SALERNO VIAGGIO FRA I SENZA TETTO SGOMBERATI DA SAN NICOLA VARCO

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Ahmed ha 27 anni e a San Nicola Varco ha lasciato tutto ciò che possedeva. Nei giorni dello sgombero si trovava a Tori­no, a casa di un cugino, e nessuno l’ha avver­tito di ciò che stava succedendo. Ieri è torna­to e ha trovato la novità: il posto di blocco dei carabinieri che non gli consente di entra­re più nel ghetto a recuperare le sue cose. Ora la vita per lui continua a Battipaglia: in­sieme ad altri due connazionali ha preso in affitto una stanza: pagano ogni mese 350 eu­ro ma dormono a terra. Tutto sommato ad Ahmed è andata anche bene: le storie degli immigrati che abitavano nell’ex mercato or­tofrutticolo sono storie di disperazione che ha solo cambiato indirizzo. Dei 540 extraco­munitari di etnia maghrebina, d’età media compresa tra i ventiquattro e i ventisei anni, che risultavano presenti un anno fa nel ghet­to almeno cento sono quelli che vagano. Sen­za tetto nè legge. Sono i «senzatutto», che si spezzano la schiena per otto-dieci ore al gior­no nei campi a raccogliere scarola, finocchi e carciofi per 2,5 euro all’ora (di cui il 10% va al caporale) e che adesso non hanno neppu­re un posto dove dormire.

Per loro la siste­mazione a San Nicola Varco era da albergo a quattro stelle, con tutti i comfort. Ora, quan­do va bene, dormono sotto le serre. Oppure direttamente en plein air . Sono quelli «irre­golari », che ti guardano con sospetto e non si lasciano fotografare. Ieri pomeriggio ne abbiamo intercettati una decina alla frazione Bivio Cioffi, a dieci chilometri da Eboli, da­vanti ad alcuni negozi che vendono prodotti arabi. Davano l’impressione di aspettare qualcuno. Ma Anselmo Botte della segrete­ria Cgil, da oltre venti anni punto di riferi­mento degli immigrati, sa bene che non aspettano nessuno. Stanno lì perchè non hanno dove andare. Sono allo sbando. La gente del posto teme per la propria incolumi­tà. «Queste persone – dicono gli attivisti del comitato di quartiere Santa Cecilia – hanno paura delle istituzioni per cui rifiutano il ri­corso alle strutture ospedaliere o l’interven­to del 118 e potrebbero innescare delle vere emergenze sanitarie: non possiamo dimenti­care che siamo in uno stato di dichiarata pandemia». Stando ai numeri, sono almeno duecento gli immigrati che si sono trasferiti tempora­neamente in altre regioni per lavoro (o in Trentino a raccogliere mele oppure in Sicilia per la raccolta delle arance) e che potrebbe­ro tornare e non trovare più la loro casa a San Nicola Varco.
Dove sistemarli? E le loro poche cose profanate dalle ruspe? Che fine faranno? Polizia e carabinieri assicurano che tutto quanto sarà rinvenuto durante le de­molizioni verrà catalogato, fotografato e con­servato in un deposito in attesa di conse­gnarlo a chi ne faccia richiesta. Ieri, ad esem­pio, sono stati catalogati cinque generatori di corrente e alcuni motorini e biciclette. La situazione è decisamente diversa per i circa centocinquanta immigrati che posso­no permettersi «il lusso» di abitare in litora­nea, nelle case che d’estate vengono affittate ai bagnanti. Per loro lo sgombero ha signifi­cato solo un cambio di abitudini. A mancare all’appello, infine, sono i più fortunati, quelli che sono riusciti ad essere coinvolti in vere e proprie operazioni umani­tarie: i sedici marocchini ospitati in un agri­turismo di Sicignano degli Alburni, grazie al tempestivo intervento del sindaco Alfonso Amato, che li prelevò prima che nel ghetto arrivassero le forze dell’ordine con l’ordinan­za di sgombero, i trento accolti dalla comuni­tà parrocchiale della chiesa di Santa Maria della Speranza, a Battipaglia, e i quaranta che ora vivono in località Torre Barriata nel Dim, il centro polivalente di servizi integrati per gli immigrati che il Comune di Eboli e la Caritas hanno messo a disposizione dopo lo sgombero di San Nicola Varco.
La palazzina è stata adattata alle loro esigenze e nel corti­le interno c’è anche chi per necessità è co­stretto a dormire sotto la tenda. «Qui stiamo abbastanza bene», conferma Karim, nato 26 anni fa a Beni Hamir, la stes­sa località che ha dato i natali al centrocam­pista della Salernitana, Abderrazzak Jadid. Anche loro ieri pomeriggio aspettavano. Ma qualcosa di più e di meglio: il pasto serale (primo, secondo e contorno) offerto dal Co­mune. E nell’attesa c’è chi si fa tagliare i ca­pelli e chi si apre lo stomaco ingoiando una sottiletta. Quando Karim vede Anselmo Bot­te gli chiede quando lo pagheranno per il la­voro che ha fatto all’ex villa del boss Galas­so. Già la villa. Nella residenza confiscata al boss della camorra e intitolata a Falcone e Borsellino e nell’attiguo deposito dovrebbe­ro trovare sistemazione ottanta extracomu­nitari. E tutti gli altri? Un ex dipendente del­l’Orientale di Napoli si fa avanti indicando alcune strutture universitarie dismesse nella zona. «Una vera politica di accoglienza per i migranti – osserva il sindacalista Botte – non può prescindere dal coinvolgimento degli stessi datori di lavoro che devono garantire un alloggio dignitoso ai lavoratori. Noi co­me sindacato avevamo suggerito di realizza­re anche gli ostelli per i braccianti, strutture di accoglienza per un periodo limitato, il tempo di integrarsi. Poi c’era il discorso da intraprendere dei fitti agevolati da parte dei comuni. Ma purtroppo è rimasto tutto lette­ra morta».

Gabriele Bojano

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