Gli ultrà: «Ma non finisce così». Clima surreale al San Paolo. Rabbia e cori minacciosi

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Napoli. Ciro, solo Ciro. Il nome secco, semmai accompagnato da il più classico degli incoraggiamenti: «Tieni duro!». E quando le squadre del Napoli e del Cagliari sono scese sul prato verde del San Paolo si è alzato il coro, partito dalla curva B, contro i romanisti: «Chi non salta giallorosso è». Proprio le due curve erano piene e attente e gridavano sempre e comunque: «Ciro Ciro, olé olè olè, Ciro olè», l’omaggio riservato quasi esclusivamente a Maradona, alternandolo ai fischi, ogni volta che i sardi toccavano palla. Tutte le paure della vigilia sono svanite al fischio dell’arbitro. Anche se poco prima era partito, proprio dalla curva A, l’unico urlo veramente minaccioso della serata: «Non finisce così». A buon intenditor. Valeva sia per la Roma che per la polizia. Ma più per la Roma, sostiene chi ne capisce. Gli ultras dei Mastiffs, quelli di Genny ‘a Carogna che ieri pomeriggio è stato bloccato dal Daspo di cinque anni, erano entrati un’ora prima dell’inizio della partita. Sono arrivati a grupponi, quasi in marcia, ma tranquilli, seppur riconoscibilissimi, nessuna maglietta proibita come si vociferava alla vigilia che, se esibita nello stadio, secondo le disposizioni della questura, avrebbe imposto la fine anticipata della partita con tutto quello che ne sarebbe potuto conseguire. C’era, quindi, un clima di tregua e di amarezza. Una festa a metà. Lo si è capito subito, prima ancora dell’inizio, quando i campioni del Napoli hanno fatto fare il giro del campo alla Coppa Italia, conquistata a Roma, nell’atmosfera surreale imposta dalle violenze che hanno ridotto in fin di vita il trentenne di Scampia, Ciro Esposito, ricoverato al policlinico Gemelli e che l’altra notte ha subito un nuovo intervento. Il passaggio del trofeo, che in altro contesto avrebbe scatenato l’entusiasmo del pubblico, è stato accolto da un tiepido applauso, niente a che vedere con le liturgie calcistiche che in altre occasione potevano essere celebrate. Del resto, lungo la giornata di ieri, si erano rincorse le voci di una clamorosa protesta degli ultras se la festa fosse stata troppo esibita e avesse fatto dimenticare il dolore per il ferimento del ragazzo napoletano. Dopo un po’, però, anche i due striscioni che ricordavano Ciro sono stati tolti. E le curve sono rimaste nude. E si è alzato un solo grido: “Vergognatevi, Vergognatevi”, seguito da un generico «Ultras liberi», nel quale evidentemente era compreso anche Antonino Speziale, il tifoso catanese condannato in via definitiva per l’omicidio del poliziotto Filippo Raciti, lo Speziale al quale inneggiava la maglietta nera di Genny che ha fatto il giro del mondo. In serata si è appreso che comunque sono state sequestrate tre magliette con la scritta «Speziale libero», due nei Distinti e una in Curva A. I possessori, denunciati, saranno sottoposti a Daspo. Il bersaglio erano comunque i romanisti verso i quali non sono mancati gli insulti più grevi e puzzolenti. E, verbalmente, con gli stessi epiteti è stato bersagliato il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Contro i giallorossi sono anche spuntate magliette vendute sulle bancarelle all’esterno. Una nera recitava: «Romano eroe con la pistola ma a mani vuote sei una sola». Vendevano anche i rotoli di carta igienica con lo stemma della lupa. Sono andati a ruba, più di quelli della Juve che tradizionalmente sbancano. Il clima era moscio, forse ammosciato artificialmente e per fortuna. Perché mancavano le bandiere azzurre che non hanno sventolato neanche quando Mertens ha messo a segno il rigore. Se n’è vista solo qualcuna miserella e solitaria nei distinti. Non sono mancati, invece, gli applausi al punto giusto e poi sempre, in ogni occasione, i cori per Ciro, il vero protagonista nella mente degli ultras a Fuorigrotta, anche perché la sfida che si giocava al San Paolo non aveva ormai nessuna motivazione forte per il campionato agli sgoccioli. La sconfitta della Fiorentina contro il Sassuolo aveva portato gli azzurri in Champions ancor prima di giocare. Il Cagliari da parte sua era largamente salvo. Si stava timbrando un cartellino