Russia si prepara a invadere l’Ucraina ma Putin conta sull’assedio economico

0

 Per riprendersi la Crimea, Vladimir Putin non dovrà combattere una nuova battaglia di Balaklava. Ancor prima che il Senato russo autorizzasse il presidente all’uso della forza, la partita della penisola era chiusa. Destituito il presidente legittimo, nominato a Sinferopoli un nuovo capo, quest’ultimo ha chiesto – come nella migliore tradizione sovietica – l’aiuto militare russo. Mosca non dovrà però spendere troppa forza bellica. La Crimea è già sotto il controllo dei marinai della flotta del Mar Nero dislocata a Sebastopoli, le uniche due strade che collegano la penisola al resto dell’Ucraina (la E17 e la E18) sono bloccate dai russi o da milizie locali filo-russe. La capacità di opposizione in loco da parte di Kiev è nulla. Il nuovo presidente ha anticipato al 30 marzo il referendum per una “maggiore autonomia” della Crimea richiesta a gran voce dalla popolazione locale a stragrande maggioranza filo-russa, e tutto si concluderà con un ritorno di fatto (non formale) della Crimea alla Russia, come era prima che nel 1954 Kruscev regalasse la sua terra natale ai “fratelli” ucraini (ma allora l’Ucraina faceva parte dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche). Ripetiamo: per ottenere questo risultato Putin non dovrà probabilmente sparare un solo colpo. Escluso ogni intervento della Comunità Internazionale, la Crimea si appresta a subire la stessa sorte dell’Abkhazia dopo la guerra con la Georgia di Shakhasvili del 2008, che però costò all’esercito di Mosca una certa sofferenza. Come per la Georgia, anzi ancor più che per la Georgia, l’Occidente non vorrà negare al “nuovo zar” un suo spazio vitale nei paesi limitrofi alla Federazione Russa. Come contestare il diritto del Cremlino a disporre della base navale di Sebastopoli che rappresenta per la Russia l’unica via d’accesso ai mari caldi? Come negare l’autodeterminazione degli abitanti della Crimea da parte di un’Europa in cui, dalla Spagna alla Scozia, si moltiplicano le istanze autonomiste, seppure non sostenute da potenze straniere? Il problema vero, dunque, non è la Crimea. Il problema è l’Ucraina. Nel sud e nell’est di questo sciagurato Paese (il cui nome significa “terre di frontiera”) vive una buona metà della popolazione che è russofona, che non ha accettato in nessun modo la “rivoluzione” di Kiev e che non ha nessuna intenzione di avvicinarsi all’Europa: una prospettiva paurosa per contadini e operai delle industrie di stato, che vogliono continuare a guardare verso Mosca, cui sono legati non solo dalla lingua ma anche da comuni valori etici e culturali. A oriente del fiume Dnieper e alla sua foce vi sono immensi territori legati alla Russia, e città come Doneck e Odessa, quella della “Corazzata Potemkin”. Che farà dunque l’Armata russa in questi territori? Portavoce del Cremlino hanno fatto sapere ieri sera che i reparti mandati oltre frontiera potrebbero non entrare subito in azione. In altre parole starebbero lì a difendere eventualmente la loro gente. Certo, il pugile di piazza Maidan Klitschko a Kiev chiede di mobilitare l’esercito. Ma è credibile una controffensiva da parte di un Paese che verosimilmente non ha più il gasolio per far andare i suoi tanks? Putin conta di assediare economicamente i ribelli, con l’arma del gas e con quella delle relazioni commerciali. L’esercito avrebbe dunque una funzione complementare rispetto a una strategia che mira essenzialmente a strozzare a prostrare ulteriormente un Paese che ha bisogno di 35 miliardi di dollari per uscire da uno spaventoso default. Né l’Europa, né gli Stati Uniti vogliono – o forse possono – sborsare una cifra simile. Ma indubbiamente nel cuore d’Europa vi sarebbe un equilibrio estremamente precario, che una qualsiasi scintilla potrebbe far precipitare, aprendo la strada a scenari apocalittici. Il “nuovo zar” vuole mostrare i muscoli, ma non andare oltre. Anche perché in patria la situazione economica è assai traballante, e potrebbe incrinarne la popolarità. Forse anche per far dimenticare questa realtà, Vladimir Putin ha voluto lanciare la campagna di Ucraina.

