Le rivolte del 1820-1821 nel Regno delle Due Sicilie – Al di qua del faro e Al dì là del faro (parte seconda)

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Aspettando il ’48 fra unitarismo mazziniano e federalismo neoguelfo

L’occupazione austriaca e il regno di Francesco I

Tra il 1821 e il 1830 a dominare la situazione nel regno meridionale furono preminentemente: lapresenza militare austriaca, totalmente a spese del bilancio dello stato delle Due Sicilie, larestaurazione e la luogotenenza per la Sicilia di Pietro Ugo delle Favare, dal 1825 al 1830, in concomitanza con il regno di Francesco I e con il governo napoletano di Luigi Medici.

Ferdinando I di Borbone

 

I militari austriaci avevano il compito, una volta repressa la rivoluzione carbonara, di eseguire e mantenere le condizioni imposte da Metternich a Lubiana, cioè l’unità statale del regno ma, data la palese ostilità tra Palermo e Napoli, anche il mantenimento di due amministrazioni distinte, presiedute da due apposite Consulte, deputate a esprimere parere su disegni di legge, bilancio, debito pubblico, situazione patrimoniale, ecc. Con le Consulte, in teoria si realizzava quanto chiesto dalla delegazione siciliana e quanto concordato con il generale Pepe. Ma quali poteri in realtà avevano queste Consulte? Il loro ruolo fu chiarito direttamente da Metternich che così rispose all’ambasciatore austriaco a Napoli, Ficquelmont che chiedeva chiarimenti: “Con la creazione delle consulte – scrisse – non si creano dei corpi rappresentativi, e la prova è data dalla mancanza di ciò che sta alla base di corpi del genere, ossia la elezione. La denominazione di “consulte” determina l’estensione delle loro attribuzioni; esse consultano ma non accettano né rigettano” [1]. Come facilmente intuibile la sovranità dei Borbone era fortemente limitata dall’Austria che con l’esercito si preoccupava non solo di combattere la carboneria ma di far eseguire i “dictat” di Metternich. Il regime borbonico era diventato in pratica una gestione amministrativa e lo possiamo ben capire dal comportamento delle persone implicate dettato, di volta in volta, dalla condizione oggettiva del sistema. Basta prendere ad esempio il comportamento di Francesco di Borbone. Prima di salire al trono Francesco si era dimostrato aperto alle innovazioni liberali, moderato e capace di gestire abilmente le vicende siciliane tra il 1812 e il 1814, collaborando con lord Bentinck e successivamente, tra il 1816 e il 1820 aveva mediato con abilità la sottomissione della Sicilia a Napoli continuando a dimostrare di essere un ottimo vicario anche a Napoli durante la rivolta carbonara del 1820. A tradire la costituzione giurata, non fu il vicario Francesco ma il re suo padre.

Francesco I di Borbone

 

Intanto il 4 gennaio 1825, moriva Re Ferdinando, dopo ben 65 anni di regno, e gli succedeva Francesco pieno di buone intenzioni ma che a detta dei sudditi, si dimostrò “disperatamente incapace” [2. Tutti si aspettavano, a Napoli come in Sicilia, che una volta salito al trono Francesco istaurasse un regime se non proprio liberale, vista l’opposizione della Santa alleanza e l’occupazione militare austriaca, almeno moderato. Ma così non fu. Francesco aveva 47 anni, ed era provato da problemi di salute e dalle responsabilità che aveva dovuto assumersi, come vicario del regno. Si dimostrò incapace di fronteggiare la situazione: lasciò le incombenze di governo al Medici e quelle della corte ad un suo cameriere di nome Viglia, mentre la Sicilia erasuccube del famigerato Pietro Ugo delle Favare. Come scrive il Paternò Castello: “Circondato il buon Francesco dall’unione di tanti malvagi, gravato da un’asma micidiale, afflitto dagli acerbissimi dolori della gotta, non poté giammai conoscere il vero stato de’ suoi popoli, e particolarmente dei siciliani (…) il Favare, assicurato da tutti i lati dall’impunità, ritornò a Palermo per esercitare il più atroce dispotismo” [3]. I suoi cinque anni di regno furono, come dice molto severamente il Doria, «quanto di peggio potesse esprimere la famiglia Borbonica»[4]. Noi crediamo invece che Francesco conoscesse bene “il vero stato de’ suoi popoli” ma che, forse a causa dei suoi mali non ebbe più voglia di battersi e preferì delegare ad altri le responsabilità di governo. Ottenne comunque, nel 1827, lo sgombero delle truppe austriache sostituendole con forze d’ordine costituite da mercenari svizzeri.

Medaglia in argento del 1825 per la morte di Ferdinando I (collezione Francesco di Rauso, Caserta)

 

Durante il suo breve regno, rigidamente reazionario, come Austria comandava, inevitabilmente i carbonari e altre sette si moltiplicarono, mentre la carenza di un servizio d’ordine efficiente, delegato a funzionari corruttibili, favorì il contrabbando, gli incendi dolosi, i sequestri di persona e si sviluppò nel territorio siciliano quella che qualche anno dopo sarebbe stata chiamata “mafia”, che nata come guardia armata privata dei feudatari lavorava ora contro i loro stessi datori di lavoro allo scopo di impadronirsi delle loro ricchezze e in accordo con mercenari e funzionari corrotti [5].

Tutt’altra era l’immagine che il regno dava di sé ai visitatori stranieri. Napoli e Palermo in quel periodo richiamavano folle di viaggiatori e il traffico turistico e commerciale era notevole. Non a caso, il regno delle Due Sicilie era uno dei più importanti e dei più ricchi dell’epoca [6]. Non era un regno povero anche se non mancavano i poveracci! Le nostre città erano equipollenti alle città europee più avanzate così come le nostre campagne erano arretrate allo stesso modo! Le manchevolezze erano riferite alla politica, alla mancanza di libertà che buona parte della società civile rimproverava al Re. Si desiderava una costituzione, una partecipazione e non un potere per “diritto divino”.

Dai resoconti di viaggio di Simon [7], ad esempio, apprendiamo che in quel periodo la Sicilia aveva una popolazione di circa un milione e settecentomila anime [cfr. La popolazione del regno nel 1832], ed aveva un potenziale di crescita tale da sostenerne 4 o 5 volte tanto, se solo le imprese non fossero state soffocate dagli assurdi regolamenti imposti dalla restaurazione austriaca. In somma la gente evoluta si lamentava, rimpiangeva Napoleone e la perdita della sovranità e della costituzione. I germi della rivoluzione erano sempre in agguato. E Francesco non riuscì a capire, o forse gli fu “sconsigliato” di capire, che lo spirito costituzionalista e liberale doveva essere assecondato perché ormai patrimonio della “società civile” di allora [8].

Ma torniamo alla situazione nel quinquennio 1825-1830, dominata da Pietro Ugo delle Favare in Sicilia e da Luigi dei Medici a Napoli ma soprattutto era connotata da un sistema di potere repressivo. Basti un solo esempio per tutti: la durissima repressione della rivolta del 1828 nel Cilento ad opera del colonnello Francesco Saverio del Carretto che come premio fu promosso generale [9]. Questo sistema di potere si trascinò fino alla morte di Francesco I (21 settembre 1830) cui successe il figlio primogenito Ferdinando II. Già nel 1827, dopo la partenza delle forze austriache dal Regno, era stato nominato dal padre Capitano Generale dell’esercito, e l’8 novembre 1830 salì ancor giovanissimo sul trono, emanando un proclama in cui prometteva buon governo, giustizia e risanamento delle finanze. Subito sostituì alcuni ministri, diminuì notevolmente le spese di Corte, concesse una larga amnistia ai detenuti politici e agli esuli, richiamò in servizio gli ufficiali murattiani sospesi dai moti del 1820.

Ferdinando II

I primi atti di Ferdinando, nato a Palermo, suscitarono molte speranze, anche in Sicilia. Infatti destituì immediatamente il Delle Favare che sostituì con il diciannovenne fratello Leopoldo, conte di Siracusa, che  il 7 Maggio 1932 giunse a Canicattì. Leopoldo si rivelò sollecito ai problemi dell’isola, ristabilì a Napoli il ministero per gli Affari di Sicilia ed emanò una serie di decreti assai utili per l’industria, la viabilità e l’edilizia. Per contro, fu inviato in Sicilia, come ministro della Polizia, quel generale Del Carretto, tristemente famoso per i fatti del Cilento e che non mancò di manifestare la sua natura nella repressione del moto insurrezionale del 1831: un manipolo di popolani male armati, guidati da Domenico di Marco, entrò in Palermo al grido di “Viva il Re, la Costituzione e Santa Rosalia”, nessuno li seguì essendo il popolo impreparato e dopo qualche scambio di colpi di fucile con la polizia, furono presi, arrestati, processati e dodici di essi condannati a morte per direttissima. La ripercussione non tardò a farsi sentire a Napoli, persino in alcuni conventi; vi fu una congiura, tra i cui promotori vi era un laico francescano del convento della Sanità di nome Angelo Peluso, che mirava a far ripristinare nel regno la costituzione del 1820. Vi furono molti arresti, ma a calmare gli animi non bastarono né le condanne né la clemenza, in quanto sorse una seconda cospirazione sotto la guida di Giuseppe Rossaroll. I congiurati furono scoperti ed arrestati [10].

Il clima di sospetto ed instabilità restò sempre latente nell’intero regno, tanto che Ferdinando II, quando nel 1832 dovette recarsi a Genova per sposare la principessa Maria Cristina di Savoia, lo fece sotto falso nome.

Riguardo la Sicilia le idee di Leopoldo e Ferdinando non coincidevano. Ferdinando era sempre convinto che le difficoltà siciliane fossero da ascriversi esclusivamente al baronaggio, Leopoldo comprese invece che le difficoltà della Sicilia erano riferite alla miseria che aumentava sempre più e alla perduta indipendenza. Fu così che nel 1835, re Ferdinando II, sospettando un eccessivo interesse di Leopoldo per le cose di Sicilia e temendo forse uno “scisma”, lo sostituì con il principe di Campofranco, Lucchesi Palli, che rapidamente riportò la politica dello Stato sulla linea del dispotismo fino a culminare nella brutalità nel 1837, anno del colera.

