LA NUOVA PESTE: DISILLUSIONE, DISPERAZIONE, SFACELO ECONOMICO E MORALE L’EPIDEMIA DILAGA – UNICO ANTIDOTO LA CULTURA

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Nel 1348 una terribile pestilenza si abbattè sull’Europa. Tra le città italiane  la più colpita fu Firenze. La diffusione dell’epidemia era visibile  nei corpi malati e sfatti dalle pustole purulente e  dal contagio che dilagava per tutte le contrade. E  la peste non era soltanto disfacimento di corpi putridi e piagati, ma anche di coscienze, che, nella constatazione della precarietà dell’esistenza e della morte quasi certa sempre in agguato, avevano rimosso qualsiasi  valore morale e si abbandonavano a manifestazioni  immonde  in tutti i sensi. Era la morte fisica che abbrutiva i corpi  ma deturpava anche le anime, le cui pustole erano ancora più putride,  più diffuse e cancrenose nel profondo di quelle del corpo, soprattutto  perché erano deliberatamente scelte dagli uomini  nell’ottundimento generalizzato delle intelligenze e nella perversione godereccia senza limiti né freni. La descrizione è fatta con  drammatico realismo da Giovanni Boccaccio nella prefazione/giustificazione del Decamerone, che è e resta un capolavoro della letteratura italiana e di quelle di tutti i tempi e in ogni continente.  Ci sono dei precedenti letterari autorevoli  a cui il Boccaccio in qualche modo, si rifà. Da citare il De rerum natura di Lucrezio, la Historia Longobardorum di Paolo Diacono. Ma fa venire in mente anche un’altra descrizione con altrettanto drammatico realismo narrativo della peste, quella di Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. C’è un  filo conduttore che accomuna tutte le descrizioni delle pesti  che si  sono susseguite nel corso dei secoli, da quella di Atene alle più recenti epidemie, che con vari nomi hanno funestato l’umanità. Tutte  evidenziano non solo uno sfacelo fisico, ma la perdita diffusa e quasi  cercata e, con gioia sinistra, vissuta, della moralità. Qualche mese fa  i Fratelli  Paolo e Vittorio Taviani, universalmente riconosciuti come grandi maestri del cinema italiano, hanno annunziato che  avrebbero tratto un film dal Decamerone con l’intento di lanciare un messaggio di speranza come antidoto alla perversione dei tempi. La cosa mi ha incuriosito e sono andato a rileggermi il capolavoro del Boccaccio. E mi ha incantato come la prima volta, anzi di più, quando lo gustai per esigenze scolastiche ( I° Anno di Lettere all’Università di Napoli), in tutta la sua avvincente tecnica narrativa e ne trassi riflessioni di messaggi  sottesi  ed esplicitati di  eticità. L’impianto narrativo è piuttosto conosciuto: dieci ragazzi della buona borghesia fiorentina (sette ragazzi e tre ragazze) si rifugiano in una villa di campagna, dove designano a turno un/a  responsabile, che, giorno dopo giorno, sceglie un tema sul quale ognuno narra una novella. Man mano che il racconto procede si fa sempre più chiaro l’intento morale del narratore/autore: porre un antidoto alla perversione dei tempi attraverso un riassesto del sistema socio/economico frantumato.

 I giovani volontariamente reclusi nella villa di campagna solidarizzano, fanno comunità, si danno delle regole di convivenza, oppongono alla disperazione la speranza e prefigurano, attraverso la narrazione di novelle/storie, una nuova società all’insegna della eticità riconquistata ed esaltata, ed una spinta forte alla rinascita fisica e morale che parta dalla condivisione, dalla bellezza e dalla sua tutela. L’intento dei Fratelli Taviani è nobile e va condiviso appieno. E dovrebbe essere l’impegno primario di amministratori locali e di imprenditori  turistici, la cui offerta fa perno prevalentemente sulla cultura, che è fatta di bellezza  di storia, di Beni Culturali, Ambientali ed Immateriali, di tatto, garbo, signorilità nell’accoglienza ed efficienza impeccabile nei servizi.