 Per riprendersi la Crimea, Vladimir Putin non dovrà combattere una nuova battaglia di Balaklava. Ancor prima che il Senato russo autorizzasse il presidente all’uso della forza, la partita della penisola era chiusa. Destituito il presidente legittimo, nominato a Sinferopoli un nuovo capo, quest’ultimo ha chiesto – come nella migliore tradizione sovietica – l’aiuto militare russo. Mosca non dovrà però spendere troppa forza bellica. La Crimea è già sotto il controllo dei marinai della flotta del Mar Nero dislocata a Sebastopoli, le uniche due strade che collegano la penisola al resto dell’Ucraina (la E17 e la E18) sono bloccate dai russi o da milizie locali filo-russe. La capacità di opposizione in loco da parte di Kiev è nulla. Il nuovo presidente ha anticipato al 30 marzo il referendum per una “maggiore autonomia” della Crimea richiesta a gran voce dalla popolazione locale a stragrande maggioranza filo-russa, e tutto si concluderà con un ritorno di fatto (non formale) della Crimea alla Russia, come era prima che nel 1954 Kruscev regalasse la sua terra natale ai “fratelli” ucraini (ma allora l’Ucraina faceva parte dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche). Ripetiamo: per ottenere questo risultato Putin non dovrà probabilmente sparare un solo colpo. Escluso ogni intervento della Comunità Internazionale, la Crimea si appresta a subire la stessa sorte dell’Abkhazia dopo la guerra con la Georgia di Shakhasvili del 2008, che però costò all'esercito di Mosca una certa sofferenza. Come per la Georgia, anzi ancor più che per la Georgia, l’Occidente non vorrà negare al “nuovo zar” un suo spazio vitale nei paesi limitrofi alla Federazione Russa. Come contestare il diritto del Cremlino a disporre della base navale di Sebastopoli che rappresenta per la Russia l’unica via d’accesso ai mari caldi? Come negare l’autodeterminazione degli abitanti della Crimea da parte di un’Europa in cui, dalla Spagna alla Scozia, si moltiplicano le istanze autonomiste, seppure non sostenute da potenze straniere? Il problema vero, dunque, non è la Crimea. Il problema è l’Ucraina. Nel sud e nell’est di questo sciagurato Paese (il cui nome significa “terre di frontiera”) vive una buona metà della popolazione che è russofona, che non ha accettato in nessun modo la “rivoluzione” di Kiev e che non ha nessuna intenzione di avvicinarsi all’Europa: una prospettiva paurosa per contadini e operai delle industrie di stato, che vogliono continuare a guardare verso Mosca, cui sono legati non solo dalla lingua ma anche da comuni valori etici e culturali. A oriente del fiume Dnieper e alla sua foce vi sono immensi territori legati alla Russia, e città come Doneck e Odessa, quella della “Corazzata Potemkin”. Che farà dunque l’Armata russa in questi territori? Portavoce del Cremlino hanno fatto sapere ieri sera che i reparti mandati oltre frontiera potrebbero non entrare subito in azione. In altre parole starebbero lì a difendere eventualmente la loro gente. Certo, il pugile di piazza Maidan Klitschko a Kiev chiede di mobilitare l’esercito. Ma è credibile una controffensiva da parte di un Paese che verosimilmente non ha più il gasolio per far andare i suoi tanks? Putin conta di assediare economicamente i ribelli, con l’arma del gas e con quella delle relazioni commerciali. L’esercito avrebbe dunque una funzione complementare rispetto a una strategia che mira essenzialmente a strozzare a prostrare ulteriormente un Paese che ha bisogno di 35 miliardi di dollari per uscire da uno spaventoso default. Né l’Europa, né gli Stati Uniti vogliono – o forse possono – sborsare una cifra simile. Ma indubbiamente nel cuore d’Europa vi sarebbe un equilibrio estremamente precario, che una qualsiasi scintilla potrebbe far precipitare, aprendo la strada a scenari apocalittici. Il “nuovo zar” vuole mostrare i muscoli, ma non andare oltre. Anche perché in patria la situazione economica è assai traballante, e potrebbe incrinarne la popolarità. Forse anche per far dimenticare questa realtà, Vladimir Putin ha voluto lanciare la campagna di Ucraina.

Lascia una risposta