Un´apertura in "Modo" maggiore

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La flautista Nicole Mitchell ha inaugurato con grande successo di critica e pubblico la stagione jazz del noto ritrovo salernitano
 
Il concerto inaugurale del Modo, nuovo ritrovo dei jazzofili salernitani, ha avuto quale assoluto protagonista il flauto “Dunque le sue melodie, sia che le esegue un flautista valente – scrive Platone nel Simposio – sia una suonatrice da nulla, esse da sole, per la loro potenza divina, trasportano le anime in delirio e discoprono quali d’esse hanno bisogno degli dei e d’essere iniziate”. Sulla ribalta del Modo è salita non certo una suonatrice da nulla ma Nicole Mitchell, che si è alternata al flauto traverso contralto e all’ottavino, supportata da Harrison Bankhead al contrabbasso e Hamid Drake alla batteria, per presentare il suo ultimo lavoro discografico Anaya. Con questo strumento molto particolare è riuscita a farsi faticosamente largo tra le definizioni di comodo-curiosità che hanno accompagnato i primi anni della sua carriera, divenendo la prima donna a presiedere l’AACM, la musicista di Chicago vede ora sempre più riconosciute le sue qualità di artista impegnata a costruire delle narrazioni il cui significato va ben oltre l’aspetto prettamente musicale. In questo ultimo lavoro la Mitchell percorre sentieri di ampia sintesi espressiva, che della musica afro-americana mostra la straordinaria ricchezza e vastità di soluzioni linguistiche. Virtuosa assoluta del suo strumento ha elaborato uno stile di grande carica espressionistica, anche sul piccolo, traendo dal flauto un ampio ventaglio di effetti non ortodossi (ultrasoffi, multisuoni, glissandi, frullati, il suo originale modo di vocalizzazione, il recupero di stilemi modali o panmodali), empaticamente assecondata dalla sua sezione ritmica.  Nei temi della Mitchell convivono, infatti, soluzioni di avanguardia con pulsazioni swing tradizionali, il blues e il rhythm & blues, sospensioni estatico-etniche. Detta così la cosa potrebbe sembrare un oscuro guazzabuglio, ma l’esibizione è invece risultata un’ ottima compenetrazione di emozioni e di strategie sonore, anche grazie alla presenza di alcuni brani cantati, riferentesi oltre che al gospel al selfpowerment femminile, che hanno rinforzato il senso “comunitario” dell’operazione. Non certo un progetto da ristorante, da locale, con ragazzi urlanti nel privè alle spalle, nonostante il superlativo service, ma da teatro, da sala concerto, in cui il pubblico va (o dovrebbe andare) preparato ad affrontare un  avanzato sperimentalismo jazzistico, ma dal cuore raffinatamente cameristico. Responsabilità, identità, adesione della musica alla vita, femminilità, libertà, urgenza, sono tutti temi cari a Nicole Mitchell, che la flautista ci ha restituito con emozionante immediatezza, trasfondendo negli esigenti ascoltatori una visione positiva femminile, ma senza mai esulare dalle radici antiche, sofferte e severe delle sue radici, conquistando il caloroso abbraccio del numeroso pubblico intervenuto.
Olga Chieffi