La mafia è l’unica cosa dinamica della Sicilia. Parola di chi vuole sconfiggerla davvero

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È uscito per Edizioni Eventualmente I figli della terra dei ciclopi di Adalgisa Biondi, un interessante saggio sulla mafia siciliana, che nonostante le storiche, gravissime conseguenze sulla società italiana e internazionale, non si può ancora definire pienamente compresa, né sconfitta.

Prendendo le mosse da un’inchiesta condotta per il giornale «L’Attualità», l’autrice approfondisce argomenti già presenti nell’articolo aggiungendo riflessioni di carattere sociologico, storico e filosofico, sia personali che di stimati scrittori ed esperti, per stimolare il lettore alla discussione. «Da siciliana, non potevo esimermi dal parlare, doverosamente e moralmente, di mafia», sostiene la Biondi, «ma dovevo sforzarmi di guardare alla mafia con formazione critica e non dogmatica. Perché l’errore fatto da tante e autorevoli penne, è la dimensione mitica che si è data a un fenomeno che invece è semplicemente frutto dell’atavica ignoranza dei siciliani.»

La mafia è diventata infatti così famosa da assumere nel tempo una propria celebrità, una dimensione impropriamente folcloristica, ispirando famosissimi esempi di letteratura e cinema. Con tutta questi occhi puntati addosso, la mafia dovrebbe essere ormai un fenomeno senza segreti. Invece, sotto sotto è rimasta difficile da sconfiggere, rispetto ad altre associazioni criminali. «Perché il problema in Sicilia è proprio questo: la mafia, seppur sanguinaria, è l’unica cosa veramente dinamica dell’isola, perché ha un progetto che, anche se criminale, tende ogni volta verso qualcosa di nuovo, il pizzo, la droga, la politica, la finanza, mentre tutto il resto è statico, e per camuffare questa staticità, fa un passo in avanti per poi farne immediatamente uno indietro.»

I figli della terra dei ciclopi vuole essere qualcosa di innovativo nel panorama degli studi sulla mafia. Cosa Nostra esiste ancora e va contrastata. Lo sapevano bene Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, entrambi convinti che parlare di mafia è sempre meglio che tacerne, ma che bisogna viverla con lucidità, per evitare di fare bene al suo mito, e male ai siciliani.È uscito per Edizioni Eventualmente I figli della terra dei ciclopi di Adalgisa Biondi, un interessante saggio sulla mafia siciliana, che nonostante le storiche, gravissime conseguenze sulla società italiana e internazionale, non si può ancora definire pienamente compresa, né sconfitta.

Prendendo le mosse da un’inchiesta condotta per il giornale «L’Attualità», l’autrice approfondisce argomenti già presenti nell’articolo aggiungendo riflessioni di carattere sociologico, storico e filosofico, sia personali che di stimati scrittori ed esperti, per stimolare il lettore alla discussione. «Da siciliana, non potevo esimermi dal parlare, doverosamente e moralmente, di mafia», sostiene la Biondi, «ma dovevo sforzarmi di guardare alla mafia con formazione critica e non dogmatica. Perché l’errore fatto da tante e autorevoli penne, è la dimensione mitica che si è data a un fenomeno che invece è semplicemente frutto dell’atavica ignoranza dei siciliani.»

La mafia è diventata infatti così famosa da assumere nel tempo una propria celebrità, una dimensione impropriamente folcloristica, ispirando famosissimi esempi di letteratura e cinema. Con tutta questi occhi puntati addosso, la mafia dovrebbe essere ormai un fenomeno senza segreti. Invece, sotto sotto è rimasta difficile da sconfiggere, rispetto ad altre associazioni criminali. «Perché il problema in Sicilia è proprio questo: la mafia, seppur sanguinaria, è l’unica cosa veramente dinamica dell’isola, perché ha un progetto che, anche se criminale, tende ogni volta verso qualcosa di nuovo, il pizzo, la droga, la politica, la finanza, mentre tutto il resto è statico, e per camuffare questa staticità, fa un passo in avanti per poi farne immediatamente uno indietro.»

I figli della terra dei ciclopi vuole essere qualcosa di innovativo nel panorama degli studi sulla mafia. Cosa Nostra esiste ancora e va contrastata. Lo sapevano bene Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, entrambi convinti che parlare di mafia è sempre meglio che tacerne, ma che bisogna viverla con lucidità, per evitare di fare bene al suo mito, e male ai siciliani.