Le epidemie di colera

Il colera che aveva imperversato in Europa e l’anno prima a Napoli, provocando circa 6.500 vittime, arrivò anche in Sicilia dove si espresse con grande virulenza. Nell’isola si contarono circa 65.000 morti ed altri 14.000 nel napoletano. Si diffuse, come sempre in questi casi, l’assurda “diceria dell’untore”, il governo “ladro” diffondeva il morbo. Il popolino ignorante e facilmente manovrabile (come oggi!) si sollevò contro gli aiuti, contro i soccorsi e subito gli indipendentisti posero la loro bandiera gialla sulla tragedia popolare. Furono abbattute le insegne e le statue di Francesco I, furono distrutti e saccheggiati municipi, gendarmerie, farmacie, innocenti furono massacrati e come al solito si eresse un governo provvisorio e si organizzò un esercito di volontari. Ma quando ai primi di agosto, il generale Del Carretto arrivò a capo di una truppa ben equipaggiata, i capi della rivolta, vilmente e opportunamente per loro, si associarono alla controrivoluzione e lasciarono che il Del Carretto istituisse tribunali itineranti che fecero giustizia sommaria di facinorosi e di sinceri liberali. Un esempio seguito e applicato in seguito dai generali piemontesi. Niente di nuovo sotto il sole! Nel giro di pochi mesi, grazie al rapido voltafaccia di alcuni notabili che si trascinarono dietro le loro plebi, il del Carretto ebbe la meglio.

Ferdinando II di Borbone

 

Ferdinando, conscio del fatto che la Sicilia costituiva per lui una spina nel fianco, cercò di migliorare l’amministrazione dell’isola e di agevolare la parte fiscale e finanziaria, studiando anche la possibilità di recarsi personalmente nell’isola per rendersi conto della situazione. Fu abolito il ministero per gli affari siciliani a Napoli, fu emanata la legge di promiscuità [11] che permetteva ai siciliani di poter avere posti di governo a Napoli ed ai napoletani in Sicilia. Fu sollevato dall’incarico di luogotenente il principe di Campofranco, che venne sostituito da un napoletano, il duca Onorato Gaetani di Laurenzana. Inoltre, Ferdinando II premiò Messina, che non aveva partecipato ai moti, riaprendo l’antica università [12], istituì una direzione di polizia a Palermo e declassò Siracusa trasferendo il capoluogo a Noto. Infine inviò in tutti gli uffici funzionari napoletani,in base alla già citata legge della promiscuità. Cercò comunque in occasione della sua visita nell’isola, nel 1838, di intervenire per migliorare le condizioni economiche dell’isola agendo sui dazi, stendendo un progetto di riforma agraria in cui si distribuivano in enfiteusi terreni ai villani; fu deciso di costruire nuove strade, di aprire nuove banche a capitale pubblico, di costruire ospizi.

La questione degli zolfi

Nel 1838 scoppiò la famosa “guerra degli zolfi”: Ferdinando tolse agli inglesi il monopolio del commercio dello zolfo e lo concesse ad una ditta di Marsiglia, la Taix Aycard [13]. Occorre ricordare che lo zolfo all’epoca era un minerale strategico per la produzione bellica, e che la Sicilia era uno dei pochi produttori europei del minerale. Perciò, la decisione di Ferdinando mandò su tutte le furie gli inglesi, Lord Palmerston reagì violentemente e le relazioni diplomatiche si interruppero. I commercianti di zolfo inglesi chiesero indennizzi enormi, che gravarono sui siciliani arricchendo le tasche dei commercianti inglesi e non [14]. Re Ferdinando a causa della questione dello zolfo ebbe pessimi rapporti con gli inglesi tra 1839 e il 1840: nell’aprile del 1840, lord Palmerston ordinò alla marina britannica di bloccare i porti napoletani e di impadronirsi di qualsiasi nave napoletana o siciliana incontrata in alto mare. Per fortuna la marina britannica non seguì alla lettera tali ordini, ma Re Ferdinando non intendeva lasciarsi intimidire e inviò in Sicilia 12.000 uomini; non ebbe però, come sperava, l’aiuto dell’Austria e così grazie alla mediazione francese, il 21 luglio 1840 il contratto con la Taix-Aycard venne revocato e fu concesso, per regio decreto, un indennizzo ai commercianti stranieri [15].

Lord Palmerston

 

Tutti questi eventi contribuirono ad indebolire sempre più i Borbone nell’isola. Alienandosi gli inglesi Ferdinando si inimicò contemporaneamente l’opinione pubblica isolana, da sempre filoinglese, e non trovò l’appoggio internazionale che sperava. Alla fine si ritornò ad una condizione di sfruttamento delle miniere e dei minatori, senza ricorrere ad una modernizzazione delle strutture e l’erario dovette risarcire sia i mercanti inglesi che quelli francesi!

L’economia: Napoli cresce, ma la Sicilia segna il passo

Nonostante tutti gli sforzi di Ferdinando però l’economia dell’isola non decollava e alla base di tutto, come bene scriveva Lucchesi Palli (Effemeridi scientifiche e letterarie, 1834), c’era la mancata crescita del mercato finanziario, “Nuovi codici e procedure sono stati promulgati…sono state costruite delle strade…Vari stabilimenti si sono eretti…Ad onta di tutto ciò il paese non progredisce con quella rapidità che a buon diritto si richiede… Altre cause dunque esistono…e fra queste a mio credere, havvi quella mancanza de’ capitali circolanti. Non può sperarsi senza di questo un miglioramento nelle tre sorgenti della pubblica prosperità. La Sicilia non sarà mai né perfetta agricola, né commerciale, né manifatturiera, se pria un’immissione di nuovi capitali circolanti non ne vivifichi il suo stato.”

Non si reinvestivano i capitali nell’isola, come abbiamo già avuto modo di osservare, e non solo per gli interessi della finanza internazionale (in prima fila i Rothschild) ma soprattutto per la mancanza di una cultura in tal senso degli operatori siciliani [16]. Furono queste stesse convinzioni che impedirono al viceré Caracciolo di realizzare il Banco di Credito per l’Agricoltura. A Napoli invece fin dal 1808, sotto l’impulso del regime bonapartista era nato il Banco delle due Sicilie, al quale si aggregarono in qualità di filiali, le Tavole di Palermo e Messina. Ma nulla fecero per il credito commerciale, industriale o agricolo. Si limitarono in sostanza a gestire le esigenze della pubblica amministrazione. Mentre da un capo all’altro d’Europa si faceva girare il credito in Sicilia gli stranieri reinvestivano all’estero e i locali accumulavano e sperperavano. Anche in questo non mancò di avere il suo peso la chiesa, ostile da sempre allo sviluppo del moderno credito bancario. Il richiamo degli ebrei da parte di Carlo di Borbone era stato proprio il tentativo di emancipazione dalle servitù ideologiche clericali, ma il clero pretese ed ottenne la revoca del provvedimento. Da allora il clero ebbe sempre controllo sul credito che venne usato in maniera assistenziale e talvolta in maniera spregiudicata e strumentale a se stesso.

A partire dal 1837, l’insieme di leggi che Ferdinando comminò, volte ad indebolire il potere baronale, non riuscirono a favorire le altre classi anzi provocarono una diffusa conflittualità sociale tra nobili, borghesi ed artigiani, tra contadini ricchi e contadini poveri, tra cittadini e provinciali, ogni classe preoccupata, come al solito, di accaparrarsi il beneficio maggiore. Come sempre ebbero la meglio le classi più abbienti e ben presto la conflittualità da sociale si tramutò in politica. Anche dal punto di vista culturale-politico si ebbe una svolta storica. Non più un sicilianismo isolazionista si cercava, come ai tempi di Balsamo, Gregorio, Meli, ecc, ma un sicilianismo nuovo che rispondesse alle esigenze delle diverse classi, un sicilianismo che vedeva la Sicilia come parte di una confederazione di Stati. Era l’idea autonomista-federalista che raccoglieva i maggiori consensi e non quella Mazziniana unitaria, che tra gli intellettuali siciliani aveva presa quasi unanime, come affermava il Malvica nel 1836 “l’Italia per sua felicità non dee né può avere un sol centro di governo” [17] o lo stesso Michele Amari in un suo scritto,Catechismo siciliano, pubblicato anonimo nel 1838 che sognava una Sicilia indipendente nel quadro di un vincolo federativo.

Se In Sicilia l’industria segnava il passo, per Napoli e la Campania, il Regno di Ferdinando II segnò un grande sviluppo industriale, e si raggiunsero concentrazioni produttive al passo con le zone più evolute del Lombardo-Veneto. Anche il commercio e l’artigianato si espansero, così come il numero dei piccoli proprietari terrieri. Tutta l’economia del napoletano si risollevò. La costruzione della ferrovia Napoli-Portici, la prima in Europa, anche se per la brevità del suo percorso non poteva dare un vantaggio palpabile sul piano economico, fu importante dal punto di vista dell’immagine, in quanto elevò il regno delle Due Sicilie al rango delle più grandi potenze europee [18].

