Cragg, capricci di materia. Contributo di Marta di Meglio.

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Articolo di Marta di Meglio – Cragg, capricci di materia.

 

Tony Cragg:   “Riflettere sulle cose che non esistono … sulle miriadi di forme possibili … “

 

Artista conosciuto in tutto il mondo, Cragg è il massimo interprete di una scultura che si collega con la tradizione classica pur esprimendo un linguaggio tutto contemporaneo.

La fortuna che l’artista ha suscitato nella critica e nel pubblico consiste nella capacità che ha di elaborare forme uniche.

Si tratta di opere che documentano perfettamente la versatilità dei linguaggi che ha saputo elaborare, con modalità personali e sempre riconoscibili.

In lui ritroviamo lo spirito barocco dell’elaborazione formale del movimento, la prospettiva multipla novecentesca e il richiamo a forme naturali, veri e propri esemplari di mediazione tra il mondo organico e i materiali tradizionali della scultura.

Nato a Liverpool nel 1949 ha lavorato come tecnico di laboratorio di biochimica ha iniziato la sua formazione artistica e oggi è considerato uno dei maggiori interpreti dell’arte contemporanea.

Dopo i primi studi dal 1969 al 1977 frequenta il Gloucestershire College of Art e la Royal College of Art.

Dal 1978 al 2001 sarà docente alla Kunstakademue di Dusseldoff, in quest’ ultima, nel 1988, diventerà professore ordinario e, nel 2009, direttore.

Contestualmente, sono proprio questi anni che daranno vita alla sua poetica e alla sua vocazione artistica, dove è stato influenzato da tutto il fervore delle avanguardie artistiche allora in voga.

Dopo una prima fase negli anni ’70, in cui accosta frammenti colorati, inedite combinazioni tra assemblaggio e scultura, influenzato dal New Dada di Rauschemberg,

Tony Cragg si è indirizzato verso opere di grandi dimensioni.

Sempre in questi anni ha dedicato attenzione all’ambientazione delle sue opere sia in spazi chiusi che aperti usando materiali semplici.

Successivamente, il ventaglio di materiali si è allargato anche al marmo, bronzo, vetro che con tutta probabilità gli permettevano di esaltare il “vuoto”, che inteso come un’aurea è diventato un elemento integrante della scultura ovunque fosse collocata; anche nei ruderi di un reperto archeologico come i fori imperiali.

Dagli inizi del 21° secolo la sua ricerca è orientata all’elaborazione di forme monumentali bronze levigate mediante la termoplastica, dà vita a opere che si mostrano in tutta la loro portata simili alla pietra.

I materiali da lui impiegati sono raccolti dalle rovine di vecchie costruzioni e oggetti abbandonati.

La sua si può considerare una vera e propria ossessione nel cercare materiali che, poi, verranno modellati, incollati, tagliati.

Previamente trattati e adattati ai suoi disegni daranno vita alle sue opere.

L’impianto rimane di tipo minimal utilizzando materiali poveri e semplici come blocchi di legno, ferro, bronzo,fibre di vetro ai quali da minuziosamente forma attraverso una studiata manualità.

L’interesse per la materia arriva più tardi, durante gli studi al Royal College of Art di Londra.

Nei primi anni settanta la scena artistica britannica della scultura era ancora dominata dalle forme antropomorfiche di Henry Moore e dalle strutture di matrice minimalista di Anthony Caro, alle quali si andavano affiancando artisti più giovani, come Richard Wentworth, autore di assemblaggi di oggetti di produzione industriale, o Bill Woodrow, impegnato nell’elaborazione di opere realizzate attraverso ritagli di materiali diversi.

Ma la personalità che aveva più colpito Cragg era il maestro della Land Art Richard Long, che Cragg accompagna in diverse camminate tra il 1973 ed il 1975.

In quel periodo comincia a raccogliere detriti urbani di ogni genere, che l’artista considera prodotti di un mondo dove ogni oggetto acquista senso grazie alla sua interazione con l’umanità, per sviluppare un metodo di analisi scientifica non matematica, ma organica, al fine di elaborare il proprio pensiero artistico.