o poco più e l’attenzione era più verso gli emuli di Genny che per Hamsik e per Callejon. E alla fine c’erano più giornalisti ammucchiati nella curva a carpire gli umori dei potenziali violenti che nella tribuna stampa. E anche verso i giornalisti ci sono stati cori: «Stampa e tivu, non ne possiamo più». Insomma, l’aria che tirava era di un conto tenuto in sospeso. Una tregua, certo. Gli occhi del Paese erano puntati sul San Paolo. Nessuno poteva permettersi di sbagliare. Non lo potevano, di sicuro, le forze dell’ordine. In giro, fuori dallo stadio, non se ne vedevano molti, ma la loro presenza era sentita, eccome. Dall’alto arrivava il rumore dell’elicottero che solitamente volteggia sul quartiere. Una sorta di blindatura soft che ha consentito l’arrivo pacifico di gruppo di tifosi semplicemente tifosi, di famigliole, di gruppi di ragazzi. Tutti con le loro sciarpe azzurre ben in vista. Accalcati alle casse dei bar per il caffè di sostegno o davanti ai furgoni di kebab, hot dog e piadine. L’arcipelago dei gruppi violenti era sciolto, sparso, irriconoscibile all’occhio meno attento, ma soprattutto diffidente a mostrare i propri segni di appartenenza. Solo due sillabe univano tutti: Ci-ro. Appunto. Quel migliaio di duri e puri ben noti a polizia e a carabinieri hanno ritenuto che i rischi fossero troppi o che forse la sofferenza di quel ragazzo e di quella famiglia di Scampia non meritassero altra violenza. Persino la solita e collaudata rivalità tra i gruppi è stata riposta e rimandata ad altre occasioni. Mastiffs, Vecchi Lions, Rione Sanità, Fossato Flegreo, Gruppo Sud e Brigata Carolina che normalmente riempiono la curva A non mostravano niente di riconoscibile. Così pure nella curva B: una sola massa indistinta che raccoglieva gli storici Fedayn, Secco Vive e Ultras 72. Tra tutti i gruppi del tifo organizzato, secondo i dati delle forze dell’ordine, spicca l’elevatissimo numero di persone con precedenti. Quindi se l’ordine ha regnato per una sera a Napoli non c’è da farsi troppe illusioni. Magari gli umori e i malumori repressi andranno, prima o poi, a sfogarsi altrove. Là bisognerà vigilare. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)

Napoli. Ciro, solo Ciro. Il nome secco, semmai accompagnato da il più classico degli incoraggiamenti: «Tieni duro!». E quando le squadre del Napoli e del Cagliari sono scese sul prato verde del San Paolo si è alzato il coro, partito dalla curva B, contro i romanisti: «Chi non salta giallorosso è». Proprio le due curve erano piene e attente e gridavano sempre e comunque: «Ciro Ciro, olé olè olè, Ciro olè», l'omaggio riservato quasi esclusivamente a Maradona, alternandolo ai fischi, ogni volta che i sardi toccavano palla. Tutte le paure della vigilia sono svanite al fischio dell'arbitro. Anche se poco prima era partito, proprio dalla curva A, l'unico urlo veramente minaccioso della serata: «Non finisce così». A buon intenditor. Valeva sia per la Roma che per la polizia. Ma più per la Roma, sostiene chi ne capisce. Gli ultras dei Mastiffs, quelli di Genny 'a Carogna che ieri pomeriggio è stato bloccato dal Daspo di cinque anni, erano entrati un'ora prima dell'inizio della partita. Sono arrivati a grupponi, quasi in marcia, ma tranquilli, seppur riconoscibilissimi, nessuna maglietta proibita come si vociferava alla vigilia che, se esibita nello stadio, secondo le disposizioni della questura, avrebbe imposto la fine anticipata della partita con tutto quello che ne sarebbe potuto conseguire. C'era, quindi, un clima di tregua e di amarezza. Una festa a metà. Lo si è capito subito, prima ancora dell'inizio, quando i campioni del Napoli hanno fatto fare il giro del campo alla Coppa Italia, conquistata a Roma, nell'atmosfera surreale imposta dalle violenze che hanno ridotto in fin di vita il trentenne di Scampia, Ciro Esposito, ricoverato al policlinico Gemelli e che l'altra notte ha subito un nuovo intervento. Il passaggio del trofeo, che in altro contesto avrebbe scatenato l’entusiasmo del pubblico, è stato accolto da un tiepido applauso, niente a che vedere con le liturgie calcistiche che in altre occasione potevano essere celebrate. Del resto, lungo la giornata di ieri, si erano rincorse le voci di una clamorosa protesta