La statua di Ferdinando II a Pietrarsa

 

Il modello di sviluppo non era però basato sull’iniziativa privata locale, ma sul dirigismo governativo e sull’utilizzo di capitali esteri. Inoltre era carente il processo formativo e scolastico. Significativo di questo processo involutivo del Regno è il decreto del 10 gennaio del 1843, con il quale Ferdinando II consegnava l’istruzione primaria alla esclusiva direzione dei Vescovi autorizzandoli “a destituire i maestri e le maestre delle scuole primarie, a sospenderli e a rimuoverli…”. Il decreto stabiliva inoltre: “Art. 2 – Le scuole saranno di preferenza stabilite pe’ fanciulli ne’ Conventi e Monasteri, e per le fanciulle ne’ Ritiri e ne’ Conservatori di donne. Art. 3 – Saranno stabilite altresì scuole primarie, con il metodo di mutuo insegnamento, ne’ Capoluoghi di Provincia ed in tutti gli altri comuni che ne avranno i mezzi. Queste scuole saranno nello stesso modo affidate a’ Vescovi e da loro esclusivamente dirette per ciò che riguarda la disciplina, co’ metodi e libri elementari approvati dalla Pubblica Istruzione(…)”.Ebbero così facile gioco, dopo l’invasione piemontese del 1860, i “galantuomini”, cioè i nuovi proprietari borghesi, che si impossessarono delle terre demaniali e ecclesiastiche (solo quest’ultime ammontavano al 40% del territorio), espropriate dai nuovi dominatori con la legge del 1863: un enorme “lascito” che finì nelle mani dei Piemontesi. Le terre furono vendute con aste frettolose, per fare cassa, e così furono rastrellati risparmi e capitali meridionali, che vennero investiti dai vincitori dappertutto tranne che nel Sud stesso. Ne conseguì la creazione di latifondi privati scarsamente produttivi e il conseguente immiserimento dei contadini, tanto che dopo la sanguinosa resistenza (“brigantaggio”: 1861-1866), i superstiti degli stati d’assedio, delle stragi, delle rappresaglie e le esecuzioni sommarie perpetrate dalle truppe d’occupazione, cominciarono a espatriare in massa.

La mancata soluzione della questione sociale, di proporzioni più vaste di quelle sommariamente descritte in questa pagina, comportò per il Sud un ruolo di sudditanza nei confronti del resto del Paese. Ma in effetti, il Sud finanziò per più di un secolo lo sviluppo della Penisola, senza riceverne corrispondenti benefici.

I prodromi del ‘48

Per ben capire quello che sta sviluppando in Sicilia, nel napoletano e nel resto d’Italia non bisogna dimenticare quello che stava avvenendo a partire dalla fine degli anni ’30 nel resto d’Europa: la rottura del fronte Reazionario voluto dal Congresso di Vienna e la circolazione delle idee liberali grazie all’organizzazione di Congressi degli scienziati [19]. Nei congressi non partecipavano poeti, letterati o storici ma egualmente si discuteva delle nuove esigenze e in seno a tali congressi nacque la proposta di promuovere una lega doganale fra gli Stati italiani, una sorta di mercato unico italiano, cui Ferdinando non diede seguito temendo ripercussioni per la sua industria.

Il regno, nonostante l’energia del sovrano, non era del tutto tranquillo, e gli echi di quanto avveniva nel 1839 in Romagna ad opera di Giuseppe Mazzini, provocarono dei gravi disordini con conseguente energico repulisti con l’arresto di numerosi esponenti liberali, tra i quali Carlo Poerio e Mariano d’Ayala. Quest’ultimo, insegnando al Collegio Militare della Nunziatella aveva fatto numerosi proseliti tra i suoi allievi tra i quali ricordiamo Carlo Pisacane [20] ed Enrico Cosenz [21]. Il del Carretto li fece imprigionare in Castel Sant’Elmo.

A Cosenza invece la repressione fu più severa, in quanto si verificò lo sbarco dei fratelli Bandiera, figli di un ammiraglio della marina imperiale austriaca, iscritti alla Giovane Italia. Essi sbarcarono presso Crotone per dar man forte ai ribelli di Cosenza, ma la notizia del loro sbarco trapelò e furono prontamente catturati. Il marchese di Pietracatella, nuovo capo della polizia, costituì una corte marziale che li giudicò con procedura d’urgenza e li condannò alla pena capitale insieme ad altri sette rivoltosi. Queste fucilazioni suscitarono molte critiche a re Ferdinando, che negò la grazia. Ma la loro fu un’azione biasimata da tutti: Mazzini fu accusato dai moderati di sprecare inutilmente vite umane per realizzare disegni a cui pochissimi credevano, in un momento in cui, come notava Massimo D’Azeglio [22], non c’erano ancora le opportune circostanze e non c’era il favore dell’opinione pubblica europea.

Attilio Bandiera

 

Le circostanze cui aspirava D’Azeglio si presentarono con l’elezione al soglio pontificio di Pio IX (papa Mastai), i cui primi atti lasciarono sperare che si potesse realizzare la proposta liberal-democratica neoguelfa, la formazione cioè di una Federazione degli Stati italiani, presieduta dal papa.

In Sicilia i primi segnali  iniziarono nel 1847: nel mese di luglio a re Ferdinando, in visita a Palermo per i festeggiamenti di santa Rosalia,  fu gettata nella carrozza, da un ignoto, una copia della Protesta di Luigi Settembrini; nello stesso mese, Giuseppe La Masa, a Firenze, scrive la protesta Ai fratelli italiani, agli inglesi, ai francesi a Poi IX  e la presenta a lord Minto, ambasciatore inglese a Napoli, di passaggio a Firenze; a settembre Messina insorge al grido di “Viva Pio IX” , ma i tafferugli furono facilmente sedati anche perché i rivoltosi di Reggio, che secondo il comitato rivoluzionario, dovevano insorgere insieme a quelli di Messina non furono puntuali e si mossero tre giorni dopo. A fine novembre a Palermo si ebbero i primi scontri con la polizia.

Medaglia 1847 in bronzo coniata a Napoli per la repressione della rivolta di Messina. Clicca sull’immagine per ingrandire. Visita la pagina delle medaglie storiche siciliane.

 

L’ambasciatore austriaco Schwarzenberg, chiesta udienza al sovrano, gli rese noto che le rivolte erano favorite da alcuni suoi ministri, che riteneva i peggiori nemici del sovrano, e in seguito a questo colloquio, Ferdinando sostituì il suo ministro delle Finanze, l’ex repubblicano partenopeo Ferdinando Ferri [23], con Giustino Fortunato [24] e costrinse a dimettersi il ministro dell’interno Santangelo. Fu modificato tutto il governo, e sembrò che questi cambiamenti dovessero avere dei benefici effetti, in quanto i liberali si limitavano a fare delle pacifiche dimostrazioni gridando «Viva Pio IX» e «Viva il re»: essi si riunivano nel Largo della Carità, ove era il Palazzo della Nunziatura Apostolica [25] e battendo le mani attendevano che il Nunzio si affacciasse per applaudire a Pio IX, il papa liberale e democratico. Il sovrano diede ordine al del Carretto di evitare manifestazioni che potessero disturbare la quiete pubblica, ma questi incidenti continuarono a ripetersi assumendo maggiore gravità in Sicilia.

Arriviamo finalmente al 1848. Le iniziative fioriscono in tutta Italia:

il 1° gennaio inizia lo sciopero del fumo a Milano, Mazzini e Gioirti si incontrano a Parigi. I romani sollecitano un incontro con Pio IX. Il 2 gennaio Pio I esce per acclamato dal popolo, anche se qualche striscione recitava “Viva il papa, morte ai gesuiti!” Il 3 gennaio a Milano ci sono i primi scontri con la polizia, con morti e feriti e a Genova si chiede a Carlo Alberto l’espulsione dei gesuiti ;

si va avanti così in varie città d’Italia fino al  9 gennaio quando per le strade di Palermo viene  affisso il seguente manifesto, elaborato da Francesco Bagnasco:

Siciliani!

Il tempo delle preghiere inutilmente passò, inutili le proteste, le suppliche Le pacifiche dimostrazioni.

Ferdinando tutto ha spezzato. E noi popolo nato libero, ridotto fra catene e nella miseria, ardiremo ancora a riconquistare i legittimi diritti.

All’armi figli della Sicilia!

La forza dei popoli è onnipossente: l’unirsi dei popoli è la caduta dei re. Il giorno 12 gennaio, all’alba, segnerà l’epoca gloriosa della universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quanti siciliani armati si presenteranno a sostegno della causa comune, a stabilire riforme ed istituzioni analoghe al progresso del secolo, volute dall’Europa, dall’Italia, da Pio IX. Unione, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte le proprietà. Il furto si dichiara tradimento alla causa della patria e come tale punito. Chi sarà mancante di mezzi ne sarà provveduto. Con questi principi il cielo seconderà la giustissima impresa.

Sicilia, all’armi!                                                                                                 (continua…)      Fonte: www.http://ilportaledelsud.org/

Note

[1] Lettera di Metternich a Ficquelmont del 31 agosto 1831; cit. da Giarrizzo, La Sicilia, p. 692

[2] Trevlyan, Principi sotto il vulcano, Rizzoli editore, Milano, 1977.

[3] citato da Renda in Storia della Sicilia, p. 903.

[4] Doria G., Settecento Napoletano: la Capitale, Torino 1962, p. 243.

[5] La presenza di tali sodalizi criminali è contenuta in un rapporto del 1838 del procuratore del Re a Trapani, Pietro Calà Ulloa. Riferiva l’Ulloa “vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che si dicon partiti,senza colore o scopo politico, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa sovviene ai bisogni di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli governi nel governo.”

[6] Ricordiamo le seterie di Catania, Acireale e Palermo; La fonderia Gallo a Palermo; le industrie vinicole di Marsala a capitale inglese (Woodhouse, Hopps, Corlett, Ingham); l’industria solfifera, proprietà in parte della nobiltà locale e di imprenditori inglesi e svizzeri. Nel 1836 esistevano ben 134 miniere. Le fabbriche di succhi ed essenze nel catanese; le concerie di Messina, con migliaia di operai. I mobilifici di Palermo che impiegavano oltre 2000 operai, le saline, la cantieristica, ecc. E inoltre tante piccole imprese dalla produzione di terraglie all’oreficeria. Tali imprese purtroppo, specie le più piccole furono inevitabilmente costrette a chiudere quando da una politica di protezionismo si passò ad una politica di apertura al mercato estero con prodotti di miglior fattura e a minor prezzo e soprattutto si ebbe il crollo delle imprese siciliane quando da Napoli si decise di sottoporre a dazio interno i prodotti Siciliani mentre i prodotti del napoletano circolavano liberamente. Tale politica daziaria ebbe notevoli ripercussioni sul piano sociale, calò inevitabilmente il livello di occupazione e masse di disoccupati si riversarono nelle città aumentando lo scompenso civile. A tutto questo dobbiamo sempre aggiungere il prevalere di interesse particolaristici e il permanere di una mentalità conservatrice che imbrigliava lo sviluppo a dispetto di qualsiasi buona iniziativa.