Un pensiero che parte dall’assemblaggio di detriti e rifiuti urbani, impilati dall’artista fino a comporre solidi di forma rettangolare come Stack (1975), per poi arrivare a opere come 4 Plates (1976), composta da quattro piatti allineati per terra, di cui il primo è intero e gli altri tre vengono spaccati dall’artista in frammenti disposti a distanza sempre maggiore per ricordare il loro profilo originale.

Dopo il suo trasferimento a Wuppertal in Germania nel 1977, Cragg comincia a produrre una serie di opere basate sulla composizione del profilo di un soggetto ottenuto attraverso

l’accostamento di oggetti quotidiani di plastica usati, recuperati dall’artista e assemblati per identità cromatiche, come New Stones-Newton Stones, esposto alla Lisson Gallery di Londra nel 1979, in occasione della prima personale dell’artista.

Dal 1977 alla metà degli anni Ottanta realizza una serie di opere composte da frammenti di oggetti trovati, di plastica, dando vita a un immaginario sempre più complesso, che potremmo definire composto da mosaici post-industriali.

In un felice e fortunato connubio tra frammento reale e forma assemblata, nascono opere a parete come Policemen (1981), Britain seen from the North (1981), Green, Yellow, Red, Orange and Blue Bottles II (1982) e Riot (1987).

Ogni figura scaturisce da circostanze diverse.

Poteva essere ottenuta semplicemente attraverso l’accostamento di cose trovate nel luogo stesso della mostra, oppure costituire una personale riflessione dell’artista sulla natura e la funzione di un oggetto, le differenze formali e antropomorfiche delle bottiglie o i riferimenti geologici o archeologici dei cumuli di detriti.

Contemporaneamente, altre opere dello stesso periodo si presentano come una serie di oggetti di tipologie diverse avvicinati uno accanto all’altro, dove la dispersione viene sostituita dall’accostamento e la frammentazione dall’unificazione, che segna il passaggio alla tridimensionalità dell’oggetto, utilizzato nella sua integrità fisica e formale per comporre una scultura che transita dalla vocazione pittorica e cromatica a quella architettonica e strutturale.

Composta non più di materiali trovati e usati ma di oggetti di uso quotidiano.

Se i frammenti di plastica, residui di una società postindustriale, rimandavano a un universo urbano, a partire dalla metà degli anni ottanta Cragg torna ad ispirarsi alla natura, intesa come serbatoio di forme e materiali, che l’artista analizza da un punto di vista sia culturale che scientifico.

Non si tratta più di composizioni che vivono della tensione mentale provocata da uno sguardo costretto a rinunciare a concentrarsi sul singolo frammento, ma di un  “puzzle” denso di implicazioni semantiche e sociologiche, ma di paesaggi incentrati sull’enfasi dell’oggetto ritrovato e celebrato nel momento della sua reificazione, intesa in senso non solo simbolico, ma anche, se non soprattutto, materialistico.

Il materialismo di Cragg ha un aspetto metafisico o idealistico, che consiste nel credere alla scienza come fonte di una conoscenza che non è limitata alla dimensione visiva, ma si avvicina all’idea.

Un’idea fondata sullo studio dei materiali, della loro essenza e delle loro possibilità di trasformazione in nuove modalità di espressione del vocabolario formale della scultura contemporanea.

Una nuova fase di ricerca che prende avvio da Minster (1987), un lavoro composto da una serie di pinnacoli costituiti da oggetti metallici piatti e rotondi posizionati uno sull’altro.

Così il rapporto con gli elementi che compongono l’opera si capovolge: dalla dispersione orizzontale si passa alla sovrapposizione verticale, in un crescente processo di recupero della vocazione assertiva e monumentale della scultura; arricchita, però, da una ricerca che ne mette in discussione la staticità, sostituita da una dimensione dinamica della forma, che perde i suoi connotati tradizionali nel momento stesso in cui viene recuperata.

Così, se nella prima fase del suo lavoro Cragg si confrontava con artisti come Marcel Duchamp o Kurt Schwitters, ora i suoi interessi si spostano verso Auguste Rodin, Costantin Brancusi,

Medardo Rosso e Umberto Boccioni: artisti interessati alla possibilità della materia di trasformarsi in un soggetto dinamico, per superare le sue caratteristiche fisiche.