Noi oggi viviamo in quello che con giustificato orgoglio ed un pizzico di retorica, chiamiamo il paese più bello del mondo e di cui  affidiamo l’immagine, innanzitutto, alla rete degli amministratori locali e degli operatori economici diffusi sul territorio. Ma  è un compito che gli addetti ai lavori (amministratori ed operatori economici) svolgono con responsabilità ed efficienza? E’ una domanda legittima che dobbiamo porci  tutti, ma in   modo particolare intellettuali ed anche la più vasta società civile. Forse c’è una vistosa carenza di sensibilità, se le statistiche denunziano, cifre alla mano, che nel 1950 uno su cinque dei turisti internazionali  veniva da noi ed oggi la percentuale si è ridotta a uno su 23. Un tonfo di proporzioni drammatiche, una frana allarmante! Ma nessuno si pone il problema di individuarne le cause ed, eventualmente, correre ai  ripari per rimuoverle. Provo a dire la mia con umiltà, ma con determinazione, limitando l’analisi ai miei territori dell’anima, Cilento e Costa d’Amalfi, dove spesso dilaga improvvisazione e pressapochismo e, quel che è peggio, la voglia sfrenata del guadagno facile a scapito, spesso,  della qualità dell’offerta con la conseguenza delle ferite gratuite, anzi degli sfregi alla bellezza che impoveriscono  e deturpano  il nostro bene primario. Urge una radicale inversione di tendenza, una profonda rivoluzione delle coscienze che elimini grossolanità e rozzezza e faccia trionfare garbo, gentilezza, signorilità, in una parola sola, CULTURA. E’ l’obiettivo da perseguire con determinazione a tutti  i livelli, un lievito che deve fecondare tutti e diventare una costante della nostra società. Mi permetto di suggerire una strada. Che potrebbe essere risolutiva per il problema, e che impone, a mio parere, la EDUCAZIONE ALLA SENSIBILITA’. L’uomo dispone di cinque sensi: la vista, l’udito, l’olfatto, il palato, il tatto. Li usiamo, spesso, in modo solo o quasi esclusivamente  empirico,  senza affinarli attraverso il filtro selettivo dell’intelletto. Noi il più delle volte udiamo ma non ascoltiamo, vediamo ma non guardiamo, tocchiamo ma non sfioriamo e  carezziamo, mangiamo ma non gustiamo, fiutiamo ma non odoriamo. L’udire, il vedere, il toccare, il mangiare, il fiutare è una normalissima sensazione fisica, mentre l’ascoltare, il guardare, lo sfiorare e  carezzare, l’odorare, il gustare, l’odorare implica una scelta e quindi  una operazione di filtro e di affinamento della sensibilità  fatta dall’intelletto. Si tratta di una operazione  di livello superiore che scaturisce e viene imposta dalla CULTURA. Ma nella nostra società  sono diffusi e dilagano quelli che Alfonso Gatto chiamava I RACHITICI FLORIDI, i tanti, cioè, che apparentemente sono in perfetta salute, perché curano il corpo e la vanità dell’apparire, ma sono malati e tarati dentro, perché non hanno cultura e non la cercano, sono privi di sensibilità  e capacità, quindi, di selezione di scelte. E dilaga LA NUOVA PESTE. IL RACHITISMO ED IL NANISMO dell’anima  perseguito ed ostentato nella frequentazione dei beauty center, degli abiti firmati, delle macchine di lusso, della mancanza della sobria eleganza e del trionfo, invece, della spudorata arroganza  dell’apparire che offende l’eticità dell’essere. Forse una  serie di riflessioni per affinare l’educazione alla sensibilità non guasterebbe. E’ una iniziativa che suggerisco al mio amico, Prof. Vincenzo PEPE, Presidente della Fondazione G. Battista Vico. La sede della Fondazione a Vatolla, nei locali prestigiosi del castello De Vargas sarebbe l’ideale. Un seminario/ritiro nella serenità della campagna, come i dieci ragazzi/e del Decamerone, di amministratori locali, operatori ed intellettuali questa volta  per debellare la nuova peste della dilagante epidemia della disillusione, della disperazione ed ipotizzare una rinascita/ripartenza,  che parta dalla condivisione della natura e della bellezza nel segno dello spessore della cultura del territorio. Parmenide e Giambattista Vico, il monachesimo del Cilento  antico nelle sue varie forme: basiliano, benedettino, francescano, la grande eredità della grecità di Paestum e Velia, lo spettacolo dell’orizzonte delle rotte del mediterraneo della grande Storia e dei miti cantati dai poeti e cercati dai viaggiatori del  Grand  Tour  sono lo straordinario patrimonio di storia, arte e cultura per fecondare la speranza e lanciare la sfida di  Un  Nuovo e Moderno Rinascimento. Che dal Cilento parta la sfida! Vincenzo Pepe ha cultura,  sensibilità, entusiasmo e capacità organizzative  per raccoglierla e propagarla, e trasformare il Cilento in un punto di riferimento anche  per  l’altra Costa dove il culto del dio tarì ha offuscato in parte  i valori della cultura e della eticità.  Il Castello de Vargas  ed il Muso del Gran Tour di Capaccio  sono contenitori straordinari per seminari/laboratori di fecondo sviluppo, le risorse umane non mancano, quelle economiche (pochi spiccioli) si trovano! Vincenzo Pepe, se ci sei batti un colpo. La rinascita non è più rinviabile! La peste dell’incultura dilaga maledettamente contagiosa, il nanismo ed il rachitismo degli intelletti e delle coscienze  impera sfacciato e supponente. Fermiamolo fin che siamo ancora in tempo! Che ognuno faccia la sua pare! Io, per quel poco che conto e valgo, ci sono.

