseria del “signore”., scendendo all’alba dai paesi delle colline. L’assalto ai latifondi e la conseguente riforma agraria rivoluzionò storia, geografia ed economia e la pianura si popolò con borghi rurali disseminati dal Sele al Solofrone e dal mare alle colline con una logica di funzione allo sviluppo agricolo. Anche Capaccio Scalo si sviluppò con questa logica, a cui hanno fatto seguito Il Rettifilo da un lato e Laura dall’altro. Il commercio, prima, ed il turismo, poi, hanno prodotto una seconda rivoluzione geoeconomica, che è ancora in atto. E Capaccio Scalo è cresciuta a dismisura, sull’onda, spesso, dello spontaneismo dettato da necessità e senza un preciso disegno urbanistico, per assenza totale, o quasi, della politica. Lo sviluppo, anche e, forse, soprattutto, quello urbanistico, lo ha imposto il mercato, che lo ha governato, o sgovernato, nella logica del profitto dei singoli e non nel superiore interesse della collettività:. Sono nati centri commerciali, studi professionali, banche, bar, ristoranti e tutta la vasta gamma di negozi funzionali ai bisogni della quotidianità di una umanità disaggregata che è cresciuta  di anno in anno e, spesso , di mese in mese.I palazzinari hanno fatto gli affari, i cittadini hanno avuto una casa, il territorio è stato devastato da una edilizia da rapina,.I ragazzi hanno avuto una scuola dell’obbligo I più grandi hanno avuto, tardissimo, un Istituto Superiore. Nè gli uni, nè gli altri hanno avuto luoghi funzionali alla socializzazione. Il tutto perchè è nato ed è cresciuto un luogo da abitare non da vivere. Il tutto perchè è mancata la Politica. Ora il sindaco Voza lancia un segnale,prendendo a pretesto la toponomastica; e va salutato positivamente perchè è la spia di una esigenza reale, ineludibile e non più rinviabile:  ridisegnare   il territorio non tanto e non solo dal punto di vista meramente fisico urbanistico, anche se anch’esso importante, ma dal punto di vista delle funzioni a cui ogni centro abitato che si rispetti deve fare riferimento. Urge RAZIONALIZZARE L’ESISTENTE e fin da subito. Il sindaco ne ha lanciato il segnale.

E, allora, non più Capaccio Scalo, e sono d’accordo; non Paestum Nuova o Nuova Paestum, che non avrebbe motivazioni nè storiche, nè, geografiche, nè politiche, nel senso ampio del termine, ma semplicemente PAESTUM, riaffermando con un occhio alla storia, alla geografia, all’economia, la centralità di un nome che, se mai, deve corrispondere ad una vasta aggregazione urbana con la dimensione, il respiro e la dignità di una città. Se mai c’è urgenza e necessità di  riammagliare alcune contrade parcellizzate intorno ad un nucleo già esistente. E Capaccio Scalo può assolvere a questo ruolo, come contrada più popolosa, candidandosi a diventare il centro propulsore della Città moderna. Ma la città ha bisogno di un’anima, che ne esalti l’identità, la visibilità e l’orgoglio di appartenenza. E da sempre in una qualsiasi città degna di questo nome c’è una Piazza con il Palazzo Comunale, la Chiesa Madre e tutta una serie di edifici funzionali alla socializzazione, nelle sue varie forme ed articolazioni ed in cui i cittadini si riconoscono e si identificano. Piazza Santini non risponde a questa logica, perche è decentrata, non è vissuta, non dispone di attività commerciali e della ristorazione, non ha centri culturali e di aggregazione, la stessa Casa Comunale non è sentita e rispettata come tale, nè tanto meno amata dai cittadini, ma avvertita, per lo più, come luogo freddo di uffici anonimi in cui sbrigare frettolosamente pratiche e da cui scappare il prima possibile. Non ha un’anima, appunto. Non è il centro, il cuore pulsante di una città. E’ fredda anche la Chiesa Parrocchiale che ha di antico soltanto il nome del protettore, San Vito, non certo la struttura urbanistica, anch’essa fredda e senza il pedigree del vissuto storico nè  il fascino delle memorie delle grandi tradizioni. Casa Comunale, Chiesa Parrocchiale e Piazza potrebbero avere una loro centralità se diventassero cuore pulsante di una nuona città, da ridisegnare, delineandone i confini; lato monte, al Petrale e scendendo fino al mare della Laura. Naturalmente in questa ottica dovrebbe avere una sua centralità anche la Stazione Ferroviaria, che una politica miope della Società delle Ferrovie con il silenzio assenso, ancor più miope, dell’Amministrazione Locale, cancellò nelle sue funzioni dichiarandola, con un brutto termine “impresenziata”. Forse in proposito è da riaprire un contenzioso in una visione nuova e più funzionale dello sviluppo dell’intero territorio, che abbia i confini nel Petrale e,scenda giù fino al mare, costeggiando il Cerro da un lato e via Fornillo, dall’altro, tanto per cominciare- L’argomento è di straordinario interesse ed impone   una riflessione ampia, articolata ed approfondita, che mi riprometto di fare a breve.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it
 