[7] In G. Quatriglio “Mille anni di storia in Sicilia”

[8] Società civile che, grazie alle sorgenti associazioni carbonare, cominciava ad avere un potere reale! I “piemontesi” se ne servirono e realizzarono i loro disegni di conquista. Li realizzarono a dispetto di tanti “garibaldini” e “mazziniani” che passarono al “brigantaggio”. Molti di quei mille che sbarcarono con Garibaldi, si associarono in seguito alle bande reazionarie delusi da Garibaldi. Ma che si aspettavano? Garibaldi aveva sempre combattuto “ad ingaggio” e, secondo gli accordi, a Teano, o lì vicino, consegnò le sue conquiste a Vittorio Emanuele.

[9] Il comune di Bosco, dove era iniziata la rivolta liberale che chiedeva il ripristino della costituzione fu raso al suolo; gli insorti imprigionati , che tra l’altro non erano i capi che erano riusciti a fuggire all’estero, vennero processati. Vi furono 126 condanne delle quali 74 a pene carcerarie di vario tipo, 18 ergastoli e 34 pene capitali di cui 8 commutate ad ergastolo e 26 eseguite mediante decapitazione (Candeloro, Storia dell’Italia moderna, II, 132-133, rip. in Renda, op. cit)

[10] Il Rossaroll confessò di aver organizzato un attentato e di essere stato aiutato da altri; fece poi anche i nomi dei suoi complici, che erano militari come lui. Furono tutti deferiti alla Commissione di Stato e il Rossaroll e Francesco Angellotti furono condannati a morte, ma poi graziati. Racconta Nicola Nisco (1820-1901), che fu compagno di prigione dello Spaventa e del Poerio per ragioni politiche, poi graziato e in seguito deputato del Regno e poi a Firenze, direttore del Banco di Napoli: «Ai due condannati alla forca fu annunziata la grazia sul luogo del supplizio e nel regno e fuori si lodò la clemenza del re Ferdinando la quale in quel tempo, ed è giustizia riconoscerlo, faceva bel contrapposto alle crudeli esecuzioni nel Modenese nelle Romagne e nello stesso Piemonte ove Carlo Alberto si lanciò nelle persecuzioni con tanto ardore che si insozzò nel sangue che desolò il Piemonte con morte e galere e gli atti feroci del generale Galateri per infami crudeltà superiore ai più tristi gallonati carnefici dei Borboni» [Nisco N., Storia del reame di Napoli dal 1824 al 1860. Napoli, 1908, vol. II, p. 27].

[11] In virtù di tale legge i napoletani furono inviati in Sicilia ad occupare posti di comando mentre i siciliani furono mandati a Napoli senza promozione e in posti subalterni. Fra le vittime di tale legge vi fu anche il giovane Michele Amari che approfittò del soggiorno napoletano per condurre ricerche presso l’Archivio storico e scrivere la storia de Il Vespro, pubblicata nel 1842 con il titolo Un periodo di storie siciliane del XIII secolo. La rilevanza di quest’opera era sfuggita ai censori ma non al Del Carretto che vi lesse una critica alla casa Borbone e un invito alla rivoluzione; ordinò il sequestro del libro e invitò l’Amari a presentarsi presso i suoi uffici. L’Amari preferì prendere la via dell’esilio a Parigi.

[12] Tra le realizzazioni volute da Ferdinando II ricordiamo l’Istituto Statale per i Sordomuti di Palermo (Regio Decreto 28 giugno 1834). Nel 1838 Ferdinando II sanciva la riapertura dell’Ateneo di Messina e, nello stesso anno, veniva fondato il Teatro Santa Elisabetta, distrutto in seguito dal grande terremoto del 1908, poi ricostruito e tuttora esistente col nome di Teatro Vittorio Emanuele.

[13] Si diceva che Taex fosse un complice della duchessa di Berry, eroina della Vandea, che aveva sposato tra l’altro, il conte Ettore Lucchesi Palli.

[14] Nonostante tutto fu in quegli anni che si costituì una compagnia per l’acquisto della prima nave a vapore palermitana a cui parteciparono, tra gli altri, l’inglese Ingham e il banchiere Vincenzo Florio.

[15] Per capire l’importanza della questione degli zolfi basti pensare che nel 1860 si registrava un’occupazione operaia (tra picconieri, mulattieri, carusi e altro personale) di 16.000 unità. Quello che gravitava attorno alle zolfare era il nucleo di proletariato industriale più consistente di tutto il mezzogiorno e uno dei più rilevanti dell’intera penisola, ma era contemporaneamente il più “coloniale”: tutto il prodotto infatti era destinato all’estero allo stato grezzo (quindi niente indotto) e la sua commercializzazione era in mano a operatori stranieri, per lo più inglesi, che, in mancanza di una seria attività bancaria locale, gestivano il credito d’esercizio, assicurato mediante anticipazioni sulla consegna. Questo stato di cose accontentava tutti: i proprietari delle miniere, i gabelloti e gli agenti commerciali e tutto si svolgeva all’insegna dello sfruttamento della manodopera con metodi di lavorazione arretrati, tipico delle industrie alle dipendenza dall’estero.

[16] Saverio Scorfani, Memorie inedite, Edizioni della Regione Siciliana, 1970, pag. 249.

[17] Ferdinando Malvica, in Trevelyan Principi sotto in vulcano.

[18] Questo primo tratto della Ferrovia fu inaugurato il 4 ottobre del 1839 con grande solennità dal re in persona: partì quel giorno il primo convoglio ferroviario italiano, composto da varie vetture che portavano 48 invitati oltre ad una rappresentanza dell’armata di Sua Maestà borbonica costituita da 60 ufficiali, 30 fanti, 30 artiglieri e 60 marinai; nell’ultima vettura vi era la banda della guardia reale. La stazione di Napoli, che fu costruita nell’antica via detta «dei fossi» fuori le mura aragonesi che in quel tempo ancora esistevano tra la Porta del Carmine e la Porta Nolana, era costituita da un’ampia sala d’aspetto per i passeggeri, di uffici, magazzini, rimesse per le vetture e le macchine e di un’attrezzata officina di riparazione. La linea attraversava le paludi napoletane e la real strada delle Calabrie giungendo nei pressi della spiaggia di Portici, al Granatello. All’intersezione con la strada delle Calabrie fu costruito anche un ponte a due archi, per permettere il passaggio dei mezzi stradali. In questo primo tronco, di ponti ne furono costruiti ben 33, con 2.958 metri di mura di sostegno e m. 541 di ringhiere di ferro a difesa del mare e dei caseggiati che si trovavano lungo la strada. I lavori furono continuati per portare la Ferrovia fino a Nocera e terminarono il 18 maggio del 1844. Fu necessario ordinare altre locomotive che vennero dall’Inghilterra con macchinisti inglesi, poiché già alla fine dell’ottobre del 1839 la ferrovia napoletana aveva trasportato circa 58.000 persone fruttando un utile del 14%. La compagnia ritenne allora di poter ribassare i prezzi (che tempi!) e nel 1840 accordò uno sconto sulle tariffe ai cittadini meno abbienti, vale a dire «alle persone di giacca e coppola, alle donne senza cappello, ai domestici in livrea ed ai soldati e bassi ufficiali del real esercito».

[19] il primo fu organizzato a Pisa nel 1839 da Carlo Luciano Bonaparte e, annualmente in successione, a Torino (1840), Firenze (1841), Padova (1842), Lucca (1843), Milano (1844), Napoli (1845), Genova (1846) e Venezia (1847).

[20] Mazziniano fervente, combatté nel 1849 per la Repubblica Romana. Convertitosi ad ideali ancor più socialisti, fu poi il protagonista dello sbarco a Sapri. Scrittore arguto, si dimostrò un attento studioso in alcuni saggi storici.

[21] Aveva fatto parte dell’esercito napoletano sino al 1848, ma poi andò a difendere Venezia nel 1849. Con Garibaldi comandò il 1° Reggimento Cacciatori delle Alpi e nel ’60 fu al suo fianco in Sicilia. Dopo l’Unità d’Italia divenne Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e poi Aiutante di Campo di re Vittorio. Morì nel 1898.

[22] M. D’Azeglio, Degli ultimi casi di Romagna, Firenze 1846

[23] Era stato l’amante di Luisa Sanfelice.

[24] Economista e storico di Rionero in Vulture, fu deputato e senatore del regno d’Italia. Si interessò in special modo della «questione meridionale». Morì a Napoli nel 1932.

[25] Edificio ancora esistente, trasformato poi in albergo.

Bibliografia

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Correnti, S., Storia della Sicilia, Periodici locali Newton, 1997

Di Matteo, S. Storia della Sicilia, Edizioni Arbor, 2006

Paternò-Castello, F. Saggio storico e politico, intr. di Massimo Ganci, Edizioni della Regione Siciliana, 1969

Quatriglio, G., Mille anni in Sicilia, Marsilio, 1996

Renda, F., Storia della Sicilia, Sellerio, 2003

Scorfani, F. Memorie inedite, Edizioni della Regione Siciliana, 1970

Trevelyan, R., Principi sotto il vulcano, Rizzoli editore, Milano, 1977

Gleijeses, V., La Storia di Napoli, Società Editrice Napoletana, 1977

 

Aspettando il ’48 fra unitarismo mazziniano e federalismo neoguelfo

L’occupazione austriaca e il regno di Francesco I

Tra il 1821 e il 1830 a dominare la situazione nel regno meridionale furono preminentemente: lapresenza militare austriaca, totalmente a spese del bilancio dello stato delle Due Sicilie, larestaurazione e la luogotenenza per la Sicilia di Pietro Ugo delle Favare, dal 1825 al 1830, in concomitanza con il regno di Francesco I e con il governo napoletano di Luigi Medici.

