“Crollo di un’identità” al Palafiori di Sanremo

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Tornare a vivere, con un messaggio di speranza
“Crollo di un’identità” al Palafiori di Sanremo
Teresa Fasano ospite dello spazio BookSprint a Casa Sanremo

Ospite al Palafiori di Sanremo, per BookSprint Edizioni, la drammatica storia di Teresa Fasano, autrice del libro “Crollo di un’identità”. Il testo ripercorre «un percorso esistenziale, tutto in salita, che inizio a fare all’età di 4 anni e mezzo» quando, cronaca nazionale, nel ’71 ci fu il crollo di un palazzo, con la morte di quindici persone. Tra quelle persone, quasi tutta la famiglia di Teresa Fasano, che sola si salvò insieme alla sorellina minore. Dopo alcune ore tra le macerie, quando anche se piccola capì che tutto intorno a sé odorava di morte, fu estratta dai soccorritori. «Il vero miracolo non fu che fossi rimasta viva sotto le macerie, ma la capacità di riabilitarmi all’esistenza dopo una tragedia di questa entità.» Un messaggio di speranza, dunque, quello dell’autrice che rilancia forte in questa intervista. Nata a Frattaminore, in provincia di Napoli, oggi Teresa, dopo essersi laureata in Lettere e Filosofia, è un’imprenditrice madre di due ragazzi.

Teresa Fasano è ormai adulta, ma non ha mai dimenticato. Perché dimenticare non è possibile. «Ho avuto incubi per anni. Ogni notte mi svegliavo urlando e piangendo. Era la mia realtà ordinaria, io convivevo con le mie paure». Il suo libro, “Crollo di un’identità” (BookSprint Edizioni, 150 pagine, versione ebook disponibile), racchiude il senso di quella terribile vicenda.
Da quel giorno in cui un braccio l’ha sollevata dalle macerie, per Teresa è cominciata un’altra storia. Si è salvata, ma il peso del cemento le opprime il cuore. C’è un dolore troppo grande, che non le è concesso di vivere. Intorno a lei, sembra quasi esserci una festa. I parenti le fanno visita, le portano i giocattoli. Sorridono, ma la bambina è costretta a sopportare gli sguardi pietosi sopra le bocche allegre. «Era un modo per stordirmi, per cercare di non farmi pensare alla morte dei miei genitori, per cercare di farmi distrarre. Ma non accuso nessuno, perché tutto questo è stato fatto in buona fede».
Al posto del cordoglio, c’è il silenzio; dove dovrebbero scorrere le lacrime, c’è una maschera di felicità. «Nessuno mi doveva dire niente, perché io già sapevo. Nessuno mi ha detto “I tuoi genitori sono morti’. Sono stata privata persino di quell’abbraccio in cui il lutto trova conforto».

Passa solo un mese, e la vita delle due sorelle cambia d’improvviso. «Sono stata adottata, insieme a mia sorella. Siamo state sradicate dal nostro nucleo familiare. La mia idea era che la mia vita potesse continuare con la mia famiglia, i miei zii, i miei cugini. Ma le cose andarono diversamente.
Venimmo accolti da una bella famiglia, la famiglia Fasano, di cui ora porto il nome, ed è così che è iniziata la mia nuova esistenza, con una nuova mamma e un nuovo papà».
Ma la piccola Teresa non riesce a darsi pace. Quel peso continua a opprimerla, la ferita ancora sanguina. «La sensazione che io ricordo, quella sicuramente a me più familiare e forte, è la profonda vergogna, quella che si prova verso tutto ciò che non è più familiare». Tutto ciò che la circonda le è estraneo, ed è proprio a quegli sconosciuti che lei dovrebbe essere grata. «La mia oppressione fondamentale è quel senso di riconoscenza eterno, che dovevo provare verso persone che si prendevano cura di me. Io sapevo di non poter ricambiare, e quindi mi sentivo sempre profondamente ingrata, anche di non riuscire a provare i sentimenti naturali di un figlio verso i propri genitori, perché per me erano degli estranei».

