Sorrento. Parcheggio Rota, processo Boxlandia, scontro sul Bellacosa

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Il permesso per costruire i 250 box nel giardino di vico Rota a Sorrento di proprietà dell’assessore provinciale di Salerno, Adriano Bellacosa, membro della Fondazione Ravello in costiera amalfitana, originario di Pagani, era già stato firmato dai commissari ad acta della Provincia di Napoli prima che l’atto venisse effettivamente protocollato al Comune di Sorrento. Quel documento chiave fu al centro di un confronto «da colleghi» negli uffici della Provincia di Napoli. I due tecnici Lucio Grande e Dario Perasole – imputati per abuso d’ufficio e falso così come il politico originario di Nocera Inferiore proprietario del fondo e Giuseppe Langellotto, amministratore della società Edilgreen che chiese l’autorizzazione per la costruzione dell’autorimessa – vollero incontrare per un consulto Felicia Sembrano, funzionaria del Piano territoriale di coordinamento. Un vertice convocato a Napoli per confrontarsi su quel documento. Era il 16 novembre del 2010. Otto giorni dopo il permesso fu presentato in municipio a Sorrento. «L’intervento poteva essere effettuato perché, stando agli strumenti urbanistici, nell’area vige solo il divieto per nuova edilizia residenziale» ha precisato la dirigente della Provincia citata come teste dalla difesa degli imputati e comparsa nell’aula Siani del Tribunale di Torre Annunziata (presidente del collegio Mariarosaria Aufieri, a latere Paola Cervo e Federica Di Maio) dove è in corso il processo sul caso più famoso di «Boxlandia». Ieri udienza fiume, molto tecnica, animata soprattutto dagli avvocati Giovanbattista Pane e Giovanni Pollio, rappresentanti delle parti civili. «Ma lei era a conoscenza che su quel progetto, prima del permesso dei commissari ad acta, la commissione edilizia del Comune di Sorrento espresse un parere negativo?». Un quesito chiave quello rivolto dai legali di Wwf e Vas con la funzionaria che candidamente ha ammesso di non saperne nulla. «Non lo sapevo né ne fui informata durante quell’incontro a Napoli con Grande e Perasole». Proprio sul documento si è consumata la battaglia in aula con il pubblico ministero Francesco Vittorio De Tommasi determinato a chiarire l’iter per il rilascio del permesso. «Il documento l’ho visto già firmato, prima che venisse consegnato al Comune di Sorrento – ha detto Felicia Sembrano -. Incontrai Grande e Perasole nel mio ufficio. Ci confrontammo sulla possibilità di rilasciare quel permesso per un’opera a mio avviso conforme al Piano urbanistico territoriale». L’incontro si svolse a Napoli. Con al centro del vertice proprio l’autorizzazione, già firmata ma ancora da notificare al Comune di Sorrento. Particolare che secondo il folto collegio difensivo degli imputati (Bellacosa è difeso dal fratello Maurizio mentre i commissari ad acta sono rappresentati da Liborio Di Nola, Giuseppe Vitiello e Sergio Mascolo, per Langellotto il legale è Francesco Cappiello) solleverebbe un’eccezione di competenza perché l’ipotesi di reato riguarderebbe un fatto avvenuto a Napoli e non a Sorrento. Questione già sollevata e bocciata in apertura di processo ma che nel corso della prossima udienza vedrà il collegio tornare a esprimersi sull’invito a trasferire gli atti alla Procura della Repubblica partenopea. «Il permesso – ha ribattuto il pm – ottiene la piena validità quando viene protocollato a Sorrento». Tesi condivisa dalle parti civili: «Il documento su cui si è discusso a Napoli tra la teste, Grande e Perasole, dato che non era stato ancora presentato al Comune, poteva essere comunque modificato senza l’adozione di un provvedimento formale. Se invece l’atto fosse già stato acquisito dagli uffici municipali di Sorrento, i commissari ad acta, qualora avessero voluto apportare dei cambiamenti, sarebbero dovuti intervenire con un atto concreto». Tensione alle stelle quando è stata ascoltata anche Paola Costa, dirigente del settore urbanistica della Provincia che nel 2007 istruì una pratica simile dopo essere stata nominata commissario ad acta. «Ma – ha ricordato in aula la seconda teste della difesa – la Sovrintendenza annullò l’autorizzazione paesaggistica. Provvedimento che fu oggetto di contenzioso al Tribunale amministrativo regionale della Campania che con una sentenza riabilitò l’atto. L’ufficio tecnico di Sorrento mi chiese di tornare a provvedere in merito ma io avevo concluso il mio incarico rilanciando il parere di diniego giunto prima della decisione del Tar». Ultimo scontro sulla pertinenzialità dei box da realizzare. Il permesso per l’autorimessa di Sorrento non prevedeva l’individuazione degli immobili a cui venivano «legati» i garage. «Ma – ha concluso nella deposizione la funzionaria provinciale – è possibile dire per quale struttura i box sono pertinenti anche prima della stipula del contratto per gli interventi». E l’avvocato Giovanni Pollio, legale dei Vas, ha concluso l’interrogatorio della teste con un sospiro: «Parliamo dunque di pertinenzialità futura?». Sicura la funzionaria: «Sì, futura». (Salvatore Dare – Metropolis)