Dopo l'esito favorevole del Referendum di cui Positanonews parla nella sezione Cilento news riproponiamo lo scritto di Giuseppe Liuccio La campagna elettorale sul Referendum impazza tra opposte fazioni caricandosi nei toni e nei  linguaggi, ma non centrando, a mio modesto parere, i temi importanti. Poteva essere un’occasione per riflettere sugli assetti urbanistici, istituzionali e della funzione e dell’efficienza dei servizi sul vasto territorio comunale, ma così non è stato. Spero che nella settimana e passa che ci divide dal 15 giugno, il dibattito cambi direzione nei toni e nei contenuti. Io, sollecitato da amici, primo fra tutti Enzo Di Sirio mi sno sforzato di dare un contributo, con due o tre riflessioni, che avevo già fatto in altre occasioni e che ho semplicemente aggiornato(ha avuto un buon riscontro quella su Capaccio capoluogo) Oggi riprendo una riflessione che scrissi nell’ottobre del 2°12, quando il sindaco Italo Voza lanciò l’idea di una nuova città per Capaccio Scalo. Anche questa, fatta la dovuta tara imposta dal tempo, va nella stessa direzione. Mi riprometto, però, di fare una ulteriore riflessione fra qualche giorno. Ecco cosa scrivevo circa due anni fa.

 

Nel mio ultimo articolo ho lanciato l'idea/provocazione di RIFONDARE POSEIDONIA accorpando Agropoli e Paestum. Resto sempre più convinto della mia idea, anche se sono consapevole delle enormi difficoltà di realizzarla nel breve/medio termine e di doverla necessariamente collocarla nel futuro, se non addirittura nel futuribile. Con spirito pragmatico torno con i piedi ben saldi nel presente e mi riaggancio al dibattito piuttosto  vivace sulla "Nuova Paestum".

Il sindaco Italo Voza ha lanciato, di recente, una provocazione, che ha suscitato una serie di reazioni di segno opposto, ma, comunque, ha avuto l'effetto, certamente positivo, di focalizzare un problema reale, sul quale è opportuno, doveroso ed utile riflettere. Questa, in sintesi, la proposta: Abolire il vecchio toponimo di Capaccio Scalo, sostituendolo con  Nuova Paestum o Paestum Nuova.