Ferdinando I di Borbone

 

I militari austriaci avevano il compito, una volta repressa la rivoluzione carbonara, di eseguire e mantenere le condizioni imposte da Metternich a Lubiana, cioè l’unità statale del regno ma, data la palese ostilità tra Palermo e Napoli, anche il mantenimento di due amministrazioni distinte, presiedute da due apposite Consulte, deputate a esprimere parere su disegni di legge, bilancio, debito pubblico, situazione patrimoniale, ecc. Con le Consulte, in teoria si realizzava quanto chiesto dalla delegazione siciliana e quanto concordato con il generale Pepe. Ma quali poteri in realtà avevano queste Consulte? Il loro ruolo fu chiarito direttamente da Metternich che così rispose all’ambasciatore austriaco a Napoli, Ficquelmont che chiedeva chiarimenti: “Con la creazione delle consulte – scrisse – non si creano dei corpi rappresentativi, e la prova è data dalla mancanza di ciò che sta alla base di corpi del genere, ossia la elezione. La denominazione di “consulte” determina l’estensione delle loro attribuzioni; esse consultano ma non accettano né rigettano” [1]. Come facilmente intuibile la sovranità dei Borbone era fortemente limitata dall’Austria che con l’esercito si preoccupava non solo di combattere la carboneria ma di far eseguire i “dictat” di Metternich. Il regime borbonico era diventato in pratica una gestione amministrativa e lo possiamo ben capire dal comportamento delle persone implicate dettato, di volta in volta, dalla condizione oggettiva del sistema. Basta prendere ad esempio il comportamento di Francesco di Borbone. Prima di salire al trono Francesco si era dimostrato aperto alle innovazioni liberali, moderato e capace di gestire abilmente le vicende siciliane tra il 1812 e il 1814, collaborando con lord Bentinck e successivamente, tra il 1816 e il 1820 aveva mediato con abilità la sottomissione della Sicilia a Napoli continuando a dimostrare di essere un ottimo vicario anche a Napoli durante la rivolta carbonara del 1820. A tradire la costituzione giurata, non fu il vicario Francesco ma il re suo padre.

Francesco I di Borbone

 

Intanto il 4 gennaio 1825, moriva Re Ferdinando, dopo ben 65 anni di regno, e gli succedeva Francesco pieno di buone intenzioni ma che a detta dei sudditi, si dimostrò “disperatamente incapace” [2. Tutti si aspettavano, a Napoli come in Sicilia, che una volta salito al trono Francesco istaurasse un regime se non proprio liberale, vista l’opposizione della Santa alleanza e l’occupazione militare austriaca, almeno moderato. Ma così non fu. Francesco aveva 47 anni, ed era provato da problemi di salute e dalle responsabilità che aveva dovuto assumersi, come vicario del regno. Si dimostrò incapace di fronteggiare la situazione: lasciò le incombenze di governo al Medici e quelle della corte ad un suo cameriere di nome Viglia, mentre la Sicilia erasuccube del famigerato Pietro Ugo delle Favare. Come scrive il Paternò Castello: “Circondato il buon Francesco dall’unione di tanti malvagi, gravato da un’asma micidiale, afflitto dagli acerbissimi dolori della gotta, non poté giammai conoscere il vero stato de’ suoi popoli, e particolarmente dei siciliani (…) il Favare, assicurato da tutti i lati dall’impunità, ritornò a Palermo per esercitare il più atroce dispotismo” [3]. I suoi cinque anni di regno furono, come dice molto severamente il Doria, «quanto di peggio potesse esprimere la famiglia Borbonica»[4]. Noi crediamo invece che Francesco conoscesse bene “il vero stato de’ suoi popoli” ma che, forse a causa dei suoi mali non ebbe più voglia di battersi e preferì delegare ad altri le responsabilità di governo. Ottenne comunque, nel 1827, lo sgombero delle truppe austriache sostituendole con forze d’ordine costituite da mercenari svizzeri.

Medaglia in argento del 1825 per la morte di Ferdinando I (collezione Francesco di Rauso, Caserta)

 

Durante il suo breve regno, rigidamente reazionario, come Austria comandava, inevitabilmente i carbonari e altre sette si moltiplicarono, mentre la carenza di un servizio d’ordine efficiente, delegato a funzionari corruttibili, favorì il contrabbando, gli incendi dolosi, i sequestri di persona e si sviluppò nel territorio siciliano quella che qualche anno dopo sarebbe stata chiamata “mafia”, che nata come guardia armata privata dei feudatari lavorava ora contro i loro stessi datori di lavoro allo scopo di impadronirsi delle loro ricchezze e in accordo con mercenari e funzionari corrotti [5].

Tutt’altra era l’immagine che il regno dava di sé ai visitatori stranieri. Napoli e Palermo in quel periodo richiamavano folle di viaggiatori e il traffico turistico e commerciale era notevole. Non a caso, il regno delle Due Sicilie era uno dei più importanti e dei più ricchi dell’epoca [6]. Non era un regno povero anche se non mancavano i poveracci! Le nostre città erano equipollenti alle città europee più avanzate così come le nostre campagne erano arretrate allo stesso modo! Le manchevolezze erano riferite alla politica, alla mancanza di libertà che buona parte della società civile rimproverava al Re. Si desiderava una costituzione, una partecipazione e non un potere per “diritto divino”.

Dai resoconti di viaggio di Simon [7], ad esempio, apprendiamo che in quel periodo la Sicilia aveva una popolazione di circa un milione e settecentomila anime [cfr. La popolazione del regno nel 1832], ed aveva un potenziale di crescita tale da sostenerne 4 o 5 volte tanto, se solo le imprese non fossero state soffocate dagli assurdi regolamenti imposti dalla restaurazione austriaca. In somma la gente evoluta si lamentava, rimpiangeva Napoleone e la perdita della sovranità e della costituzione. I germi della rivoluzione erano sempre in agguato. E Francesco non riuscì a capire, o forse gli fu “sconsigliato” di capire, che lo spirito costituzionalista e liberale doveva essere assecondato perché ormai patrimonio della “società civile” di allora [8].

Ma torniamo alla situazione nel quinquennio 1825-1830, dominata da Pietro Ugo delle Favare in Sicilia e da Luigi dei Medici a Napoli ma soprattutto era connotata da un sistema di potere repressivo. Basti un solo esempio per tutti: la durissima repressione della rivolta del 1828 nel Cilento ad opera del colonnello Francesco Saverio del Carretto che come premio fu promosso generale [9]. Questo sistema di potere si trascinò fino alla morte di Francesco I (21 settembre 1830) cui successe il figlio primogenito Ferdinando II. Già nel 1827, dopo la partenza delle forze austriache dal Regno, era stato nominato dal padre Capitano Generale dell'esercito, e l'8 novembre 1830 salì ancor giovanissimo sul trono, emanando un proclama in cui prometteva buon governo, giustizia e risanamento delle finanze. Subito sostituì alcuni ministri, diminuì notevolmente le spese di Corte, concesse una larga amnistia ai detenuti politici e agli esuli, richiamò in servizio gli ufficiali murattiani sospesi dai moti del 1820.

Ferdinando II

I primi atti di Ferdinando, nato a Palermo, suscitarono molte speranze, anche in Sicilia. Infatti destituì immediatamente il Delle Favare che sostituì con il diciannovenne fratello Leopoldo, conte di Siracusa, che  il 7 Maggio 1932 giunse a Canicattì. Leopoldo si rivelò sollecito ai problemi dell’isola, ristabilì a Napoli il ministero per gli Affari di Sicilia ed emanò una serie di decreti assai utili per l’industria, la viabilità e l’edilizia. Per contro, fu inviato in Sicilia, come ministro della Polizia, quel generale Del Carretto, tristemente famoso per i fatti del Cilento e che non mancò di manifestare la sua natura nella repressione del moto insurrezionale del 1831: un manipolo di popolani male armati, guidati da Domenico di Marco, entrò in Palermo al grido di “Viva il Re, la Costituzione e Santa Rosalia”, nessuno li seguì essendo il popolo impreparato e dopo qualche scambio di colpi di fucile con la polizia, furono presi, arrestati, processati e dodici di essi condannati a morte per direttissima. La ripercussione non tardò a farsi sentire a Napoli, persino in alcuni conventi; vi fu una congiura, tra i cui promotori vi era un laico francescano del convento della Sanità di nome Angelo Peluso, che mirava a far ripristinare nel regno la costituzione del 1820. Vi furono molti arresti, ma a calmare gli animi non bastarono né le condanne né la clemenza, in quanto sorse una seconda cospirazione sotto la guida di Giuseppe Rossaroll. I congiurati furono scoperti ed arrestati [10].

Il clima di sospetto ed instabilità restò sempre latente nell’intero regno, tanto che Ferdinando II, quando nel 1832 dovette recarsi a Genova per sposare la principessa Maria Cristina di Savoia, lo fece sotto falso nome.

Riguardo la Sicilia le idee di Leopoldo e Ferdinando non coincidevano. Ferdinando era sempre convinto che le difficoltà siciliane fossero da ascriversi esclusivamente al baronaggio, Leopoldo comprese invece che le difficoltà della Sicilia erano riferite alla miseria che aumentava sempre più e alla perduta indipendenza. Fu così che nel 1835, re Ferdinando II, sospettando un eccessivo interesse di Leopoldo per le cose di Sicilia e temendo forse uno “scisma”, lo sostituì con il principe di Campofranco, Lucchesi Palli, che rapidamente riportò la politica dello Stato sulla linea del dispotismo fino a culminare nella brutalità nel 1837, anno del colera.