Giuseppe  Liuccio

g.liuccio@alice.it

Nel 1348 una terribile pestilenza si abbattè sull’Europa. Tra le città italiane  la più colpita fu Firenze. La diffusione dell’epidemia era visibile  nei corpi malati e sfatti dalle pustole purulente e  dal contagio che dilagava per tutte le contrade. E  la peste non era soltanto disfacimento di corpi putridi e piagati, ma anche di coscienze, che, nella constatazione della precarietà dell’esistenza e della morte quasi certa sempre in agguato, avevano rimosso qualsiasi  valore morale e si abbandonavano a manifestazioni  immonde  in tutti i sensi. Era la morte fisica che abbrutiva i corpi  ma deturpava anche le anime, le cui pustole erano ancora più putride,  più diffuse e cancrenose nel profondo di quelle del corpo, soprattutto  perché erano deliberatamente scelte dagli uomini  nell’ottundimento generalizzato delle intelligenze e nella perversione godereccia senza limiti né freni. La descrizione è fatta con  drammatico realismo da Giovanni Boccaccio nella prefazione/giustificazione del Decamerone, che è e resta un capolavoro della letteratura italiana e di quelle di tutti i tempi e in ogni continente.  Ci sono dei precedenti letterari autorevoli  a cui il Boccaccio in qualche modo, si rifà. Da citare il De rerum natura di Lucrezio, la Historia Longobardorum di Paolo Diacono. Ma fa venire in mente anche un’altra descrizione con altrettanto drammatico realismo narrativo della peste, quella di Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. C’è un  filo conduttore che accomuna tutte le descrizioni delle pesti  che si  sono susseguite nel corso dei secoli, da quella di Atene alle più recenti epidemie, che con vari nomi hanno funestato l’umanità. Tutte  evidenziano non solo uno sfacelo fisico, ma la perdita diffusa e quasi  cercata e, con gioia sinistra, vissuta, della moralità. Qualche mese fa  i FratellPaolo e Vittorio Taviani, universalmente riconosciuti come grandi maestri del cinema italiano, hanno annunziato che  avrebbero tratto un film dal Decamerone con l’intento di lanciare un messaggio di speranza come antidoto alla perversione dei tempi. La cosa mi ha incuriosito e sono andato a rileggermi il capolavoro del Boccaccio. E mi ha incantato come la prima volta, anzi di più, quando lo gustai per esigenze scolastiche ( I° Anno di Lettere all’Università di Napoli), in tutta la sua avvincente tecnica narrativa e ne trassi riflessioni di messaggi  sottesi  ed esplicitati di  eticità. L’impianto narrativo è piuttosto conosciuto: dieci ragazzi della buona borghesia fiorentina (sette ragazzi e tre ragazze) si rifugiano in una villa di campagna, dove designano a turno un/a  responsabile, che, giorno dopo giorno, sceglie un tema sul quale ognuno narra una novella. Man mano che il racconto procede si fa sempre più chiaro l’intento morale del narratore/autore: porre un antidoto alla perversione dei tempi attraverso un riassesto del sistema socio/economico frantumato.