La ricerca di Rodin sul rapporto tra il gesso, la pietra e il bronzo, le superfici morbide delle sculture in cera di Rosso, la dimensione dinamica dei capolavori di Boccioni come Forme uniche di continuità nello spazio (1913) costituiscono riferimenti fondamentali per comprendere la recente evoluzione del lavoro di Cragg.

Le sue opere non si confrontano più con lo spazio che le circonda, ma si strutturano attraverso un codice interno determinato da inedite combinazioni tra forma e materiale.

Un’indagine che conduce l’artista a concentrarsi non più su frammenti o paesaggi, ma sulla possibilità di stravolgere le forme di contenitori comuni, come vasi, fiaschi, bottiglie o scatole.

Ogni scultura è il risultato di una serie di passaggi formali che descrivono la tensione della forma iniziale del contenitore – sia esso vaso, bottiglia o mortaio – in ogni momento della suo divenire altro da sé, come una sorta di morphing tridimensionale.

Un processo che possiamo seguire nelle sue diverse fasi creative attraverso i disegni di Cragg, che illustrano in maniera chiara l’attitudine dell’artista verso il disegno inteso come la possibilità di collegare le forme tra di loro, in maniera poetica, ma anche tecnica.

“Dal 1995 lavoro sui Rational Beings, che hanno un aspetto più organico e sono fatti di fibra di carbonio con un’anima di polistirolo, partendo, però, sempre da una base di elementi circolari. Sono sculture realizzate partendo dai contorni di un gesto umano o di un profilo riempito poi da cerchi di polistirolo incollati insieme. Quello che mi interessava di loro era il modo in cui una forma organica e irrazionale si sposava a un elemento geometrico rigido, per dare vita a forme che mi sembravano colme di riferimenti e sensazioni eccitanti.” precisa l’artista.

Sviluppandosi per lo più in verticale, evidenziando la loro origine non oggettuale, ma antropomorfica, dove la rotazione intorno a un’asse centrale assume il senso di una mente umana in perenne cambiamento, caratterizzato da una vorticosa evoluzione.

Un dinamismo che si basa comunque sull’interesse dell’artista per le strutture stratificate che lo ha accompagnato fin dai suoi esordi.

In questo senso, rappresentano il punto di arrivo di un percorso iniziato negli anni Settanta da parte di un artista che ha sempre pensato la scultura come un estensione di sé stesso.

Le sue opere sono legate al filone di pensiero tedesco dove arte e società erano legate da uno stesso obiettivo, la creazione di un mondo migliore.

La bellezza di queste opere è sorprendente è difficile immaginare che dietro i colori e le forme ci siano rifiuti.

Guardando con attenzione la scultura si possono trovare bottiglie, pezzi di ceramica o uno spazzolino da denti, tutti trattati e dipinti con estrema cura.

L’uso meraviglioso della composizione immersa nell’astrazione trasforma la sua opera in una poesia visiva allegra, che si impone sulla scena con la sua grande dimensione.

Cragg fa compiere uno scatto linguistico alla scultura, al fare minimale e concettuale.

Rispetto alla progettazione razionale e analitica propone un vero e proprio gioco surreale, dove il soggetto per conoscere deve identificarsi con l’oggetto.

I risultati vanno dall’elegante al grottesco.

Le sue sculture possono anche presentarsi con piccoli buchi sulla superficie.

Ecco l’elemento del buco, ripreso da Henry Moore, visto come spazio positivo, sovrapposizione e accostamento di materiali sono i segni distintivi della sua arte.

Buona parte del suo studio è anche incentrato sulla trasparenza dei materiali più diversi compreso il vetro, che è oggi il protagonista nelle sue opere.

Rispettivamente si concentra anche su materiali come il marmo turco bianco, il carbone, il bronzo dove le forme vagamente bimorfe sembrano essere state suggerite all’artista dalla materia stessa, evocando una fase embrionale e forse magnetica della vita.

Di grande interesse le serie di minori dimensioni nei quali come in anamorfosi scultoree profili umani sorgono e scompaiono quasi magicamente al mutare delle angolazioni dello sguardo, costringendo l’osservatore a ruotare intorno all’opera, scoprendone man mano i diversi aspetti alla ricerca come un gioco enigmatico, del volto nascosto che puntualmente appare da un’angolazione inaspettata.

Le sue sculture nonostante la complessità dei procedimenti sembrano plasmarsi da sole.