Le epidemie di colera

Il colera che aveva imperversato in Europa e l’anno prima a Napoli, provocando circa 6.500 vittime, arrivò anche in Sicilia dove si espresse con grande virulenza. Nell’isola si contarono circa 65.000 morti ed altri 14.000 nel napoletano. Si diffuse, come sempre in questi casi, l’assurda “diceria dell’untore”, il governo “ladro” diffondeva il morbo. Il popolino ignorante e facilmente manovrabile (come oggi!) si sollevò contro gli aiuti, contro i soccorsi e subito gli indipendentisti posero la loro bandiera gialla sulla tragedia popolare. Furono abbattute le insegne e le statue di Francesco I, furono distrutti e saccheggiati municipi, gendarmerie, farmacie, innocenti furono massacrati e come al solito si eresse un governo provvisorio e si organizzò un esercito di volontari. Ma quando ai primi di agosto, il generale Del Carretto arrivò a capo di una truppa ben equipaggiata, i capi della rivolta, vilmente e opportunamente per loro, si associarono alla controrivoluzione e lasciarono che il Del Carretto istituisse tribunali itineranti che fecero giustizia sommaria di facinorosi e di sinceri liberali. Un esempio seguito e applicato in seguito dai generali piemontesi. Niente di nuovo sotto il sole! Nel giro di pochi mesi, grazie al rapido voltafaccia di alcuni notabili che si trascinarono dietro le loro plebi, il del Carretto ebbe la meglio.

Ferdinando II di Borbone

 

Ferdinando, conscio del fatto che la Sicilia costituiva per lui una spina nel fianco, cercò di migliorare l'amministrazione dell'isola e di agevolare la parte fiscale e finanziaria, studiando anche la possibilità di recarsi personalmente nell'isola per rendersi conto della situazione. Fu abolito il ministero per gli affari siciliani a Napoli, fu emanata la legge di promiscuità [11] che permetteva ai siciliani di poter avere posti di governo a Napoli ed ai napoletani in Sicilia. Fu sollevato dall'incarico di luogotenente il principe di Campofranco, che venne sostituito da un napoletano, il duca Onorato Gaetani di Laurenzana. Inoltre, Ferdinando II premiò Messina, che non aveva partecipato ai moti, riaprendo l’antica università [12], istituì una direzione di polizia a Palermo e declassò Siracusa trasferendo il capoluogo a Noto. Infine inviò in tutti gli uffici funzionari napoletani,in base alla già citata legge della promiscuità. Cercò comunque in occasione della sua visita nell’isola, nel 1838, di intervenire per migliorare le condizioni economiche dell’isola agendo sui dazi, stendendo un progetto di riforma agraria in cui si distribuivano in enfiteusi terreni ai villani; fu deciso di costruire nuove strade, di aprire nuove banche a capitale pubblico, di costruire ospizi.

La questione degli zolfi

Nel 1838 scoppiò la famosa “guerra degli zolfi”: Ferdinando tolse agli inglesi il monopolio del commercio dello zolfo e lo concesse ad una ditta di Marsiglia, la Taix Aycard [13]. Occorre ricordare che lo zolfo all’epoca era un minerale strategico per la produzione bellica, e che la Sicilia era uno dei pochi produttori europei del minerale. Perciò, la decisione di Ferdinando mandò su tutte le furie gli inglesi, Lord Palmerston reagì violentemente e le relazioni diplomatiche si interruppero. I commercianti di zolfo inglesi chiesero indennizzi enormi, che gravarono sui siciliani arricchendo le tasche dei commercianti inglesi e non [14]. Re Ferdinando a causa della questione dello zolfo ebbe pessimi rapporti con gli inglesi tra 1839 e il 1840: nell’aprile del 1840, lord Palmerston ordinò alla marina britannica di bloccare i porti napoletani e di impadronirsi di qualsiasi nave napoletana o siciliana incontrata in alto mare. Per fortuna la marina britannica non seguì alla lettera tali ordini, ma Re Ferdinando non intendeva lasciarsi intimidire e inviò in Sicilia 12.000 uomini; non ebbe però, come sperava, l’aiuto dell’Austria e così grazie alla mediazione francese, il 21 luglio 1840 il contratto con la Taix-Aycard venne revocato e fu concesso, per regio decreto, un indennizzo ai commercianti stranieri [15].

Lord Palmerston

 

Tutti questi eventi contribuirono ad indebolire sempre più i Borbone nell’isola. Alienandosi gli inglesi Ferdinando si inimicò contemporaneamente l’opinione pubblica isolana, da sempre filoinglese, e non trovò l’appoggio internazionale che sperava. Alla fine si ritornò ad una condizione di sfruttamento delle miniere e dei minatori, senza ricorrere ad una modernizzazione delle strutture e l’erario dovette risarcire sia i mercanti inglesi che quelli francesi!

L’economia: Napoli cresce, ma la Sicilia segna il passo

Nonostante tutti gli sforzi di Ferdinando però l’economia dell’isola non decollava e alla base di tutto, come bene scriveva Lucchesi Palli (Effemeridi scientifiche e letterarie, 1834), c’era la mancata crescita del mercato finanziario, “Nuovi codici e procedure sono stati promulgati…sono state costruite delle strade…Vari stabilimenti si sono eretti…Ad onta di tutto ciò il paese non progredisce con quella rapidità che a buon diritto si richiede… Altre cause dunque esistono…e fra queste a mio credere, havvi quella mancanza de’ capitali circolanti. Non può sperarsi senza di questo un miglioramento nelle tre sorgenti della pubblica prosperità. La Sicilia non sarà mai né perfetta agricola, né commerciale, né manifatturiera, se pria un’immissione di nuovi capitali circolanti non ne vivifichi il suo stato.”

Non si reinvestivano i capitali nell’isola, come abbiamo già avuto modo di osservare, e non solo per gli interessi della finanza internazionale (in prima fila i Rothschild) ma soprattutto per la mancanza di una cultura in tal senso degli operatori siciliani [16]. Furono queste stesse convinzioni che impedirono al viceré Caracciolo di realizzare il Banco di Credito per l’Agricoltura. A Napoli invece fin dal 1808, sotto l’impulso del regime bonapartista era nato il Banco delle due Sicilie, al quale si aggregarono in qualità di filiali, le Tavole di Palermo e Messina. Ma nulla fecero per il credito commerciale, industriale o agricolo. Si limitarono in sostanza a gestire le esigenze della pubblica amministrazione. Mentre da un capo all’altro d’Europa si faceva girare il credito in Sicilia gli stranieri reinvestivano all’estero e i locali accumulavano e sperperavano. Anche in questo non mancò di avere il suo peso la chiesa, ostile da sempre allo sviluppo del moderno credito bancario. Il richiamo degli ebrei da parte di Carlo di Borbone era stato proprio il tentativo di emancipazione dalle servitù ideologiche clericali, ma il clero pretese ed ottenne la revoca del provvedimento. Da allora il clero ebbe sempre controllo sul credito che venne usato in maniera assistenziale e talvolta in maniera spregiudicata e strumentale a se stesso.

A partire dal 1837, l’insieme di leggi che Ferdinando comminò, volte ad indebolire il potere baronale, non riuscirono a favorire le altre classi anzi provocarono una diffusa conflittualità sociale tra nobili, borghesi ed artigiani, tra contadini ricchi e contadini poveri, tra cittadini e provinciali, ogni classe preoccupata, come al solito, di accaparrarsi il beneficio maggiore. Come sempre ebbero la meglio le classi più abbienti e ben presto la conflittualità da sociale si tramutò in politica. Anche dal punto di vista culturale-politico si ebbe una svolta storica. Non più un sicilianismo isolazionista si cercava, come ai tempi di Balsamo, Gregorio, Meli, ecc, ma un sicilianismo nuovo che rispondesse alle esigenze delle diverse classi, un sicilianismo che vedeva la Sicilia come parte di una confederazione di Stati. Era l’idea autonomista-federalista che raccoglieva i maggiori consensi e non quella Mazziniana unitaria, che tra gli intellettuali siciliani aveva presa quasi unanime, come affermava il Malvica nel 1836 “l’Italia per sua felicità non dee né può avere un sol centro di governo” [17] o lo stesso Michele Amari in un suo scritto,Catechismo siciliano, pubblicato anonimo nel 1838 che sognava una Sicilia indipendente nel quadro di un vincolo federativo.

Se In Sicilia l’industria segnava il passo, per Napoli e la Campania, il Regno di Ferdinando II segnò un grande sviluppo industriale, e si raggiunsero concentrazioni produttive al passo con le zone più evolute del Lombardo-Veneto. Anche il commercio e l’artigianato si espansero, così come il numero dei piccoli proprietari terrieri. Tutta l'economia del napoletano si risollevò. La costruzione della ferrovia Napoli-Portici, la prima in Europa, anche se per la brevità del suo percorso non poteva dare un vantaggio palpabile sul piano economico, fu importante dal punto di vista dell’immagine, in quanto elevò il regno delle Due Sicilie al rango delle più grandi potenze europee [18].