 I giovani volontariamente reclusi nella villa di campagna solidarizzano, fanno comunità, si danno delle regole di convivenza, oppongono alla disperazione la speranza e prefigurano, attraverso la narrazione di novelle/storie, una nuova società all’insegna della eticità riconquistata ed esaltata, ed una spinta forte alla rinascita fisica e morale che parta dalla condivisione, dalla bellezza e dalla sua tutela. L’intento dei Fratelli Taviani è nobile e va condiviso appieno. E dovrebbe essere l’impegno primario di amministratori locali e di imprenditori  turistici, la cui offerta fa perno prevalentemente sulla cultura, che è fatta di bellezza  di storia, di Beni Culturali, Ambientali ed Immateriali, di tatto, garbo, signorilità nell’accoglienza ed efficienza impeccabile nei servizi.

Noi oggi viviamo in quello che con giustificato orgoglio ed un pizzico di retorica, chiamiamo il paese più bello del mondo e di cui  affidiamo l’immagine, innanzitutto, alla rete degli amministratori locali e degli operatori economici diffusi sul territorio. Ma  è un compito che gli addetti ai lavori (amministratori ed operatori economici) svolgono con responsabilità ed efficienza? E’ una domanda legittima che dobbiamo porci  tutti, ma in   modo particolare intellettuali ed anche la più vasta società civile. Forse c’è una vistosa carenza di sensibilità, se le statistiche denunziano, cifre alla mano, che nel 1950 uno su cinque dei turisti internazionali  veniva da noi ed oggi la percentuale si è ridotta a uno su 23. Un tonfo di proporzioni drammatiche, una frana allarmante! Ma nessuno si pone il problema di individuarne le cause ed, eventualmente, correre ai  ripari per rimuoverle. Provo a dire la mia con umiltà, ma con determinazione, limitando l’analisi ai miei territori dell’anima, Cilento e Costa d’Amalfi, dove spesso dilaga improvvisazione e pressapochismo e, quel che è peggio, la voglia sfrenata del guadagno facile a scapito, spesso,  della qualità dell’offerta con la conseguenza delle ferite gratuite, anzi degli sfregi alla bellezza che impoveriscono  e deturpano  il nostro bene primario. Urge una radicale inversione di tendenza, una profonda rivoluzione delle coscienze che elimini grossolanità e rozzezza e faccia trionfare garbo, gentilezza, signorilità, in una parola sola, CULTURA. E’ l’obiettivo da perseguire con determinazione a tutti  i livelli, un lievito che deve fecondare tutti e diventare una costante della nostra società. Mi permetto di suggerire una strada. Che potrebbe essere risolutiva per il problema, e che impone, a mio parere, la EDUCAZIONE ALLA SENSIBILITA’. L’uomo dispone di cinque sensi: la vista, l’udito, l’olfatto, il palato, il tatto. Li usiamo, spesso, in modo solo o quasi esclusivamente  empirico,  senza affinarli attraverso il filtro selettivo dell’intelletto. Noi il più delle volte udiamo ma non ascoltiamo, vediamo ma non guardiamo, tocchiamo ma non sfioriamo e  carezziamo, mangiamo ma non gustiamo, fiutiamo ma non odoriamo. L’udire, il vedere, il toccare, il mangiare, il fiutare è una normalissima sensazione