 

Marta Di Meglio

Articolo di Marta di Meglio – Cragg, capricci di materia.

 

Tony Cragg:   “Riflettere sulle cose che non esistono … sulle miriadi di forme possibili … “

 

Artista conosciuto in tutto il mondo, Cragg è il massimo interprete di una scultura che si collega con la tradizione classica pur esprimendo un linguaggio tutto contemporaneo.

La fortuna che l’artista ha suscitato nella critica e nel pubblico consiste nella capacità che ha di elaborare forme uniche.

Si tratta di opere che documentano perfettamente la versatilità dei linguaggi che ha saputo elaborare, con modalità personali e sempre riconoscibili.

In lui ritroviamo lo spirito barocco dell'elaborazione formale del movimento, la prospettiva multipla novecentesca e il richiamo a forme naturali, veri e propri esemplari di mediazione tra il mondo organico e i materiali tradizionali della scultura.

Nato a Liverpool nel 1949 ha lavorato come tecnico di laboratorio di biochimica ha iniziato la sua formazione artistica e oggi è considerato uno dei maggiori interpreti dell'arte contemporanea.

Dopo i primi studi dal 1969 al 1977 frequenta il Gloucestershire College of Art e la Royal College of Art.

Dal 1978 al 2001 sarà docente alla Kunstakademue di Dusseldoff, in quest' ultima, nel 1988, diventerà professore ordinario e, nel 2009, direttore.

Contestualmente, sono proprio questi anni che daranno vita alla sua poetica e alla sua vocazione artistica, dove è stato influenzato da tutto il fervore delle avanguardie artistiche allora in voga.

Dopo una prima fase negli anni '70, in cui accosta frammenti colorati, inedite combinazioni tra assemblaggio e scultura, influenzato dal New Dada di Rauschemberg,

Tony Cragg si è indirizzato verso opere di grandi dimensioni.

Sempre in questi anni ha dedicato attenzione all'ambientazione delle sue opere sia in spazi chiusi che aperti usando materiali semplici.

Successivamente, il ventaglio di materiali si è allargato anche al marmo, bronzo, vetro che con tutta probabilità gli permettevano di esaltare il “vuoto”, che inteso come un'aurea è diventato un elemento integrante della scultura ovunque fosse collocata; anche nei ruderi di un reperto archeologico come i fori imperiali.

Dagli inizi del 21° secolo la sua ricerca è orientata all'elaborazione di forme monumentali bronze levigate mediante la termoplastica, dà vita a opere che si mostrano in tutta la loro portata simili alla pietra.

I materiali da lui impiegati sono raccolti dalle rovine di vecchie costruzioni e oggetti abbandonati.

La sua si può considerare una vera e propria ossessione nel cercare materiali che, poi, verranno modellati, incollati, tagliati.

Previamente trattati e adattati ai suoi disegni daranno vita alle sue opere.

L'impianto rimane di tipo minimal utilizzando materiali poveri e semplici come blocchi di legno, ferro, bronzo,fibre di vetro ai quali da minuziosamente forma attraverso una studiata manualità.

L’interesse per la materia arriva più tardi, durante gli studi al Royal College of Art di Londra.

Nei primi anni settanta la scena artistica britannica della scultura era ancora dominata dalle forme antropomorfiche di Henry Moore e dalle strutture di matrice minimalista di Anthony Caro, alle quali si andavano affiancando artisti più giovani, come Richard Wentworth, autore di assemblaggi di oggetti di produzione industriale, o Bill Woodrow, impegnato nell’elaborazione di opere realizzate attraverso ritagli di materiali diversi.

Ma la personalità che aveva più colpito Cragg era il maestro della Land Art Richard Long, che Cragg accompagna in diverse camminate tra il 1973 ed il 1975.

In quel periodo comincia a raccogliere detriti urbani di ogni genere, che l’artista considera prodotti di un mondo dove ogni oggetto acquista senso grazie alla sua interazione con l’umanità, per sviluppare un metodo di analisi scientifica non matematica, ma organica, al fine di elaborare il proprio pensiero artistico.