La vergogna, il dolore, il dovere di proteggere. Sono questi i sentimenti che caratterizzano i primi tempi della vita di Teresa Fasano.
Col trascorrere dei mesi imparerà ad accettare e amare i suoi genitori adottivi. Ma quando un infarto fulminante stronca quello che è ormai diventato suo papà, Teresa ripiomba nel passato. gli stessi atteggiamenti pietosi. Gli stessi sguardi fastidiosi.
Ma il suo cuore ha continuato a battere, determinato a vivere, proprio come in quelle ore, sotto il peso del cemento. «Io ce l’ho fatta», dice «Questo testimonia il mio coraggio. Voglio comunicare agli altri che si può uscire anche da traumi così violenti».
Antonio Di GiovanniTornare a vivere, con un messaggio di speranza
“Crollo di un’identità” al Palafiori di Sanremo
Teresa Fasano ospite dello spazio BookSprint a Casa Sanremo

Ospite al Palafiori di Sanremo, per BookSprint Edizioni, la drammatica storia di Teresa Fasano, autrice del libro “Crollo di un’identità”. Il testo ripercorre «un percorso esistenziale, tutto in salita, che inizio a fare all’età di 4 anni e mezzo» quando, cronaca nazionale, nel ’71 ci fu il crollo di un palazzo, con la morte di quindici persone. Tra quelle persone, quasi tutta la famiglia di Teresa Fasano, che sola si salvò insieme alla sorellina minore. Dopo alcune ore tra le macerie, quando anche se piccola capì che tutto intorno a sé odorava di morte, fu estratta dai soccorritori. «Il vero miracolo non fu che fossi rimasta viva sotto le macerie, ma la capacità di riabilitarmi all’esistenza dopo una tragedia di questa entità.» Un messaggio di speranza, dunque, quello dell’autrice che rilancia forte in questa intervista. Nata a Frattaminore, in provincia di Napoli, oggi Teresa, dopo essersi laureata in Lettere e Filosofia, è un’imprenditrice madre di due ragazzi.

Teresa Fasano è ormai adulta, ma non ha mai dimenticato. Perché dimenticare non è possibile. «Ho avuto incubi per anni. Ogni notte mi svegliavo urlando e piangendo. Era la mia realtà ordinaria, io convivevo con le mie paure». Il suo libro, “Crollo di un’identità” (BookSprint Edizioni, 150 pagine, versione ebook disponibile), racchiude il senso di quella terribile vicenda.
Da quel giorno in cui un braccio l’ha sollevata dalle macerie, per Teresa è cominciata un’altra storia. Si è salvata, ma il peso del cemento le opprime il cuore. C’è un dolore troppo grande, che non le è concesso di vivere. Intorno a lei, sembra quasi esserci una festa. I parenti le fanno visita, le portano i giocattoli. Sorridono, ma la bambina è costretta a sopportare gli sguardi pietosi sopra le bocche allegre. «Era un modo per stordirmi, per cercare di non farmi pensare alla morte dei miei genitori, per cercare di farmi distrarre. Ma non accuso nessuno, perché tutto questo è stato fatto in buona fede».
Al posto del cordoglio, c’è il silenzio; dove dovrebbero scorrere le lacrime, c’è una maschera di felicità. «Nessuno mi doveva dire niente, perché io già sapevo. Nessuno mi ha detto “I tuoi genitori sono morti’. Sono stata privata persino di quell’abbraccio in cui il lutto trova conforto».

Passa solo un mese, e la vita delle due sorelle cambia d’improvviso. «Sono stata adottata, insieme a mia sorella. Siamo state sradicate dal nostro nucleo familiare. La mia idea era che la mia vita potesse continuare con la mia famiglia, i miei zii, i miei cugini. Ma le cose andarono diversamente.
Venimmo accolti da una bella famiglia, la famiglia Fasano, di cui ora porto il nome, ed è così che è iniziata la mia nuova esistenza, con una nuova mamma e un nuovo papà».
Ma la piccola Teresa non riesce a darsi pace. Quel peso continua a opprimerla, la ferita ancora sanguina. «La sensazione che io ricordo, quella sicuramente a me più familiare e forte, è la profonda vergogna, quella che si prova verso tutto ciò che non è più familiare». Tutto ciò che la circonda le è estraneo, ed è proprio a quegli sconosciuti che lei dovrebbe essere grata. «La mia oppressione fondamentale è quel senso di riconoscenza eterno, che dovevo provare verso persone che si prendevano cura di me. Io sapevo di non poter ricambiare, e quindi mi sentivo sempre profondamente ingrata, anche di non riuscire a provare i sentimenti naturali di un figlio verso i propri genitori, perché per me erano degli estranei».

La vergogna, il dolore, il dovere di proteggere. Sono questi i sentimenti che caratterizzano i primi tempi della vita di Teresa Fasano.
Col trascorrere dei mesi imparerà ad accettare e amare i suoi genitori adottivi. Ma quando un infarto fulminante stronca quello che è ormai diventato suo papà, Teresa ripiomba nel passato. gli stessi atteggiamenti pietosi. Gli stessi sguardi fastidiosi.
Ma il suo cuore ha continuato a battere, determinato a vivere, proprio come in quelle ore, sotto il peso del cemento. «Io ce l’ho fatta», dice «Questo testimonia il mio coraggio. Voglio comunicare agli altri che si può uscire anche da traumi così violenti».
Antonio Di Giovanni