"Nomina sunt conseguentia rerum" – sostenevano con saggezza gli antichi. E "Capaccio Scalo" nacque. quando la Stazione Ferroviaria era l'unico punto di riferimento per gli abitanti delle zone interne per le partenze:  voli di desiderio e di speranza per l'espatrio forzato, ottemperare agli obblighi della cartolina di precetto, gli studi nelle città lontane, il ricovero negli ospedali del capoluogo di provincia, ecc.  e relativi conseguenti ritorni. Partenze e Arrivi. Per il resto la Piana era zona malarica con salariati migranti che raggiungevano i campi di lavoro  a perdita d'occhio a raggiera dalla masseria del "signore"., scendendo all'alba dai paesi delle colline. L'assalto ai latifondi e la conseguente riforma agraria rivoluzionò storia, geografia ed economia e la pianura si popolò con borghi rurali disseminati dal Sele al Solofrone e dal mare alle colline con una logica di funzione allo sviluppo agricolo. Anche Capaccio Scalo si sviluppò con questa logica, a cui hanno fatto seguito Il Rettifilo da un lato e Laura dall'altro. Il commercio, prima, ed il turismo, poi, hanno prodotto una seconda rivoluzione geoeconomica, che è ancora in atto. E Capaccio Scalo è cresciuta a dismisura, sull'onda, spesso, dello spontaneismo dettato da necessità e senza un preciso disegno urbanistico, per assenza totale, o quasi, della politica. Lo sviluppo, anche e, forse, soprattutto, quello urbanistico, lo ha imposto il mercato, che lo ha governato, o sgovernato, nella logica del profitto dei singoli e non nel superiore interesse della collettività:. Sono nati centri commerciali, studi professionali, banche, bar, ristoranti e tutta la vasta gamma di negozi funzionali ai bisogni della quotidianità di una umanità disaggregata che è cresciuta  di anno in anno e, spesso , di mese in mese.I palazzinari hanno fatto gli affari, i cittadini hanno avuto una casa, il territorio è stato devastato da una edilizia da rapina,.I ragazzi hanno avuto una scuola dell'obbligo I più grandi hanno avuto, tardissimo, un Istituto Superiore. Nè gli uni, nè gli altri hanno avuto luoghi funzionali alla socializzazione. Il tutto perchè è nato ed è cresciuto un luogo da abitare non da vivere. Il tutto perchè è mancata la Politica. Ora il sindaco Voza lancia un segnale,prendendo a pretesto la toponomastica; e va salutato positivamente perchè è la spia di una esigenza reale, ineludibile e non più rinviabile:  ridisegnare   il territorio non tanto e non solo dal punto di vista meramente fisico urbanistico, anche se anch'esso importante, ma dal punto di vista delle funzioni a cui ogni centro abitato che si rispetti deve fare riferimento. Urge RAZIONALIZZARE L'ESISTENTE e fin da subito. Il sindaco ne ha lanciato il segnale.

E, allora, non più Capaccio Scalo, e sono d'accordo; non Paestum Nuova o Nuova Paestum, che non avrebbe motivazioni nè storiche, nè, geografiche, nè politiche, nel senso ampio del termine, ma semplicemente PAESTUM, riaffermando con un occhio alla storia, alla geografia, all'economia, la centralità di un nome che, se mai, deve corrispondere ad una vasta aggregazione urbana con la dimensione, il respiro e la dignità di una città. Se mai c'è urgenza e necessità di  riammagliare alcune contrade parcellizzate intorno ad un nucleo già esistente. E Capaccio Scalo può assolvere a questo ruolo, come contrada più popolosa, candidandosi a diventare il centro propulsore della Città moderna. Ma la città ha bisogno di un'anima, che ne esalti l'identità, la visibilità e l'orgoglio di appartenenza. E da sempre in una qualsiasi città degna di questo nome c'è una Piazza con il Palazzo Comunale, la Chiesa Madre e tutta una serie di edifici funzionali alla socializzazione, nelle sue varie forme ed articolazioni ed in cui i cittadini si riconoscono e si identificano. Piazza Santini non risponde a questa logica, perche è decentrata, non è vissuta, non dispone di attività commerciali e della ristorazione, non ha centri culturali e di aggregazione, la stessa Casa Comunale non è sentita e rispettata come tale, nè tanto meno amata dai cittadini, ma avvertita, per lo più, come luogo freddo di uffici anonimi in cui sbrigare frettolosamente pratiche e da cui scappare il prima possibile. Non ha un'anima, appunto. Non è il centro, il cuore pulsante di una città. E' fredda anche la Chiesa Parrocchiale che ha di antico soltanto il nome del protettore, San Vito, non certo la struttura urbanistica, anch'essa fredda e senza il pedigree del vissuto storico nè  il fascino delle memorie delle grandi tradizioni. Casa Comunale, Chiesa Parrocchiale e Piazza potrebbero avere una loro centralità se diventassero cuore pulsante di una nuona città, da ridisegnare, delineandone i confini; lato monte, al Petrale e scendendo fino al mare della Laura. Naturalmente in questa ottica dovrebbe avere una sua centralità anche la Stazione Ferroviaria, che una politica miope della Società delle Ferrovie con il silenzio assenso, ancor più miope, dell'Amministrazione Locale, cancellò nelle sue funzioni dichiarandola, con un brutto termine "impresenziata". Forse in proposito è da riaprire un contenzioso in una visione nuova e più funzionale dello sviluppo dell'intero territorio, che abbia i confini nel Petrale e,scenda giù fino al mare, costeggiando il Cerro da un lato e via Fornillo, dall'altro, tanto per cominciare- L'argomento è di straordinario interesse ed impone   una riflessione ampia, articolata ed approfondita, che mi riprometto di fare a breve.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it
 

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