Il permesso per costruire i 250 box nel giardino di vico Rota a Sorrento di proprietà dell’assessore provinciale di Salerno, Adriano Bellacosa, membro della Fondazione Ravello in costiera amalfitana, originario di Pagani, era già stato firmato dai commissari ad acta della Provincia di Napoli prima che l’atto venisse effettivamente protocollato al Comune di Sorrento. Quel documento chiave fu al centro di un confronto «da colleghi» negli uffici della Provincia di Napoli. I due tecnici Lucio Grande e Dario Perasole – imputati per abuso d’ufficio e falso così come il politico originario di Nocera Inferiore proprietario del fondo e Giuseppe Langellotto, amministratore della società Edilgreen che chiese l’autorizzazione per la costruzione dell’autorimessa – vollero incontrare per un consulto Felicia Sembrano, funzionaria del Piano territoriale di coordinamento. Un vertice convocato a Napoli per confrontarsi su quel documento. Era il 16 novembre del 2010. Otto giorni dopo il permesso fu presentato in municipio a Sorrento. «L’intervento poteva essere effettuato perché, stando agli strumenti urbanistici, nell’area vige solo il divieto per nuova edilizia residenziale» ha precisato la dirigente della Provincia citata come teste dalla difesa degli imputati e comparsa nell’aula Siani del Tribunale di Torre Annunziata (presidente del collegio Mariarosaria Aufieri, a latere Paola Cervo e Federica Di Maio) dove è in corso il processo sul caso più famoso di «Boxlandia». Ieri udienza fiume, molto tecnica, animata soprattutto dagli avvocati Giovanbattista Pane e Giovanni Pollio, rappresentanti delle parti civili. «Ma lei era a conoscenza che su quel progetto, prima del permesso dei commissari ad acta, la commissione edilizia del Comune di Sorrento espresse un parere negativo?». Un quesito chiave quello rivolto dai legali di Wwf e Vas con la funzionaria che candidamente ha ammesso di non saperne nulla. «Non lo sapevo né ne fui informata durante quell’incontro a Napoli con Grande e Perasole». Proprio sul documento si è consumata la battaglia in aula con il pubblico ministero Francesco Vittorio De Tommasi determinato a chiarire l’iter per il rilascio del permesso. «Il documento l’ho visto già firmato, prima che venisse consegnato al Comune di Sorrento – ha detto Felicia Sembrano -. Incontrai Grande e Perasole nel mio ufficio. Ci confrontammo sulla possibilità di rilasciare quel permesso per un’opera a mio avviso conforme al Piano urbanistico territoriale». L’incontro si svolse a Napoli. Con al centro del vertice proprio l’autorizzazione, già firmata ma ancora da notificare al Comune di Sorrento. Particolare che secondo il folto collegio difensivo degli imputati (Bellacosa è difeso dal fratello Maurizio mentre i commissari ad acta sono rappresentati da Liborio Di Nola, Giuseppe Vitiello e Sergio Mascolo, per Langellotto il legale è Francesco Cappiello) solleverebbe un’eccezione di competenza perché l’ipotesi di reato riguarderebbe un fatto avvenuto a Napoli e non a Sorrento. Questione già sollevata e bocciata in apertura di processo ma che nel corso della prossima udienza vedrà il collegio tornare a esprimersi sull’invito a trasferire gli atti alla Procura della Repubblica partenopea. «Il permesso – ha ribattuto il pm – ottiene la piena validità quando viene protocollato a Sorrento». Tesi condivisa dalle parti civili: «Il documento su cui si è discusso a Napoli tra la teste, Grande e Perasole, dato che non era stato ancora presentato al Comune, poteva essere comunque modificato senza l’adozione di un provvedimento formale. Se invece l’atto fosse già stato acquisito dagli uffici municipali di Sorrento, i commissari ad acta, qualora avessero voluto apportare dei cambiamenti, sarebbero dovuti intervenire con un atto concreto». Tensione alle stelle quando è stata ascoltata anche Paola Costa, dirigente del settore urbanistica della Provincia che nel 2007 istruì una pratica simile dopo essere stata nominata commissario ad acta. «Ma – ha ricordato in aula la seconda teste della difesa – la Sovrintendenza annullò l’autorizzazione paesaggistica. Provvedimento che fu oggetto di contenzioso al Tribunale amministrativo regionale della Campania che con una sentenza riabilitò l’atto. L’ufficio tecnico di Sorrento mi chiese di tornare a provvedere in merito ma io avevo concluso il mio incarico rilanciando il parere di diniego giunto prima della decisione del Tar». Ultimo scontro sulla pertinenzialità dei box da realizzare. Il permesso per l’autorimessa di Sorrento non prevedeva l’individuazione degli immobili a cui venivano «legati» i garage. «Ma – ha concluso nella deposizione la funzionaria provinciale – è possibile dire per quale struttura i box sono pertinenti anche prima della stipula del contratto per gli interventi». E l’avvocato Giovanni Pollio, legale dei Vas, ha concluso l’interrogatorio della teste con un sospiro: «Parliamo dunque di pertinenzialità futura?». Sicura la funzionaria: «Sì, futura». (Salvatore Dare – Metropolis)