La statua di Ferdinando II a Pietrarsa

 

Il modello di sviluppo non era però basato sull’iniziativa privata locale, ma sul dirigismo governativo e sull’utilizzo di capitali esteri. Inoltre era carente il processo formativo e scolastico. Significativo di questo processo involutivo del Regno è il decreto del 10 gennaio del 1843, con il quale Ferdinando II consegnava l’istruzione primaria alla esclusiva direzione dei Vescovi autorizzandoli "a destituire i maestri e le maestre delle scuole primarie, a sospenderli e a rimuoverli…". Il decreto stabiliva inoltre: "Art. 2 – Le scuole saranno di preferenza stabilite pe’ fanciulli ne’ Conventi e Monasteri, e per le fanciulle ne’ Ritiri e ne’ Conservatori di donne. Art. 3 – Saranno stabilite altresì scuole primarie, con il metodo di mutuo insegnamento, ne’ Capoluoghi di Provincia ed in tutti gli altri comuni che ne avranno i mezzi. Queste scuole saranno nello stesso modo affidate a’ Vescovi e da loro esclusivamente dirette per ciò che riguarda la disciplina, co’ metodi e libri elementari approvati dalla Pubblica Istruzione(…)".Ebbero così facile gioco, dopo l'invasione piemontese del 1860, i "galantuomini", cioè i nuovi proprietari borghesi, che si impossessarono delle terre demaniali e ecclesiastiche (solo quest’ultime ammontavano al 40% del territorio), espropriate dai nuovi dominatori con la legge del 1863: un enorme “lascito” che finì nelle mani dei Piemontesi. Le terre furono vendute con aste frettolose, per fare cassa, e così furono rastrellati risparmi e capitali meridionali, che vennero investiti dai vincitori dappertutto tranne che nel Sud stesso. Ne conseguì la creazione di latifondi privati scarsamente produttivi e il conseguente immiserimento dei contadini, tanto che dopo la sanguinosa resistenza ("brigantaggio": 1861-1866), i superstiti degli stati d'assedio, delle stragi, delle rappresaglie e le esecuzioni sommarie perpetrate dalle truppe d'occupazione, cominciarono a espatriare in massa.

La mancata soluzione della questione sociale, di proporzioni più vaste di quelle sommariamente descritte in questa pagina, comportò per il Sud un ruolo di sudditanza nei confronti del resto del Paese. Ma in effetti, il Sud finanziò per più di un secolo lo sviluppo della Penisola, senza riceverne corrispondenti benefici.

I prodromi del ‘48

Per ben capire quello che sta sviluppando in Sicilia, nel napoletano e nel resto d’Italia non bisogna dimenticare quello che stava avvenendo a partire dalla fine degli anni ’30 nel resto d’Europa: la rottura del fronte Reazionario voluto dal Congresso di Vienna e la circolazione delle idee liberali grazie all’organizzazione di Congressi degli scienziati [19]. Nei congressi non partecipavano poeti, letterati o storici ma egualmente si discuteva delle nuove esigenze e in seno a tali congressi nacque la proposta di promuovere una lega doganale fra gli Stati italiani, una sorta di mercato unico italiano, cui Ferdinando non diede seguito temendo ripercussioni per la sua industria.

Il regno, nonostante l'energia del sovrano, non era del tutto tranquillo, e gli echi di quanto avveniva nel 1839 in Romagna ad opera di Giuseppe Mazzini, provocarono dei gravi disordini con conseguente energico repulisti con l'arresto di numerosi esponenti liberali, tra i quali Carlo Poerio e Mariano d'Ayala. Quest'ultimo, insegnando al Collegio Militare della Nunziatella aveva fatto numerosi proseliti tra i suoi allievi tra i quali ricordiamo Carlo Pisacane [20] ed Enrico Cosenz [21]. Il del Carretto li fece imprigionare in Castel Sant'Elmo.

A Cosenza invece la repressione fu più severa, in quanto si verificò lo sbarco dei fratelli Bandiera, figli di un ammiraglio della marina imperiale austriaca, iscritti alla Giovane Italia. Essi sbarcarono presso Crotone per dar man forte ai ribelli di Cosenza, ma la notizia del loro sbarco trapelò e furono prontamente catturati. Il marchese di Pietracatella, nuovo capo della polizia, costituì una corte marziale che li giudicò con procedura d'urgenza e li condannò alla pena capitale insieme ad altri sette rivoltosi. Queste fucilazioni suscitarono molte critiche a re Ferdinando, che negò la grazia. Ma la loro fu un’azione biasimata da tutti: Mazzini fu accusato dai moderati di sprecare inutilmente vite umane per realizzare disegni a cui pochissimi credevano, in un momento in cui, come notava Massimo D’Azeglio [22], non c’erano ancora le opportune circostanze e non c’era il favore dell’opinione pubblica europea.

Attilio Bandiera

 

Le circostanze cui aspirava D’Azeglio si presentarono con l’elezione al soglio pontificio di Pio IX (papa Mastai), i cui primi atti lasciarono sperare che si potesse realizzare la proposta liberal-democratica neoguelfa, la formazione cioè di una Federazione degli Stati italiani, presieduta dal papa.

In Sicilia i primi segnali  iniziarono nel 1847: nel mese di luglio a re Ferdinando, in visita a Palermo per i festeggiamenti di santa Rosalia,  fu gettata nella carrozza, da un ignoto, una copia della Protesta di Luigi Settembrini; nello stesso mese, Giuseppe La Masa, a Firenze, scrive la protesta Ai fratelli italiani, agli inglesi, ai francesi a Poi IX  e la presenta a lord Minto, ambasciatore inglese a Napoli, di passaggio a Firenze; a settembre Messina insorge al grido di “Viva Pio IX” , ma i tafferugli furono facilmente sedati anche perché i rivoltosi di Reggio, che secondo il comitato rivoluzionario, dovevano insorgere insieme a quelli di Messina non furono puntuali e si mossero tre giorni dopo. A fine novembre a Palermo si ebbero i primi scontri con la polizia.

Medaglia 1847 in bronzo coniata a Napoli per la repressione della rivolta di Messina. Clicca sull'immagine per ingrandire. Visita la pagina delle medaglie storiche siciliane.

 

L'ambasciatore austriaco Schwarzenberg, chiesta udienza al sovrano, gli rese noto che le rivolte erano favorite da alcuni suoi ministri, che riteneva i peggiori nemici del sovrano, e in seguito a questo colloquio, Ferdinando sostituì il suo ministro delle Finanze, l'ex repubblicano partenopeo Ferdinando Ferri [23], con Giustino Fortunato [24] e costrinse a dimettersi il ministro dell’interno Santangelo. Fu modificato tutto il governo, e sembrò che questi cambiamenti dovessero avere dei benefici effetti, in quanto i liberali si limitavano a fare delle pacifiche dimostrazioni gridando «Viva Pio IX» e «Viva il re»: essi si riunivano nel Largo della Carità, ove era il Palazzo della Nunziatura Apostolica [25] e battendo le mani attendevano che il Nunzio si affacciasse per applaudire a Pio IX, il papa liberale e democratico. Il sovrano diede ordine al del Carretto di evitare manifestazioni che potessero disturbare la quiete pubblica, ma questi incidenti continuarono a ripetersi assumendo maggiore gravità in Sicilia.

Arriviamo finalmente al 1848. Le iniziative fioriscono in tutta Italia:

il 1° gennaio inizia lo sciopero del fumo a Milano, Mazzini e Gioirti si incontrano a Parigi. I romani sollecitano un incontro con Pio IX. Il 2 gennaio Pio I esce per acclamato dal popolo, anche se qualche striscione recitava “Viva il papa, morte ai gesuiti!” Il 3 gennaio a Milano ci sono i primi scontri con la polizia, con morti e feriti e a Genova si chiede a Carlo Alberto l’espulsione dei gesuiti ;

si va avanti così in varie città d’Italia fino al  9 gennaio quando per le strade di Palermo viene  affisso il seguente manifesto, elaborato da Francesco Bagnasco:

Siciliani!

Il tempo delle preghiere inutilmente passò, inutili le proteste, le suppliche Le pacifiche dimostrazioni.

Ferdinando tutto ha spezzato. E noi popolo nato libero, ridotto fra catene e nella miseria, ardiremo ancora a riconquistare i legittimi diritti.

All’armi figli della Sicilia!

La forza dei popoli è onnipossente: l’unirsi dei popoli è la caduta dei re. Il giorno 12 gennaio, all’alba, segnerà l’epoca gloriosa della universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quanti siciliani armati si presenteranno a sostegno della causa comune, a stabilire riforme ed istituzioni analoghe al progresso del secolo, volute dall’Europa, dall’Italia, da Pio IX. Unione, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte le proprietà. Il furto si dichiara tradimento alla causa della patria e come tale punito. Chi sarà mancante di mezzi ne sarà provveduto. Con questi principi il cielo seconderà la giustissima impresa.

Sicilia, all’armi!                                                                                                 (continua…)      Fonte: www.http://ilportaledelsud.org/

Note

[1] Lettera di Metternich a Ficquelmont del 31 agosto 1831; cit. da Giarrizzo, La Sicilia, p. 692

[2] Trevlyan, Principi sotto il vulcano, Rizzoli editore, Milano, 1977.

[3] citato da Renda in Storia della Sicilia, p. 903.

[4] Doria G., Settecento Napoletano: la Capitale, Torino 1962, p. 243.

[5] La presenza di tali sodalizi criminali è contenuta in un rapporto del 1838 del procuratore del Re a Trapani, Pietro Calà Ulloa. Riferiva l’Ulloa “vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che si dicon partiti,senza colore o scopo politico, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa sovviene ai bisogni di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli governi nel governo.”

[6] Ricordiamo le seterie di Catania, Acireale e Palermo; La fonderia Gallo a Palermo; le industrie vinicole di Marsala a capitale inglese (Woodhouse, Hopps, Corlett, Ingham); l’industria solfifera, proprietà in parte della nobiltà locale e di imprenditori inglesi e svizzeri. Nel 1836 esistevano ben 134 miniere. Le fabbriche di succhi ed essenze nel catanese; le concerie di Messina, con migliaia di operai. I mobilifici di Palermo che impiegavano oltre 2000 operai, le saline, la cantieristica, ecc. E inoltre tante piccole imprese dalla produzione di terraglie all’oreficeria. Tali imprese purtroppo, specie le più piccole furono inevitabilmente costrette a chiudere quando da una politica di protezionismo si passò ad una politica di apertura al mercato estero con prodotti di miglior fattura e a minor prezzo e soprattutto si ebbe il crollo delle imprese siciliane quando da Napoli si decise di sottoporre a dazio interno i prodotti Siciliani mentre i prodotti del napoletano circolavano liberamente. Tale politica daziaria ebbe notevoli ripercussioni sul piano sociale, calò inevitabilmente il livello di occupazione e masse di disoccupati si riversarono nelle città aumentando lo scompenso civile. A tutto questo dobbiamo sempre aggiungere il prevalere di interesse particolaristici e il permanere di una mentalità conservatrice che imbrigliava lo sviluppo a dispetto di qualsiasi buona iniziativa.

