Frane in Costiera amalfitana, Peduto “Investire nel monitoraggio “

0

Per risolvere tutto ci vorrebbe una montagna di soldi, come vedremo. In mancanza di liquidi, si può fare solo il “rattoppo” dopo l’ennesimo cedimento di roccia. Francesco Peduto, presidente regionale dei geologi nonché tecnico di lungo corso nelle amministrazioni pubbliche, fra cui l’Autorità di bacino e la Provincia, non lo dice in maniera esplicita, ma il senso delle riflessioni portano lì. Due cose molto importanti, però, dice, si possono fare a costi più sostenibili. Con ordine vediamo tutto. L’analisi del geologo parte dalla natura del versante: «L’area è molto tettonizzata, quindi piena di faglie e fratture, dunque molto fragile e soggetta a crolli. Infatti, nelle carte dell’Autorità di bacino, è considerata ad alto rischio». Il problema è grande, perché il sistema è molto sensibile alle sollecitazioni. Peduto ritiene «altamente improbabile» l’influenza delle vibrazioni di origine umana (la linea ferroviaria, i lavori per le gallerie di Porta Ovest), paventate dai residenti, ma per risolvere ogni dubbio «si potrebbero portare gli strumenti di misurazione, che non sono dispendiosi». Sicuro è invece il contributo che forniscono «le scosse di terremoto come quelle registrate nel Matese e nella Piana del Sele, le escursioni termiche e le piogge». Ad ogni modo, quali che siano, «le vibrazioni hanno solo accelerato il fenomeno, perché la roccia non è integra». Ne consegue che le riparazioni a posteriori non saranno mai risolutive. «Infatti – conferma il geologo -. Anche l’anno scorso, dopo la frana, è stato eseguito un intervento discreto, ma puntiforme, buono per mitigare il rischio ma non per cancellarlo. Tanto è vero che il versante, per quanto è ampio, nonostante le reti è sempre considerato ad alto rischio nei documenti dell’Autorità di bacino». Allora, che fare? Peduto ha tre idee. Sarebbe utile un servizio di “sentinelle”, cioè il controllo sistematico dei costoni con i rocciatori: ciò che la Regione farà in costiera amalfitana. «Per salvaguardare le vite umane – propone poi il tecnico – si può applicare un sistema di monitoraggio strumentale, mediante sensori capaci di “avvertire” alcuni segnali della roccia e trasmettere le informazioni agli operatori, che potrebbero andare a verificare e decidere». Questo meccanismo salva-via vale qualche centinaia di migliaia di euro. Molto di più servirebbe per mettere in sicurezza reale il versante e le infrastrutture (strada provinciale, ferrovia, autostrada, strada portuale). «Bisognerebbe produrre uno studio completo – stima Peduto – e in seguito procedere con il disgaggio (eliminazione dei massi pericolanti), la pulizia dei versanti (gli arbusti fanno aumentare le fenditure, così da isolare i massi) e le opere di difesa (reti, chiodi, cemento eccetera)». Programma bello e costoso. Di quale cifra parliamo? «Qualche decina di milioni». Però, secondo il ministero dell’Ambiente, gli interventi successivi hanno sempre costi maggiori

Per risolvere tutto ci vorrebbe una montagna di soldi, come vedremo. In mancanza di liquidi, si può fare solo il “rattoppo” dopo l’ennesimo cedimento di roccia. Francesco Peduto, presidente regionale dei geologi nonché tecnico di lungo corso nelle amministrazioni pubbliche, fra cui l’Autorità di bacino e la Provincia, non lo dice in maniera esplicita, ma il senso delle riflessioni portano lì. Due cose molto importanti, però, dice, si possono fare a costi più sostenibili. Con ordine vediamo tutto. L’analisi del geologo parte dalla natura del versante: «L’area è molto tettonizzata, quindi piena di faglie e fratture, dunque molto fragile e soggetta a crolli. Infatti, nelle carte dell’Autorità di bacino, è considerata ad alto rischio». Il problema è grande, perché il sistema è molto sensibile alle sollecitazioni. Peduto ritiene «altamente improbabile» l’influenza delle vibrazioni di origine umana (la linea ferroviaria, i lavori per le gallerie di Porta Ovest), paventate dai residenti, ma per risolvere ogni dubbio «si potrebbero portare gli strumenti di misurazione, che non sono dispendiosi». Sicuro è invece il contributo che forniscono «le scosse di terremoto come quelle registrate nel Matese e nella Piana del Sele, le escursioni termiche e le piogge». Ad ogni modo, quali che siano, «le vibrazioni hanno solo accelerato il fenomeno, perché la roccia non è integra». Ne consegue che le riparazioni a posteriori non saranno mai risolutive. «Infatti – conferma il geologo -. Anche l’anno scorso, dopo la frana, è stato eseguito un intervento discreto, ma puntiforme, buono per mitigare il rischio ma non per cancellarlo. Tanto è vero che il versante, per quanto è ampio, nonostante le reti è sempre considerato ad alto rischio nei documenti dell’Autorità di bacino». Allora, che fare? Peduto ha tre idee. Sarebbe utile un servizio di “sentinelle”, cioè il controllo sistematico dei costoni con i rocciatori: ciò che la Regione farà in costiera amalfitana. «Per salvaguardare le vite umane – propone poi il tecnico – si può applicare un sistema di monitoraggio strumentale, mediante sensori capaci di “avvertire” alcuni segnali della roccia e trasmettere le informazioni agli operatori, che potrebbero andare a verificare e decidere». Questo meccanismo salva-via vale qualche centinaia di migliaia di euro. Molto di più servirebbe per mettere in sicurezza reale il versante e le infrastrutture (strada provinciale, ferrovia, autostrada, strada portuale). «Bisognerebbe produrre uno studio completo – stima Peduto – e in seguito procedere con il disgaggio (eliminazione dei massi pericolanti), la pulizia dei versanti (gli arbusti fanno aumentare le fenditure, così da isolare i massi) e le opere di difesa (reti, chiodi, cemento eccetera)». Programma bello e costoso. Di quale cifra parliamo? «Qualche decina di milioni». Però, secondo il ministero dell’Ambiente, gli interventi successivi hanno sempre costi maggiori