Una stagione lirica nel segno di Giuseppe Verdi

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Inaugurazione in aprile con “Un ballo in maschera”, seguito dal “Barbiere di Siviglia” ed “Elisir d’Amore”. Grande attesa in giugno per la Messa da Requiem diretta da Placido Domingo
Sarà un 2010 nel segno di Giuseppe Verdi, quello che sta preparando il direttore artistico del nostro massimo, Daniel Oren, ben supportato da Antonio Marzullo e Rosalba Lo Iudice. Alla vigilia dell’atteso Nabucco firmato da Gigi Proietti, la nuova stagione lirica è già quasi del tutto definita. Inaugurazione in aprile con “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi. Si cita abitualmente D’Annunzio, che seppe coniare uno slogan di richiamo per quest’opera: “Il più melodrammatico dei melodrammi”. Primitivismo e preziosismo, sensualità, gusto del macabro, splendore e rovina, evanescenze, voluttà sanguinaria, frivolezze e tensione tragica in una “tinta fisica” sensoriale, saggio di una più sapiente maturità verdiana. A maggio due gioiose e brillanti opere d’amore: “Il barbiere di Siviglia”,  di Gioacchino Rossini con i suoi personaggi che il pubblico ama da sempre, con un consenso che non accenna a diminuire, trascinato in un’esaltazione dionisiaca, da cantanti e strumenti che sono anch’essi protagonisti della vicenda, che come loro, dialogano, si pavoneggiano, si pizzicano, si inseguono, si prendono e si lasciano, aumentando via via la loro effervescenza strumentale e “L’ Elisir d’Amore” di Gaetano Donizetti, quattordici giorni di composizione per un’opera che comprende due soli personaggi buffi, Belcore e Dulcamara, gli innamorati, Nemorino e Adina, i quali agiscono in una rustica aria di paese, che l’orchestrazione rende ancor più agreste, per una partitura che scorre via senza incertezze e problemi rivelando un eccelso mestiere e una fiducia illimitata nella sicurezza dell’esposizione. Giugno saluterà sul podio del nostro massimo la bacchetta di Placido Domingo per la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, opera che offre da sempre un’irrinunciabile terreno di confronto con le composizioni omonime di Mozart e di Brahms, nelle quali la morte è percepita con uno stato d’animo di sereno equilibrio che derivava loro dal clima di profonda fede religiosa in cui erano avvolti. Mentre nel compositore italiano, privo di ogni fideistica certezza nel post mortem, prevale al contrario una mancata rassegnazione, un’atmosfera di inquietudine e di terrore. Pertanto il suo disperato e bruciante grido di dolore per la dipartita dell’autore di Alessandro Manzoni, nei confronti del quale egli nutriva una stima incondizionata, assume i toni di una laica meditazione sul mistero angosciante della morte. Ripresa dopo i festeggiamenti per il Santo Patrono con il “Roméo et Juliette”  di Charles Gounod: ricchezza d’invenzione, mestiere magistrale, senso della misura si compongono qui in una sintesi qualitativamente prestigiosa. A convincere è la temperatura espressiva globale, mantenuta elevata con sorprendente continuità al di là degli esiti spesso assoluti dei singoli momenti; tra cui il pubblico riconoscerà il celebre “Je veux vivre” di Giulietta,valse tra il virtuosistico e il malinconico, che qualcuno riconoscerà quale spot di una nota marca automobilistica. Ottobre ancora nel segno di Giuseppe Verdi con “Luisa Miller” , opera che segna un momento fondamentale nell’evoluzione stilistica di Verdi. In quest’opera il compositore comincia, infatti, ad approfondire il suo distacco dai modi del melodramma tradizionale, per imboccare la strada che in meno di due anni lo avrebbe portato al concepimento di Rigoletto. Julian Budden, uno dei massimi esegeti verdiani, vede in Luisa Miller  “un nuovo livello nell’opera verdiana (…). Vi è una nuova finezza di pensiero musicale, una nuova concentrazione di elementi lirici all’interno dello schema drammatico, in sostanza una più completa risoluzione del dramma in termini di musica pura”.  A novembre ritorna Carmen, il prodigio di Georges Bizet, il quale con un balzo folgorante e vertiginoso riesce a portarsi nel cuore delle cose, delle persone, delle situazioni, scrutandole fin nel profondo, forte di una percezione acuta fino allo spasimo, partecipe fino alla sofferenza. Un canto esotico, inedito, riferito con la disinvoltura di un resoconto di viaggio, dove convivono alcune delle pagine corali più schiette ed esaltanti che siano mai state scritte. Quindi, una sferzata in viso allo spettatore compiaciuto, il primo allarme verista della musica europea: qualcosa che non sembra conciliarsi con le buone maniere di prima. Per il settimo titolo, naturalmente budget permettendo, la scelta è tra la “Francesca da Rimini” di Riccardo Zandonai, opera non nota, in cui scompare la fiorentinità dugentesca di  Gabriele d’Annunzio, pervasa da un clima che riduce l’affresco storico a una miniatura erotica ed eroica, fra amore e guerra, ma  in cui  si osserva una ricchezza timbrica che sottolinea gli snodi psicologici del dramma, tra stilizzazione di figure e persuasione di verità umana, e il ritorno della “Cenerentola, ossia la bontà in trionfo”di Gioacchino Rossini, in cui il genio pesarese riesce a trovare dell’umorismo anche nella fiaba, con il suo spirito italiano, pur educato alle gioie eleganti ancora di concezione aristocratica, rendendo novellistico ciò che in origine appare misterioso, o, perlomeno, a doppio senso.
Olga Chieffi