[7] In G. Quatriglio “Mille anni di storia in Sicilia”

[8] Società civile che, grazie alle sorgenti associazioni carbonare, cominciava ad avere un potere reale! I “piemontesi” se ne servirono e realizzarono i loro disegni di conquista. Li realizzarono a dispetto di tanti “garibaldini” e “mazziniani” che passarono al “brigantaggio”. Molti di quei mille che sbarcarono con Garibaldi, si associarono in seguito alle bande reazionarie delusi da Garibaldi. Ma che si aspettavano? Garibaldi aveva sempre combattuto “ad ingaggio” e, secondo gli accordi, a Teano, o lì vicino, consegnò le sue conquiste a Vittorio Emanuele.

[9] Il comune di Bosco, dove era iniziata la rivolta liberale che chiedeva il ripristino della costituzione fu raso al suolo; gli insorti imprigionati , che tra l’altro non erano i capi che erano riusciti a fuggire all’estero, vennero processati. Vi furono 126 condanne delle quali 74 a pene carcerarie di vario tipo, 18 ergastoli e 34 pene capitali di cui 8 commutate ad ergastolo e 26 eseguite mediante decapitazione (Candeloro, Storia dell’Italia moderna, II, 132-133, rip. in Renda, op. cit)

[10] Il Rossaroll confessò di aver organizzato un attentato e di essere stato aiutato da altri; fece poi anche i nomi dei suoi complici, che erano militari come lui. Furono tutti deferiti alla Commissione di Stato e il Rossaroll e Francesco Angellotti furono condannati a morte, ma poi graziati. Racconta Nicola Nisco (1820-1901), che fu compagno di prigione dello Spaventa e del Poerio per ragioni politiche, poi graziato e in seguito deputato del Regno e poi a Firenze, direttore del Banco di Napoli: «Ai due condannati alla forca fu annunziata la grazia sul luogo del supplizio e nel regno e fuori si lodò la clemenza del re Ferdinando la quale in quel tempo, ed è giustizia riconoscerlo, faceva bel contrapposto alle crudeli esecuzioni nel Modenese nelle Romagne e nello stesso Piemonte ove Carlo Alberto si lanciò nelle persecuzioni con tanto ardore che si insozzò nel sangue che desolò il Piemonte con morte e galere e gli atti feroci del generale Galateri per infami crudeltà superiore ai più tristi gallonati carnefici dei Borboni» [Nisco N., Storia del reame di Napoli dal 1824 al 1860. Napoli, 1908, vol. II, p. 27].

[11] In virtù di tale legge i napoletani furono inviati in Sicilia ad occupare posti di comando mentre i siciliani furono mandati a Napoli senza promozione e in posti subalterni. Fra le vittime di tale legge vi fu anche il giovane Michele Amari che approfittò del soggiorno napoletano per condurre ricerche presso l’Archivio storico e scrivere la storia de Il Vespro, pubblicata nel 1842 con il titolo Un periodo di storie siciliane del XIII secolo. La rilevanza di quest’opera era sfuggita ai censori ma non al Del Carretto che vi lesse una critica alla casa Borbone e un invito alla rivoluzione; ordinò il sequestro del libro e invitò l’Amari a presentarsi presso i suoi uffici. L’Amari preferì prendere la via dell’esilio a Parigi.

[12] Tra le realizzazioni volute da Ferdinando II ricordiamo l’Istituto Statale per i Sordomuti di Palermo (Regio Decreto 28 giugno 1834). Nel 1838 Ferdinando II sanciva la riapertura dell’Ateneo di Messina e, nello stesso anno, veniva fondato il Teatro Santa Elisabetta, distrutto in seguito dal grande terremoto del 1908, poi ricostruito e tuttora esistente col nome di Teatro Vittorio Emanuele.

[13] Si diceva che Taex fosse un complice della duchessa di Berry, eroina della Vandea, che aveva sposato tra l’altro, il conte Ettore Lucchesi Palli.

[14] Nonostante tutto fu in quegli anni che si costituì una compagnia per l’acquisto della prima nave a vapore palermitana a cui parteciparono, tra gli altri, l’inglese Ingham e il banchiere Vincenzo Florio.

[15] Per capire l’importanza della questione degli zolfi basti pensare che nel 1860 si registrava un’occupazione operaia (tra picconieri, mulattieri, carusi e altro personale) di 16.000 unità. Quello che gravitava attorno alle zolfare era il nucleo di proletariato industriale più consistente di tutto il mezzogiorno e uno dei più rilevanti dell’intera penisola, ma era contemporaneamente il più “coloniale”: tutto il prodotto infatti era destinato all’estero allo stato grezzo (quindi niente indotto) e la sua commercializzazione era in mano a operatori stranieri, per lo più inglesi, che, in mancanza di una seria attività bancaria locale, gestivano il credito d’esercizio, assicurato mediante anticipazioni sulla consegna. Questo stato di cose accontentava tutti: i proprietari delle miniere, i gabelloti e gli agenti commerciali e tutto si svolgeva all’insegna dello sfruttamento della manodopera con metodi di lavorazione arretrati, tipico delle industrie alle dipendenza dall’estero.

[16] Saverio Scorfani, Memorie inedite, Edizioni della Regione Siciliana, 1970, pag. 249.

[17] Ferdinando Malvica, in Trevelyan Principi sotto in vulcano.

[18] Questo primo tratto della Ferrovia fu inaugurato il 4 ottobre del 1839 con grande solennità dal re in persona: partì quel giorno il primo convoglio ferroviario italiano, composto da varie vetture che portavano 48 invitati oltre ad una rappresentanza dell'armata di Sua Maestà borbonica costituita da 60 ufficiali, 30 fanti, 30 artiglieri e 60 marinai; nell'ultima vettura vi era la banda della guardia reale. La stazione di Napoli, che fu costruita nell'antica via detta «dei fossi» fuori le mura aragonesi che in quel tempo ancora esistevano tra la Porta del Carmine e la Porta Nolana, era costituita da un'ampia sala d'aspetto per i passeggeri, di uffici, magazzini, rimesse per le vetture e le macchine e di un'attrezzata officina di riparazione. La linea attraversava le paludi napoletane e la real strada delle Calabrie giungendo nei pressi della spiaggia di Portici, al Granatello. All'intersezione con la strada delle Calabrie fu costruito anche un ponte a due archi, per permettere il passaggio dei mezzi stradali. In questo primo tronco, di ponti ne furono costruiti ben 33, con 2.958 metri di mura di sostegno e m. 541 di ringhiere di ferro a difesa del mare e dei caseggiati che si trovavano lungo la strada. I lavori furono continuati per portare la Ferrovia fino a Nocera e terminarono il 18 maggio del 1844. Fu necessario ordinare altre locomotive che vennero dall'Inghilterra con macchinisti inglesi, poiché già alla fine dell'ottobre del 1839 la ferrovia napoletana aveva trasportato circa 58.000 persone fruttando un utile del 14%. La compagnia ritenne allora di poter ribassare i prezzi (che tempi!) e nel 1840 accordò uno sconto sulle tariffe ai cittadini meno abbienti, vale a dire «alle persone di giacca e coppola, alle donne senza cappello, ai domestici in livrea ed ai soldati e bassi ufficiali del real esercito».

[19] il primo fu organizzato a Pisa nel 1839 da Carlo Luciano Bonaparte e, annualmente in successione, a Torino (1840), Firenze (1841), Padova (1842), Lucca (1843), Milano (1844), Napoli (1845), Genova (1846) e Venezia (1847).

[20] Mazziniano fervente, combatté nel 1849 per la Repubblica Romana. Convertitosi ad ideali ancor più socialisti, fu poi il protagonista dello sbarco a Sapri. Scrittore arguto, si dimostrò un attento studioso in alcuni saggi storici.

[21] Aveva fatto parte dell'esercito napoletano sino al 1848, ma poi andò a difendere Venezia nel 1849. Con Garibaldi comandò il 1° Reggimento Cacciatori delle Alpi e nel '60 fu al suo fianco in Sicilia. Dopo l'Unità d'Italia divenne Capo di Stato Maggiore dell'Esercito e poi Aiutante di Campo di re Vittorio. Morì nel 1898.

[22] M. D’Azeglio, Degli ultimi casi di Romagna, Firenze 1846

[23] Era stato l'amante di Luisa Sanfelice.

[24] Economista e storico di Rionero in Vulture, fu deputato e senatore del regno d'Italia. Si interessò in special modo della «questione meridionale». Morì a Napoli nel 1932.

[25] Edificio ancora esistente, trasformato poi in albergo.


Bibliografia

  • Colletta, P., Storia del Reame di Napoli, introduzione di N. Cortese, L.S.E., 1969

  • Correnti, S., Storia della Sicilia, Periodici locali Newton, 1997

  • Di Matteo, S. Storia della Sicilia, Edizioni Arbor, 2006

  • Paternò-Castello, F. Saggio storico e politico, intr. di Massimo Ganci, Edizioni della Regione Siciliana, 1969

  • Quatriglio, G., Mille anni in Sicilia, Marsilio, 1996

  • Renda, F., Storia della Sicilia, Sellerio, 2003

  • Scorfani, F. Memorie inedite, Edizioni della Regione Siciliana, 1970

  • Trevelyan, R., Principi sotto il vulcano, Rizzoli editore, Milano, 1977

  • Gleijeses, V., La Storia di Napoli, Società Editrice Napoletana, 1977