La leggenda della PASTIERA

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La leggenda vuole che le origini della “pastiera” si perdano nella notte dei tempi. Difatti si vuole che la sirena Partenope avesse scelto la sua dimora tra Posillipo ed il Vesuvio e che ad ogni primavera emergesse salutando gli abitanti con dolci canti d’amore. Un anno, per ringraziarla, questi mandarono alla riva sette belle ragazze con in dono farina, ricotta, uova, grano, fiori d’arancio, spezie varie e zucchero.Partenope li accettò e ritornò nel profondo consegnando i doni agli dei, che provarono a riunire il tutto ed a mescolare, preparando così la prima pastiera. Mentre la pastiera, assaggiata dalla regina moglie di Ferdinando di Borbone, soprannominata dai sudditi “la regina che sorride mai”, non potè esimersi dal sorrdere per la soddisfazione ed il compiacimento; il re, sconsolato, dichiarò che per vederla di nuovo sorridere avrebbe dovuto attendere la prossima Pasqua. Giambattista Basile nel 1636 cita la pastiera tra le prelibatezze di una banchetto. Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, ne parla nel suo “cucina teorico-pratica ” del 1838. Certamente, però, la pastiera fu inventata in qualche monastero, come avvenuto per tanti altri dolci, o da parte delle Suore di san Gregorio Armeno.
La pastiera, per essere gustata, va consumata qualche giorno dopo la preparazione.
La RICETTA, prevede, per la pasta frolla, mezzo chilo di farina, tre uova, 200 gr. di strutto, 200 gr. di zucchero, scorza di limone grattugiata. Per il ripieno: 250 gr, di grano ammollato per tre giorni, mezzo chilo di ricotta fresca, mezzo litro di latte, 100 gr. di burro o strutto, 100 gr. di cedro candito a dadini, fior d’arancio, due bustine di vanillina, un cucchiaio di cannella in polvere, due cucchiai di amido di grano, sei tuorli d’uovo, sei cucchiai di zucchero. Un tempo per ogni tipo di dolce c’era un periodo per consumarlo: ora si trovano tutti i giorni nelle pasticcerie.
G.A.La leggenda vuole che le origini della “pastiera” si perdano nella notte dei tempi. Difatti si vuole che la sirena Partenope avesse scelto la sua dimora tra Posillipo ed il Vesuvio e che ad ogni primavera emergesse salutando gli abitanti con dolci canti d’amore. Un anno, per ringraziarla, questi mandarono alla riva sette belle ragazze con in dono farina, ricotta, uova, grano, fiori d’arancio, spezie varie e zucchero.Partenope li accettò e ritornò nel profondo consegnando i doni agli dei, che provarono a riunire il tutto ed a mescolare, preparando così la prima pastiera. Mentre la pastiera, assaggiata dalla regina moglie di Ferdinando di Borbone, soprannominata dai sudditi “la regina che sorride mai”, non potè esimersi dal sorrdere per la soddisfazione ed il compiacimento; il re, sconsolato, dichiarò che per vederla di nuovo sorridere avrebbe dovuto attendere la prossima Pasqua. Giambattista Basile nel 1636 cita la pastiera tra le prelibatezze di una banchetto. Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, ne parla nel suo “cucina teorico-pratica ” del 1838. Certamente, però, la pastiera fu inventata in qualche monastero, come avvenuto per tanti altri dolci, o da parte delle Suore di san Gregorio Armeno.
La pastiera, per essere gustata, va consumata qualche giorno dopo la preparazione.
La RICETTA, prevede, per la pasta frolla, mezzo chilo di farina, tre uova, 200 gr. di strutto, 200 gr. di zucchero, scorza di limone grattugiata. Per il ripieno: 250 gr, di grano ammollato per tre giorni, mezzo chilo di ricotta fresca, mezzo litro di latte, 100 gr. di burro o strutto, 100 gr. di cedro candito a dadini, fior d’arancio, due bustine di vanillina, un cucchiaio di cannella in polvere, due cucchiai di amido di grano, sei tuorli d’uovo, sei cucchiai di zucchero. Un tempo per ogni tipo di dolce c’era un periodo per consumarlo: ora si trovano tutti i giorni nelle pasticcerie.
G.A.