Allacciate le cinture di Ozpetek a Piano di Sorrento

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Allacciate le cinture di Ozpetek a Piano di Sorrento  la recenzione su Panorama  di Simona Santoni

Ho tanto amato Le fate ignoranti (2001). Mi hanno sedotta Il bagno turco (1997) e Saturno contro (2007), ultimo titolo del regista di origini turche ad avermi convinta senza remore. Anche se è sempre poco simpatico fare confronti con il passato, non posso non pensare che il Ferzan Ozpetek migliore si sia da un po’ smarrito. Allacciate le cinture, dal 6 marzo al cinema, ne è la conferma. E non solo perché ne è coprotagonista Francesco Arca, ex tronista di Uomini e donne, per cui ho cercato di tergermi di dosso ogni pregiudizio. Come indica il titolo, che segnala il rischio di turbolenze (esistenziali), anche il film sbanda, è un balletto un po’ disunito su toni ora comici ora drammatici che non trovano l’equilibrio e la fluidità giusti.

Certo, non mancano pennellate pregevoli “alla Ozpetek”, che risiedono per lo più nei dettagli. Come nell’inizio, quando un’intrigante inquadratura bassa riprende la pioggia sul selciato di Lecce e poi va a finire sotto una pensilina dell’autobus dove tanti trovano riparo all’acqua e dove tutto ha principio.

Protagonista è Elena, una Kasia Smutniak che sa essere ora solare, ora toccante, e che sa bene cosa significhi aver la vita stravolta da “turbolenze”. È fidanzata con Giorgio (Francesco Scianna) e lavora come cameriera in un bar con il suo più caro amico Fabio (Filippo Scicchitano), ragazzo gay sempre alla ricerca dell’amore, e l’amica Silvia (Carolina Crescentini). L’incontro-scontro con il fidanzato di turno di quest’ultima le sconvolgerà (positivamente) la quotidianità. Ed ecco che entra in gioco Arca, palestrato, tatuato, con lo sguardo che si sforza di essere costantemente ottenebrato. Elena ha 25 anni: sì, la cosa fa inizialmente sorridere visto che non li dimostra affatto (Smutniak ne ha 34). Però c’è un perché: la narrazione successivamente vola infatti a 13 anni più tardi, quando Elena è ormai donna e madre. E nuove turbolenze, questa volta davvero scure e dolorose, si affacciano nella sua matura giovinezza. 
Per la sceneggiatura Ozpetek ritrova la penna di Gianni Romoli, con cui aveva scritto tutti i suoi precedenti lavori fino a Saturno contro. 

Dalla commedia al dramma, bruscamente
Il passaggio dai primi anni spensierati a quelli in cui la malattia devasterà l’esistenza di Elena e di chi le vuole bene è improvviso. Come lo è il cambiamento di toni, da ilari e tragici. E poi, quando la storia ci ha portati lì, sull’orlo del dramma, ecco che vira di nuovo, bruscamente, e torna ai sorrisi e alle risate. Ozpetek ci ha insegnato magnificamente che toni leggeri e altri più lacrimevoli possono convivere benissimo in uno stesso film (vedi Saturno contro), però in Allacciate le cinture non riesce ad amalgamare bene gli ingredienti e i vari mutamenti sono disorientanti. 
È invece affascinante il mezzo narrativo con cui il regista ci riporta, nuovamente, dal presente al passato: Antonio (Arca) ed Elena, stanchi e disperati, in auto tornano nella spiaggia dove si sono per la prima volta amati e con il loro suv quasi urtano una coppia in moto, Antonio ed Elena, giovani e invasi dalla passione.

VEDI ANCHE: VIDEO-INTERVISTA A OZPETEK

Francesco Arca non è il nuovo Argentero
Ozpetek più di una volta nei suoi cast ha fatto ricorso con audacia a personaggi pop. È stato il primo a dare un ruolo cinematografico all’ex Non è la Rai Ambra Angiolini, uno dei primi a credere nell’exGrande Fratello Luca Argentero: tutte sfide stra-vinte. Ma Francesco Arca non è Argentero. Ozpetek, com’è giusto che sia, difende la sua scelta: “Sono molto contento di Francesco, non lo conoscevo e quando l’ho incontrato mi ha interessato subito il suo volto magnetico, molto cinematografico: prima di scritturarlo però ho sottoposto a quattro diversi provini quattro attori differenti perché avevo bisogno di capire certe cose. Francesco ha superato il suo ‘esame’ alla grande, dimostrando anche lui di avere un grande talento oltre ad essere un bell’uomo”.
Che Arca sia bello non ci sono dubbi, ma più che magnetico nel film il suo volto sembra inespressivo, fermo. Il copione gli concede poche battute e lui quelle poche le fa uscire con poca anima. Il suo ruolo è quello di macho silenzioso e corpulento apparentemente dalle scarse doti: il problema è che le doti sembrano rare non solo apparentemente perché Ozpetek e Romoli non scavano nella sua persona e nel rapporto tra Elena e Antonio. Rimane abbastanza un mistero cosa li abbia uniti e tenuti insieme per tanti anni. 
Non sono invece un mistero i vari tatuaggi che Arca ha disseminati per il corpo, che compare quasi sempre in mutande. 
Una curiosità: per interpretare Antonio più vecchio, panciuto e stempiato, l’ex tronista ha preso 13 chili. Smutniak invece ne ha persi 8.

