Napoli. Città della Scienza. Un anno dopo l’incendio ecco tutti i nodi da sciogliere emersi dalle indagini

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Napoli. La camorra, gli appalti, la politica, finanche una non meglio chiarita strategia della tensione tesa a destabilizzare l’ordine costituito a Napoli. Un anno dopo il rogo che ha divorato Città della scienza – era il 4 marzo del 2013 – restano pochi riscontri investigativi, pochi tasselli a sostenere le piste battute finora. Dodici mesi, approfondite tutte le piste, sentiti alcuni collaboratori di giustizia, messi a confronto potenziali testimoni o possibili soggetti finiti nel mirino della Procura. Un anno fa il rogo, oggi si lavora con il bisturi per circoscrivere eventuali responsabilità. Resta centrale la cosiddetta pista interna, che tenderebbe ad escludere una regia diretta della camorra nell’assalto incendiario a Città della scienza. Pista interna, che vuol dire tutto e niente. Proviamo a ragionare nell’ottica assunta finora dagli inquirenti: gli incendiari hanno agito di lunedì, quando la zona era semideserta (neppure i parcheggiatori abusivi sono stati segnalati), l’incendio avviene nei minuti successivi la fine di uno spettacolo teatrale, quasi a un segnale concordato. Inevitabile rivolgere l’attenzione sui vigilantes, sugli agenti di guardiania. Il confronto. Sono stati chiamati in Procura, le loro versioni sono state poste l’una di fronte all’altra. Un confronto all’americana: tra i due c’è chi non dice la verità, in merito a orari, mansioni, responsabilità. Non è molto, ma è comunque una traccia. Di sicuro, l’allarme ai vigili del fuoco viene lanciato dall’esterno di Città della scienza, arriva grazie a un pescatore che si affretta a raggiungere la riva, a tornare a casa e a lanciare l’sos via telefono. Basta per un capo d’accusa? La pista interna. C’è una ipotesi più strutturata, decisamente di alto profilo. Quanto basta a spingere gli inquirenti a passare al setaccio i bilanci di Città della scienza, a mettere a fuoco procedure amministrative e gare d’appalto, rapporti con i fornitori e con gli espositori nel polo museale scientifico. Anche in questo caso, difficile stabilire un rapporto di causa ed effetto: il disordine contabile o eventuali irregolarità amministrative non possono rappresentare al momento la prova di una ipotetica regia interna nella distruzione di Città della scienza. Intervenuti nel corso di questi mesi, i vertici del complesso – Vittorio Silvestrini e Enzo Lipardi –hanno sempre respinto ogni accostamento suggestivo alla cosiddetta pista interna, ricordando gli sforzi fatti nel corso dei decenni per tenere in vita la struttura di Coroglio. La polizza milionaria. Anche in questo caso si tratta di un tassello esplorato dalla Procura di Napoli. Indagini condotte dal pool guidato dal procuratore aggiunto Gianni Melillo, dai pm anticamorra Michele Del Prete e Ida Teresi, non passa inosservato un contratto con un’agenzia di assicurazione. Risale al 2009, quando Fondazione Idis (che ha la gestione di Città della scienza) decide di ricapitalizzare la polizza, introducendo una copertura anche per il rogo doloso. E quello del quattro marzo 2013 – spiegano oggi i consulenti della Procura – è sicuramente un incendio a carattere doloso. Quindi? Poca roba da un punto di vista investigativo: se in questi mesi la Fondazione ha infatti incassato il premio assicurativo per l’incendio doloso, è anche difficile immaginare l’esistenza di un piano iniziato addirittura quattro anni prima. Manca il nesso, manca il rapporto di causa ed effetto. La camorra. Qui a Bagnoli, da sempre, si indaga sul clan D’Ausilio, che qualche anno fa provò il salto di qualità, puntando a taglieggiare le imprese che dovevano inserirsi negli appalti della riqualificazione dell’ex area industriale. C’entrano i D’Ausilio? Si scava nelle vecchie inchieste e si scopre che nel 2009 venne trovato una sorta di dossier con diversi nomi di imprese finite nel mirino. Salta agli occhi una coincidenza ad alto potenziale suggestivo: una delle aziende risiede nello stesso Palazzo crollato la mattina del 4 marzo scorso lungo la Riviera di Chiaia. Una coincidenza tra una ditta su cui la camorra puntava ad esercitare pressioni (senza alcun risultato) e quanto avvenuto nel giorno orribile di Napoli: la mattina il crollo della Riviera di Chiaia, la sera l’incendio a Coroglio. Poco, troppo poco per spingere oltre le indagini, specie se si considera che alcuni collaboratori di giustizia hanno negato interessi o interventi diretti su Città della scienza, realtà poco appetibile da un punto di vista commerciale o imprenditoriale per gli estorsori al soldo dei boss locali. La macchina del fango. Sono circolati nei giorni successivi l’incendio. Sono scritti anonimi, che alludono alla presunta malagestione della struttura, puntando l’indice contro un presunto grumo di interessi opachi. Nomi di amministratori del museo, ma anche riferimenti ad appalti e assunzioni. Una mole di accuse girate a forze dell’ordine e ad alcune testate giornalistiche, quanto basta a spingere lo stesso Lipardi –qualche mese fa – ad un ammonimento: «Evitiamo un altro caso Nugnes». Chiaro il riferimento all’assessore comunale morto suicida di fronte alla possibilità di essere travolto dall’inchiesta Global service. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)  