degli ultras se la festa fosse stata troppo esibita e avesse fatto dimenticare il dolore per il ferimento del ragazzo napoletano. Dopo un po', però, anche i due striscioni che ricordavano Ciro sono stati tolti. E le curve sono rimaste nude. E si è alzato un solo grido: "Vergognatevi, Vergognatevi", seguito da un generico «Ultras liberi», nel quale evidentemente era compreso anche Antonino Speziale, il tifoso catanese condannato in via definitiva per l'omicidio del poliziotto Filippo Raciti, lo Speziale al quale inneggiava la maglietta nera di Genny che ha fatto il giro del mondo. In serata si è appreso che comunque sono state sequestrate tre magliette con la scritta «Speziale libero», due nei Distinti e una in Curva A. I possessori, denunciati, saranno sottoposti a Daspo. Il bersaglio erano comunque i romanisti verso i quali non sono mancati gli insulti più grevi e puzzolenti. E, verbalmente, con gli stessi epiteti è stato bersagliato il ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Contro i giallorossi sono anche spuntate magliette vendute sulle bancarelle all'esterno. Una nera recitava: «Romano eroe con la pistola ma a mani vuote sei una sola». Vendevano anche i rotoli di carta igienica con lo stemma della lupa. Sono andati a ruba, più di quelli della Juve che tradizionalmente sbancano. Il clima era moscio, forse ammosciato artificialmente e per fortuna. Perché mancavano le bandiere azzurre che non hanno sventolato neanche quando Mertens ha messo a segno il rigore. Se n'è vista solo qualcuna miserella e solitaria nei distinti. Non sono mancati, invece, gli applausi al punto giusto e poi sempre, in ogni occasione, i cori per Ciro, il vero protagonista nella mente degli ultras a Fuorigrotta, anche perché la sfida che si giocava al San Paolo non aveva ormai nessuna motivazione forte per il campionato agli sgoccioli. La sconfitta della Fiorentina contro il Sassuolo aveva portato gli azzurri in Champions ancor prima di giocare. Il Cagliari da parte sua era largamente salvo. Si stava timbrando un cartellino o poco più e l'attenzione era più verso gli emuli di Genny che per Hamsik e per Callejon. E alla fine c'erano più giornalisti ammucchiati nella curva a carpire gli umori dei potenziali violenti che nella tribuna stampa. E anche verso i giornalisti ci sono stati cori: «Stampa e tivu, non ne possiamo più». Insomma, l'aria che tirava era di un conto tenuto in sospeso. Una tregua, certo. Gli occhi del Paese erano puntati sul San Paolo. Nessuno poteva permettersi di sbagliare. Non lo potevano, di sicuro, le forze dell'ordine. In giro, fuori dallo stadio, non se ne vedevano molti, ma la loro presenza era sentita, eccome. Dall'alto arrivava il rumore dell'elicottero che solitamente volteggia sul quartiere. Una sorta di blindatura soft che ha consentito l'arrivo pacifico di gruppo di tifosi semplicemente tifosi, di famigliole, di gruppi di ragazzi. Tutti con le loro sciarpe azzurre ben in vista. Accalcati alle casse dei bar per il caffè di sostegno o davanti ai furgoni di kebab, hot dog e piadine. L'arcipelago dei gruppi violenti era sciolto, sparso, irriconoscibile all'occhio meno attento, ma soprattutto diffidente a mostrare i propri segni di appartenenza. Solo due sillabe univano tutti: Ci-ro. Appunto. Quel migliaio di duri e puri ben noti a polizia e a carabinieri hanno ritenuto che i rischi fossero troppi o che forse la sofferenza di quel ragazzo e di quella famiglia di Scampia non meritassero altra violenza. Persino la solita e collaudata rivalità tra i gruppi è stata riposta e rimandata ad altre occasioni. Mastiffs, Vecchi Lions, Rione Sanità, Fossato Flegreo, Gruppo Sud e Brigata Carolina che normalmente riempiono la curva A non mostravano niente di riconoscibile. Così pure nella curva B: una sola massa indistinta che raccoglieva gli storici Fedayn, Secco Vive e Ultras 72. Tra tutti i gruppi del tifo organizzato, secondo i dati delle forze dell'ordine, spicca l'elevatissimo numero di persone con precedenti. Quindi se l'ordine ha regnato per una sera a Napoli non c'è da farsi troppe illusioni. Magari gli umori e i malumori repressi andranno, prima o poi, a sfogarsi altrove. Là bisognerà vigilare. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)