I personaggi minori, che delizia!
Attorno ai due protagonisti pullula un manipolo di personaggi gradevoli, dalle parti più o meno piccole, che danno sferzate di energia ogni volta che compaiono. Primo fra tutti Scicchitano, l’ex ragazzino romano di Scialla!, che conferma di essere un autentico talento naturale: non sbaglia niente, è sempre così spontaneo e credibile, è uno dei nostri migliori giovani attori. 
E poi ci sono Elena Sofia Ricci, imprevedibile zia ora buddista, ora vegetariana, e soprattutto Carla Signoris, madre di Elena, stupenda, essenziale e caustica: la loro sporadica presenza è sempre un balsamo. Anche Luisa Ranieri è una spruzzata di compiuta allegria. Infine Paola Minaccioni, nei panni della vitale malata terminale Egle, pur nella sua recitazione un po’ enfatica lascia il segno. 

L’esplorazione della malattia
È difficile parlare di malattia, soprattutto quando si chiama tumore. In una struttura narrativa a mosaico, dove man mano alcuni pezzi si compongono, Ozpetek dà spazio anche al male e alle nostre paure. Proprio a questa parte di racconto sono legate due scene da ricordare. Una è molto bella: la Smutniak, nel suo bar “Il benzinaio”, fa vibrare un monologo intenso e al contempo disteso, mentre sul volto dei suoi cari, radunati attorno a lei, si disegna un’ombra sempre più cupa. L’altra sequenza, sicuramente coraggiosa, è all’interno dell’ospedale, quando Antonio/Arca non trova altro modo che quello fisico per dimostrare il suo amore a Elena/Smutniak. Gli occhi dello spettatore si spalancano. A voi dire se per scherno, stupore o commozione. 

Allacciate le cinture di Ozpetek a Piano di Sorrento  la recenzione su Panorama  di Simona Santoni

Ho tanto amato Le fate ignoranti (2001). Mi hanno sedotta Il bagno turco (1997) e Saturno contro (2007), ultimo titolo del regista di origini turche ad avermi convinta senza remore. Anche se è sempre poco simpatico fare confronti con il passato, non posso non pensare che il Ferzan Ozpetek migliore si sia da un po' smarrito. Allacciate le cinture, dal 6 marzo al cinema, ne è la conferma. E non solo perché ne è coprotagonista Francesco Arca, ex tronista di Uomini e donne, per cui ho cercato di tergermi di dosso ogni pregiudizio. Come indica il titolo, che segnala il rischio di turbolenze (esistenziali), anche il film sbanda, è un balletto un po' disunito su toni ora comici ora drammatici che non trovano l'equilibrio e la fluidità giusti.

Certo, non mancano pennellate pregevoli "alla Ozpetek", che risiedono per lo più nei dettagli. Come nell'inizio, quando un'intrigante inquadratura bassa riprende la pioggia sul selciato di Lecce e poi va a finire sotto una pensilina dell'autobus dove tanti trovano riparo all'acqua e dove tutto ha principio.

Protagonista è Elena, una Kasia Smutniak che sa essere ora solare, ora toccante, e che sa bene cosa significhi aver la vita stravolta da "turbolenze". È fidanzata con Giorgio (Francesco Scianna) e lavora come cameriera in un bar con il suo più caro amico Fabio (Filippo Scicchitano), ragazzo gay sempre alla ricerca dell'amore, e l'amica Silvia (Carolina Crescentini). L'incontro-scontro con il fidanzato di turno di quest'ultima le sconvolgerà (positivamente) la quotidianità. Ed ecco che entra in gioco Arca, palestrato, tatuato, con lo sguardo che si sforza di essere costantemente ottenebrato. Elena ha 25 anni: sì, la cosa fa inizialmente sorridere visto che non li dimostra affatto (Smutniak ne ha 34). Però c'è un perché: la narrazione successivamente vola infatti a 13 anni più tardi, quando Elena è ormai donna e madre. E nuove turbolenze, questa volta davvero scure e dolorose, si affacciano nella sua matura giovinezza. 
Per la sceneggiatura Ozpetek ritrova la penna di Gianni Romoli, con cui aveva scritto tutti i suoi precedenti lavori fino a Saturno contro