fisica, mentre l’ascoltare, il guardare, lo sfiorare e  carezzare, l’odorare, il gustare, l’odorare implica una scelta e quindi  una operazione di filtro e di affinamento della sensibilità  fatta dall’intelletto. Si tratta di una operazione  di livello superiore che scaturisce e viene imposta dalla CULTURA. Ma nella nostra società  sono diffusi e dilagano quelli che Alfonso Gatto chiamava I RACHITICI FLORIDI, i tanti, cioè, che apparentemente sono in perfetta salute, perché curano il corpo e la vanità dell’apparire, ma sono malati e tarati dentro, perché non hanno cultura e non la cercano, sono privi di sensibilità  e capacità, quindi, di selezione di scelte. E dilaga LA NUOVA PESTE. IL RACHITISMO ED IL NANISMO dell’anima  perseguito ed ostentato nella frequentazione dei beauty center, degli abiti firmati, delle macchine di lusso, della mancanza della sobria eleganza e del trionfo, invece, della spudorata arroganza  dell’apparire che offende l’eticità dell’essere. Forse una  serie di riflessioni per affinare l’educazione alla sensibilità non guasterebbe. E’ una iniziativa che suggerisco al mio amico, Prof. Vincenzo PEPE, Presidente della Fondazione G. Battista Vico. La sede della Fondazione a Vatolla, nei locali prestigiosi del castello De Vargas sarebbe l’ideale. Un seminario/ritiro nella serenità della campagna, come i dieci ragazzi/e del Decamerone, di amministratori locali, operatori ed intellettuali questa volta  per debellare la nuova peste della dilagante epidemia della disillusione, della disperazione ed ipotizzare una rinascita/ripartenza,  che parta dalla condivisione della natura e della bellezza nel segno dello spessore della cultura del territorio. Parmenide e Giambattista Vico, il monachesimo del Cilento  antico nelle sue varie forme: basiliano, benedettino, francescano, la grande eredità della grecità di Paestum e Velia, lo spettacolo dell’orizzonte delle rotte del mediterraneo della grande Storia e dei miti cantati dai poeti e cercati dai viaggiatori del  Grand  Tour  sono lo straordinario patrimonio di storia, arte e cultura per fecondare la speranza e lanciare la sfida di  Un  Nuovo e Moderno Rinascimento. Che dal Cilento parta la sfida! Vincenzo Pepe ha cultura,  sensibilità, entusiasmo e capacità organizzative  per raccoglierla e propagarla, e trasformare il Cilento in un punto di riferimento anche  per  l’altra Costa dove il culto del dio tarì ha offuscato in parte  i valori della cultura e della eticità.  Il Castello de Vargas  ed il Muso del Gran Tour di Capaccio  sono contenitori straordinari per seminari/laboratori di fecondo sviluppo, le risorse umane non mancano, quelle economiche (pochi spiccioli) si trovano! Vincenzo Pepe, se ci sei batti un colpo. La rinascita non è più rinviabile! La peste dell’incultura dilaga maledettamente contagiosa, il nanismo ed il rachitismo degli intelletti e delle coscienze  impera sfacciato e supponente. Fermiamolo fin che siamo ancora in tempo! Che ognuno faccia la sua pare! Io, per quel poco che conto e valgo, ci sono.

Giuseppe  Liuccio

g.liuccio@alice.it