Un pensiero che parte dall’assemblaggio di detriti e rifiuti urbani, impilati dall’artista fino a comporre solidi di forma rettangolare come Stack (1975), per poi arrivare a opere come 4 Plates (1976), composta da quattro piatti allineati per terra, di cui il primo è intero e gli altri tre vengono spaccati dall’artista in frammenti disposti a distanza sempre maggiore per ricordare il loro profilo originale.

Dopo il suo trasferimento a Wuppertal in Germania nel 1977, Cragg comincia a produrre una serie di opere basate sulla composizione del profilo di un soggetto ottenuto attraverso

l’accostamento di oggetti quotidiani di plastica usati, recuperati dall’artista e assemblati per identità cromatiche, come New Stones-Newton Stones, esposto alla Lisson Gallery di Londra nel 1979, in occasione della prima personale dell’artista.

Dal 1977 alla metà degli anni Ottanta realizza una serie di opere composte da frammenti di oggetti trovati, di plastica, dando vita a un immaginario sempre più complesso, che potremmo definire composto da mosaici post-industriali.

In un felice e fortunato connubio tra frammento reale e forma assemblata, nascono opere a parete come Policemen (1981), Britain seen from the North (1981), Green, Yellow, Red, Orange and Blue Bottles II (1982) e Riot (1987).

Ogni figura scaturisce da circostanze diverse.

Poteva essere ottenuta semplicemente attraverso l’accostamento di cose trovate nel luogo stesso della mostra, oppure costituire una personale riflessione dell’artista sulla natura e la funzione di un oggetto, le differenze formali e antropomorfiche delle bottiglie o i riferimenti geologici o archeologici dei cumuli di detriti.

Contemporaneamente, altre opere dello stesso periodo si presentano come una serie di oggetti di tipologie diverse avvicinati uno accanto all’altro, dove la dispersione viene sostituita dall’accostamento e la frammentazione dall’unificazione, che segna il passaggio alla tridimensionalità dell’oggetto, utilizzato nella sua integrità fisica e formale per comporre una scultura che transita dalla vocazione pittorica e cromatica a quella architettonica e strutturale.

Composta non più di materiali trovati e usati ma di oggetti di uso quotidiano.

Se i frammenti di plastica, residui di una società postindustriale, rimandavano a un universo urbano, a partire dalla metà degli anni ottanta Cragg torna ad ispirarsi alla natura, intesa come serbatoio di forme e materiali, che l’artista analizza da un punto di vista sia culturale che scientifico.

Non si tratta più di composizioni che vivono della tensione mentale provocata da uno sguardo costretto a rinunciare a concentrarsi sul singolo frammento, ma di un  “puzzle” denso di implicazioni semantiche e sociologiche, ma di paesaggi incentrati sull’enfasi dell’oggetto ritrovato e celebrato nel momento della sua reificazione, intesa in senso non solo simbolico, ma anche, se non soprattutto, materialistico.

Il materialismo di Cragg ha un aspetto metafisico o idealistico, che consiste nel credere alla scienza come fonte di una conoscenza che non è limitata alla dimensione visiva, ma si avvicina all’idea.

Un’idea fondata sullo studio dei materiali, della loro essenza e delle loro possibilità di trasformazione in nuove modalità di espressione del vocabolario formale della scultura contemporanea.

Una nuova fase di ricerca che prende avvio da Minster (1987), un lavoro composto da una serie di pinnacoli costituiti da oggetti metallici piatti e rotondi posizionati uno sull’altro.

Così il rapporto con gli elementi che compongono l’opera si capovolge: dalla dispersione orizzontale si passa alla sovrapposizione verticale, in un crescente processo di recupero della vocazione assertiva e monumentale della scultura; arricchita, però, da una ricerca che ne mette in discussione la staticità, sostituita da una dimensione dinamica della forma, che perde i suoi connotati tradizionali nel momento stesso in cui viene recuperata.

Così, se nella prima fase del suo lavoro Cragg si confrontava con artisti come Marcel Duchamp o Kurt Schwitters, ora i suoi interessi si spostano verso Auguste Rodin, Costantin Brancusi,

Medardo Rosso e Umberto Boccioni: artisti interessati alla possibilità della materia di trasformarsi in un soggetto dinamico, per superare le sue caratteristiche fisiche.