Dalla commedia al dramma, bruscamente
Il passaggio dai primi anni spensierati a quelli in cui la malattia devasterà l'esistenza di Elena e di chi le vuole bene è improvviso. Come lo è il cambiamento di toni, da ilari e tragici. E poi, quando la storia ci ha portati lì, sull'orlo del dramma, ecco che vira di nuovo, bruscamente, e torna ai sorrisi e alle risate. Ozpetek ci ha insegnato magnificamente che toni leggeri e altri più lacrimevoli possono convivere benissimo in uno stesso film (vedi Saturno contro), però in Allacciate le cinture non riesce ad amalgamare bene gli ingredienti e i vari mutamenti sono disorientanti. 
È invece affascinante il mezzo narrativo con cui il regista ci riporta, nuovamente, dal presente al passato: Antonio (Arca) ed Elena, stanchi e disperati, in auto tornano nella spiaggia dove si sono per la prima volta amati e con il loro suv quasi urtano una coppia in moto, Antonio ed Elena, giovani e invasi dalla passione.

VEDI ANCHE: VIDEO-INTERVISTA A OZPETEK

Francesco Arca non è il nuovo Argentero
Ozpetek più di una volta nei suoi cast ha fatto ricorso con audacia a personaggi pop. È stato il primo a dare un ruolo cinematografico all'ex Non è la Rai Ambra Angiolini, uno dei primi a credere nell'exGrande Fratello Luca Argentero: tutte sfide stra-vinte. Ma Francesco Arca non è Argentero. Ozpetek, com'è giusto che sia, difende la sua scelta: "Sono molto contento di Francesco, non lo conoscevo e quando l'ho incontrato mi ha interessato subito il suo volto magnetico, molto cinematografico: prima di scritturarlo però ho sottoposto a quattro diversi provini quattro attori differenti perché avevo bisogno di capire certe cose. Francesco ha superato il suo 'esame' alla grande, dimostrando anche lui di avere un grande talento oltre ad essere un bell'uomo".
Che Arca sia bello non ci sono dubbi, ma più che magnetico nel film il suo volto sembra inespressivo, fermo. Il copione gli concede poche battute e lui quelle poche le fa uscire con poca anima. Il suo ruolo è quello di macho silenzioso e corpulento apparentemente dalle scarse doti: il problema è che le doti sembrano rare non solo apparentemente perché Ozpetek e Romoli non scavano nella sua persona e nel rapporto tra Elena e Antonio. Rimane abbastanza un mistero cosa li abbia uniti e tenuti insieme per tanti anni. 
Non sono invece un mistero i vari tatuaggi che Arca ha disseminati per il corpo, che compare quasi sempre in mutande. 
Una curiosità: per interpretare Antonio più vecchio, panciuto e stempiato, l'ex tronista ha preso 13 chili. Smutniak invece ne ha persi 8.

I personaggi minori, che delizia!
Attorno ai due protagonisti pullula un manipolo di personaggi gradevoli, dalle parti più o meno piccole, che danno sferzate di energia ogni volta che compaiono. Primo fra tutti Scicchitano, l'ex ragazzino romano di Scialla!, che conferma di essere un autentico talento naturale: non sbaglia niente, è sempre così spontaneo e credibile, è uno dei nostri migliori giovani attori. 
E poi ci sono Elena Sofia Ricci, imprevedibile zia ora buddista, ora vegetariana, e soprattutto Carla Signoris, madre di Elena, stupenda, essenziale e caustica: la loro sporadica presenza è sempre un balsamo. Anche Luisa Ranieri è una spruzzata di compiuta allegria. Infine Paola Minaccioni, nei panni della vitale malata terminale Egle, pur nella sua recitazione un po' enfatica lascia il segno. 

L'esplorazione della malattia
È difficile parlare di malattia, soprattutto quando si chiama tumore. In una struttura narrativa a mosaico, dove man mano alcuni pezzi si compongono, Ozpetek dà spazio anche al male e alle nostre paure. Proprio a questa parte di racconto sono legate due scene da ricordare. Una è molto bella: la Smutniak, nel suo bar "Il benzinaio", fa vibrare un monologo intenso e al contempo disteso, mentre sul volto dei suoi cari, radunati attorno a lei, si disegna un'ombra sempre più cupa. L'altra sequenza, sicuramente coraggiosa, è all'interno dell'ospedale, quando Antonio/Arca non trova altro modo che quello fisico per dimostrare il suo amore a Elena/Smutniak. Gli occhi dello spettatore si spalancano. A voi dire se per scherno, stupore o commozione.