Napoli. La camorra, gli appalti, la politica, finanche una non meglio chiarita strategia della tensione tesa a destabilizzare l’ordine costituito a Napoli. Un anno dopo il rogo che ha divorato Città della scienza – era il 4 marzo del 2013 – restano pochi riscontri investigativi, pochi tasselli a sostenere le piste battute finora. Dodici mesi, approfondite tutte le piste, sentiti alcuni collaboratori di giustizia, messi a confronto potenziali testimoni o possibili soggetti finiti nel mirino della Procura. Un anno fa il rogo, oggi si lavora con il bisturi per circoscrivere eventuali responsabilità. Resta centrale la cosiddetta pista interna, che tenderebbe ad escludere una regia diretta della camorra nell’assalto incendiario a Città della scienza. Pista interna, che vuol dire tutto e niente. Proviamo a ragionare nell’ottica assunta finora dagli inquirenti: gli incendiari hanno agito di lunedì, quando la zona era semideserta (neppure i parcheggiatori abusivi sono stati segnalati), l’incendio avviene nei minuti successivi la fine di uno spettacolo teatrale, quasi a un segnale concordato. Inevitabile rivolgere l’attenzione sui vigilantes, sugli agenti di guardiania. Il confronto. Sono stati chiamati in Procura, le loro versioni sono state poste l’una di fronte all’altra. Un confronto all’americana: tra i due c’è chi non dice la verità, in merito a orari, mansioni, responsabilità. Non è molto, ma è comunque una traccia. Di sicuro, l’allarme ai vigili del fuoco viene lanciato dall’esterno di Città della scienza, arriva grazie a un pescatore che si affretta a raggiungere la riva, a tornare a casa e a lanciare l’sos via telefono. Basta per un capo d’accusa? La pista interna. C’è una ipotesi più strutturata, decisamente di alto profilo. Quanto basta a spingere gli inquirenti a passare al setaccio i bilanci di Città della scienza, a mettere a fuoco procedure amministrative e gare d’appalto, rapporti con i fornitori e con gli espositori nel polo museale scientifico. Anche in questo caso, difficile stabilire un rapporto di causa ed effetto: il disordine contabile o eventuali irregolarità amministrative non possono rappresentare al momento la prova di una ipotetica regia interna nella distruzione di Città della scienza. Intervenuti nel corso di questi mesi, i vertici del complesso – Vittorio Silvestrini e Enzo Lipardi –hanno sempre respinto ogni accostamento suggestivo alla cosiddetta pista interna, ricordando gli sforzi fatti nel corso dei decenni per tenere in vita la struttura di Coroglio. La polizza milionaria. Anche in questo caso si tratta di un tassello esplorato dalla Procura di Napoli. Indagini condotte dal pool guidato dal procuratore aggiunto Gianni Melillo, dai pm anticamorra Michele Del Prete e Ida Teresi, non passa inosservato un contratto con un’agenzia di assicurazione. Risale al 2009, quando Fondazione Idis (che ha la gestione di Città della scienza) decide di ricapitalizzare la polizza, introducendo una copertura anche per il rogo doloso. E quello del quattro marzo 2013 – spiegano oggi i consulenti della Procura – è sicuramente un incendio a carattere doloso. Quindi? Poca roba da un punto di vista investigativo: se in questi mesi la Fondazione ha infatti incassato il premio assicurativo per l’incendio doloso, è anche difficile immaginare l’esistenza di un piano iniziato addirittura quattro anni prima. Manca il nesso, manca il rapporto di causa ed effetto. La camorra. Qui a Bagnoli, da sempre, si indaga sul clan D’Ausilio, che qualche anno fa provò il salto di qualità, puntando a taglieggiare le imprese che dovevano inserirsi negli appalti della riqualificazione dell’ex area industriale. C’entrano i D’Ausilio? Si scava nelle vecchie inchieste e si scopre che nel 2009 venne trovato una sorta di dossier con diversi nomi di imprese finite nel mirino. Salta agli occhi una coincidenza ad alto potenziale suggestivo: una delle aziende risiede nello stesso Palazzo crollato la mattina del 4 marzo scorso lungo la Riviera di Chiaia. Una coincidenza tra una ditta su cui la camorra puntava ad esercitare pressioni (senza alcun risultato) e quanto avvenuto nel giorno orribile di Napoli: la mattina il crollo della Riviera di Chiaia, la sera l’incendio a Coroglio. Poco, troppo poco per spingere oltre le indagini, specie se si considera che alcuni collaboratori di giustizia hanno negato interessi o interventi diretti su Città della scienza, realtà poco appetibile da un punto di vista commerciale o imprenditoriale per gli estorsori al soldo dei boss locali. La macchina del fango. Sono circolati nei giorni successivi l’incendio. Sono scritti anonimi, che alludono alla presunta malagestione della struttura, puntando l’indice contro un presunto grumo di interessi opachi. Nomi di amministratori del museo, ma anche riferimenti ad appalti e assunzioni. Una mole di accuse girate a forze dell’ordine e ad alcune testate giornalistiche, quanto basta a spingere lo stesso Lipardi –qualche mese fa – ad un ammonimento: «Evitiamo un altro caso Nugnes». Chiaro il riferimento all’assessore comunale morto suicida di fronte alla possibilità di essere travolto dall’inchiesta Global service. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)