La ricerca di Rodin sul rapporto tra il gesso, la pietra e il bronzo, le superfici morbide delle sculture in cera di Rosso, la dimensione dinamica dei capolavori di Boccioni come Forme uniche di continuità nello spazio (1913) costituiscono riferimenti fondamentali per comprendere la recente evoluzione del lavoro di Cragg.

Le sue opere non si confrontano più con lo spazio che le circonda, ma si strutturano attraverso un codice interno determinato da inedite combinazioni tra forma e materiale.

Un’indagine che conduce l’artista a concentrarsi non più su frammenti o paesaggi, ma sulla possibilità di stravolgere le forme di contenitori comuni, come vasi, fiaschi, bottiglie o scatole.

Ogni scultura è il risultato di una serie di passaggi formali che descrivono la tensione della forma iniziale del contenitore – sia esso vaso, bottiglia o mortaio – in ogni momento della suo divenire altro da sé, come una sorta di morphing tridimensionale.

Un processo che possiamo seguire nelle sue diverse fasi creative attraverso i disegni di Cragg, che illustrano in maniera chiara l’attitudine dell’artista verso il disegno inteso come la possibilità di collegare le forme tra di loro, in maniera poetica, ma anche tecnica.

“Dal 1995 lavoro sui Rational Beings, che hanno un aspetto più organico e sono fatti di fibra di carbonio con un’anima di polistirolo, partendo, però, sempre da una base di elementi circolari. Sono sculture realizzate partendo dai contorni di un gesto umano o di un profilo riempito poi da cerchi di polistirolo incollati insieme. Quello che mi interessava di loro era il modo in cui una forma organica e irrazionale si sposava a un elemento geometrico rigido, per dare vita a forme che mi sembravano colme di riferimenti e sensazioni eccitanti.” precisa l’artista.

Sviluppandosi per lo più in verticale, evidenziando la loro origine non oggettuale, ma antropomorfica, dove la rotazione intorno a un’asse centrale assume il senso di una mente umana in perenne cambiamento, caratterizzato da una vorticosa evoluzione.

Un dinamismo che si basa comunque sull’interesse dell’artista per le strutture stratificate che lo ha accompagnato fin dai suoi esordi.

In questo senso, rappresentano il punto di arrivo di un percorso iniziato negli anni Settanta da parte di un artista che ha sempre pensato la scultura come un estensione di sé stesso.

Le sue opere sono legate al filone di pensiero tedesco dove arte e società erano legate da uno stesso obiettivo, la creazione di un mondo migliore.

La bellezza di queste opere è sorprendente è difficile immaginare che dietro i colori e le forme ci siano rifiuti.

Guardando con attenzione la scultura si possono trovare bottiglie, pezzi di ceramica o uno spazzolino da denti, tutti trattati e dipinti con estrema cura.

L'uso meraviglioso della composizione immersa nell'astrazione trasforma la sua opera in una poesia visiva allegra, che si impone sulla scena con la sua grande dimensione.

Cragg fa compiere uno scatto linguistico alla scultura, al fare minimale e concettuale.

Rispetto alla progettazione razionale e analitica propone un vero e proprio gioco surreale, dove il soggetto per conoscere deve identificarsi con l'oggetto.

I risultati vanno dall'elegante al grottesco.

Le sue sculture possono anche presentarsi con piccoli buchi sulla superficie.

Ecco l'elemento del buco, ripreso da Henry Moore, visto come spazio positivo, sovrapposizione e accostamento di materiali sono i segni distintivi della sua arte.

Buona parte del suo studio è anche incentrato sulla trasparenza dei materiali più diversi compreso il vetro, che è oggi il protagonista nelle sue opere.

Rispettivamente si concentra anche su materiali come il marmo turco bianco, il carbone, il bronzo dove le forme vagamente bimorfe sembrano essere state suggerite all'artista dalla materia stessa, evocando una fase embrionale e forse magnetica della vita.

Di grande interesse le serie di minori dimensioni nei quali come in anamorfosi scultoree profili umani sorgono e scompaiono quasi magicamente al mutare delle angolazioni dello sguardo, costringendo l'osservatore a ruotare intorno all'opera, scoprendone man mano i diversi aspetti alla ricerca come un gioco enigmatico, del volto nascosto che puntualmente appare da un’angolazione inaspettata.

Le sue sculture nonostante la complessità dei procedimenti sembrano plasmarsi da sole.

 

Marta Di Meglio