GIUSEPPE ALVITI LEADER A.G.P.G. :Nessuno ci tolga il Potere della Parola

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Nessuno ci tolga il Potere della Parola

E’ la sensazione di impotenza, che spesso proviamo quando constatiamo che essere pubblici ufficiali o i.p.s. in realtà non è un potere ma un limite, che mi spinge a queste considerazioni.
In realtà, dovremmo considerare la nostra posizione un privilegio, perchè il nostro vantaggio è quello di essere inseriti in una realtà che molti altri ignorano o non conoscono a fondo, quella delle norme e, conseguentemente, di tutto ciò che ruota attorno alla civiltà che da esse è regolata. Abbiamo a disposizione strumenti conoscitivi che altri non hanno e che ci pongono in una collocazione agevolata. La conoscenza è la nostra arma più forte e dovremmo saperla esternare attraverso la parola.
Ogni nostra azione durante il servizio quotidiano è infatti basata su questi due cardini:conoscenza e parola. Applichiamo norme che conosciamo (o che dovremmo conoscere) bene e traduciamo tutto in verbali, rapporti, relazioni, annotazioni, controdeduzioni. La nostra è la parola che dovrebbe avere più valore di tutte, anche se spesso non ci sembra che sia così e dobbiamo provarlo oltremodo davanti a Giudici, superiori, politici ed Autorità.
C’è però un’altra maniera di usare la parola ed è quella in cui comincio a credere di più, almeno fino a che dominerà l’ignoranza generale ed il poco “orgoglio di categoria”. E’ un metodo che, paradossalmente, richiede accortezze ed abilità maggiori di quelle che si devono avere quando usiamo questo strumento nel pieno delle nostre funzioni. Quando non siamo in servizio, riposta la divisa nell’armadietto, noi non siamo cittadini comuni. Siamo cittadini che svolgono un lavoro particolare. Continuiamo a portarci dietro il nostro bagaglio conoscitivo e la nostra (se vogliamo) deformazione professionale. Pur rispettando gli obblighi regolamentari che il Corpo o il Comando per cui lavoriamo ci impongono, non siamo privati del diritto di usare la parola. Siamo dei lavoratori, siamo persone, siamo appartenenti ad una categoria.GUARDIE PARTICOLARI GIURATE.
Per questo penso che dovremmo iniziare a lavorare concretamente per cambiare la mentalità collettiva, attraverso l’interazione diretta con chi dimostra di non sapere assolutamente niente di noi e del nostro lavoro. Non possiamo farlo quando siamo i “diretti interessati” di critiche, segnalazioni, offese o accuse, per deontologia o per obblighi di legge, ma possiamo farlo quando siamo delle persone che sanno di cosa si sta disquisendo.
Questo, garantisco, ci renderà non solo più soddisfatti e gratificati ma sarà anche di utilità a chi non ha possibilità di difesa o non viene difeso da chi dovrebbe farlo. Allo stesso tempo, il nostro modo di parlare contribuirà alla faticosa e lunga opera per cambiare la mentalità preconcetta, che domina nei confronti della nostra categoria professionale.

Mi piace concludere questo invito a tutti i colleghi, con questo aforisma: “La parola è l’ombra dell’azione” (Democrito)Nessuno ci tolga il Potere della Parola

E’ la sensazione di impotenza, che spesso proviamo quando constatiamo che essere pubblici ufficiali o i.p.s. in realtà non è un potere ma un limite, che mi spinge a queste considerazioni.
In realtà, dovremmo considerare la nostra posizione un privilegio, perchè il nostro vantaggio è quello di essere inseriti in una realtà che molti altri ignorano o non conoscono a fondo, quella delle norme e, conseguentemente, di tutto ciò che ruota attorno alla civiltà che da esse è regolata. Abbiamo a disposizione strumenti conoscitivi che altri non hanno e che ci pongono in una collocazione agevolata. La conoscenza è la nostra arma più forte e dovremmo saperla esternare attraverso la parola.
Ogni nostra azione durante il servizio quotidiano è infatti basata su questi due cardini:conoscenza e parola. Applichiamo norme che conosciamo (o che dovremmo conoscere) bene e traduciamo tutto in verbali, rapporti, relazioni, annotazioni, controdeduzioni. La nostra è la parola che dovrebbe avere più valore di tutte, anche se spesso non ci sembra che sia così e dobbiamo provarlo oltremodo davanti a Giudici, superiori, politici ed Autorità.
C’è però un’altra maniera di usare la parola ed è quella in cui comincio a credere di più, almeno fino a che dominerà l’ignoranza generale ed il poco “orgoglio di categoria”. E’ un metodo che, paradossalmente, richiede accortezze ed abilità maggiori di quelle che si devono avere quando usiamo questo strumento nel pieno delle nostre funzioni. Quando non siamo in servizio, riposta la divisa nell’armadietto, noi non siamo cittadini comuni. Siamo cittadini che svolgono un lavoro particolare. Continuiamo a portarci dietro il nostro bagaglio conoscitivo e la nostra (se vogliamo) deformazione professionale. Pur rispettando gli obblighi regolamentari che il Corpo o il Comando per cui lavoriamo ci impongono, non siamo privati del diritto di usare la parola. Siamo dei lavoratori, siamo persone, siamo appartenenti ad una categoria.GUARDIE PARTICOLARI GIURATE.
Per questo penso che dovremmo iniziare a lavorare concretamente per cambiare la mentalità collettiva, attraverso l’interazione diretta con chi dimostra di non sapere assolutamente niente di noi e del nostro lavoro. Non possiamo farlo quando siamo i “diretti interessati” di critiche, segnalazioni, offese o accuse, per deontologia o per obblighi di legge, ma possiamo farlo quando siamo delle persone che sanno di cosa si sta disquisendo.
Questo, garantisco, ci renderà non solo più soddisfatti e gratificati ma sarà anche di utilità a chi non ha possibilità di difesa o non viene difeso da chi dovrebbe farlo. Allo stesso tempo, il nostro modo di parlare contribuirà alla faticosa e lunga opera per cambiare la mentalità preconcetta, che domina nei confronti della nostra categoria professionale.

Mi piace concludere questo invito a tutti i colleghi, con questo aforisma: “La parola è l’ombra dell’azione” (Democrito)