Intervista a Giuseppe Antonello Leone, a cura di Lucia Paesano.

0

Intervista di Lucia Paesano a Giuseppe Antonello Leone.
 
Lucia Paesano ha intervistato Giuseppe Antonello Leone, intellettuale poliedrico, pittore, scultore, poeta; figura straordinaria di artista, precoce e geniale, ma umile di una umiltà disarmante, che ha segnato la storia della cultura e dell’arte campana e italiana del Novecento.
 
1 – LP) Ad una certa età si traggono delle somme. Cosa Le ha offerto la città di Napoli; è soddisfatto della sua vita napoletana?
GAL) Napoli è una città nel verde, è una bellissima città, che offre notevoli ispirazioni, ma é difficile essere artisti con la “A” maiuscola, soprattutto a Napoli, perché non si è apprezzati e riconosciuti. A Napoli ho imparato che bisogna convivere col negativo e col positivo, e che i valori veri resistono nel tempo.
 
2 – LP) Mi parla dei suoi esordi, quando ha cominciato a interessarsi e a essere attratto dall’arte?
GAL) Ho iniziato da bambino; intorno ai nove-dieci anni ero già nella bottega di mio nonno e costruivo piccoli giochi dinamici con oggetti da rifiuto. Provengo da una famiglia di scultori di un piccolo paesino, Pratola Serra, dove l’artigianato era molto sviluppato. Però una vera “coscienza del fare”, come linguaggio ed espressione comunicante, prese consistenza con l’insegnamento di Settimio Lauriello, col quale feci le mie prime esperienze futuriste.
 
3 – LP)  Quando aderì al Futurismo e cosa può dirmi delle sue prove futuriste?
GAL) La mia adesione al Futurismo fu sollecitata dall’incontro con Marinetti, che si esibì al teatro di Avellino con una performance illuminante. Per l’occasione feci filone e raggiunsi il teatro in compagnia di amici. Eravamo ansiosi e intimoriti quando finalmente si aprì il sipario, ed apparve Marinetti con una scatola di fiammiferi ed un pacchetto di sigarette dal nome allusivo: Eva. Lasciò bruciare il primo fiammifero, poi accese la sigaretta e, in silenzio, la fece girare in aria. Il fumo delineava delle forme in movimento, come una scultura. Infine, Marinetti baciò la sigaretta e la spense in un bicchiere d’acqua. Allora compresi la forza comunicativa dei gesti.
Non è semplice comunicare, spiegare cos’è il Futurismo. Se guardiamo delle gocce d’acqua, dentro vi è qualcosa di divino. L’acqua attraverso la luce diventa cristallo. Vista con gli occhi della purezza, una goccia è un oceano, un fiume, un ruscello, pioggia; è una “perla”. I passaggi dipendono dalla nostra sensibilità. Una goccia porta un messaggio minimo della sua forza, perché l’acqua è anche nell’aria, nell’atmosfera, non ha ali, non si consuma, vola e non si vede; cade e si vede, e quando si vede è utile perché è l’unico mezzo per lavare simbolicamente la coscienza.
Quando piove sui fili si dispongono gocce d’acqua. Le distanze sono giuste, c’è armonia; ogni goccia ha il suo spazio. La natura ha delle leggi e se noi riusciamo a leggerle persino su un filo di materia plastica moderno dove sosta una goccia, sentiamo la goccia dire: ”Io ho bisogno di un respiro e quella che mi sta vicina ne ha bisogno quanto me”. Vedi che lì c’è una comunità di pensiero, in quello che è un rapporto spazio-tempo. Se senti e vedi ciò sei futurista.
 
4 – LP) Quali studi l’hanno portata alla Biennale di Venezia?
GAL) Iniziai nel 1933-34, alla Scuola d’Arte per la Ceramica di Avellino, diplomandomi Maestro d’Arte. Nel 1935-36 conseguii il diploma superiore di Maestro d’Arte per la Ceramica presso l’Istituto Statale d’Arte “Filippo Palizzi” a Napoli.
Nel 1939-40 mi diplomai in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, vinsi una borsa di perfezionamento intitolata a Domenico Morelli. Tale perfezionamento lo esercitai nell’anno scolastico 1940-41 presso lo studio dell’Accademia del maestro Pietro Gaudenzi. Lo stesso anno frequentai la Scuola di Decorazione con Emilio Notte e Alessandro Monteleone.
Nel 1939 per la Biennale di Venezia fu bandito un concorso per sei giovani, tra cui parteciparono: Mario Calandri, Maestoso Cataldo, Ilario Rossi ed altri.  Mi classificai terzo alla Biennale di Venezia con l’affresco: “Le Nuove Città”, inviato, poi, a Zurigo per rappresentare l’affresco italiano all’estero, dove arrivai primo.
Ora è esposto alla “Rocca dei Rettori” nella Sala del Consiglio della Provincia di Benevento [n.d.r.: firmato solo: G. Leone  (Giuseppe Leone)].
 
5- LP) Ha mai scritto di politica?
GAL) Ho scritto di politica, ho molto materiale, ma non ho mai pubblicato; i politici non sanno leggere.
 
6- LP) Crede di aver attraversato tutti i filoni dei vari codici visivi del ‘900?
GAL) Tutti i filoni, si!
Venendo dalle botteghe artigiane è normale. Pratola Serra era un paese di sosta per i cavalli che andavano da Napoli a Bari e viceversa, questo perché durante il viaggio faceva notte al mio paese. Di conseguenza lì si era sviluppato un artigianato di alto livello: fabbri, meccanici, mobilisti, ebanisti, intagliatori … Quando il tuo vicino, il tuo compagno di scuola, sono figli di un artigiano di alto livello è una fortuna. Non c’era ancora la plastica e si aveva la possibilità di vedere artigiani a lavoro.
 
7 – LP) Dopo la Guerra quanti istituti d’arte ha fondato e quali sono stati i suoi rapporti con Leonardo Sinisgalli e Rocco Scotellaro, sindaco socialista di Tricarico (MT) e grande poeta?
GAL) Ho fondato quattro Istituti Statali d’Arte: uno a Potenza, uno a Sessa Aurunca (CE), uno a San Leucio (CE), e il II^ Istituto Statale d’Arte ”Boccioni” alla Mostra d’Oltremare di Napoli.
Con Rocco Scotellaro eravamo amici, abbiamo mangiato insieme nelle trattorie da “quattro soldi”, ci siamo incontrati a Roma, a Portici, a Montemurro, a Tricarico. Ho molte lettere, alcune delle quali sono state pubblicate da Gerardo Picardo .
Negli anni ’50, superata la guerra, con Rocco mi sono impegnato a partecipare a quell’ampio movimento culturale di riscatto del sud, sviluppato in Lucania, impegnato nella lotta per l’alfabetizzazione.
Per l’occasione ci inventammo una cartolina per favorire politicamente una scuola che poteva raggiungere zone d’istruzione anche nei posti di poche case coloniche.
Rocco fu nostro ospite a Montemurro negli anni ’48 e ’49, e in casa nostra conobbe Leonardo Sinisgalli. Con quest’ultimo divenni subito amico nel 1939, quando, a Montemurro, un giorno andai a far visita a Maria Padula, allora mia fidanzata.
Ho collaborato a molti progetti con Leonardo, negli anni ’50 abbiamo lavorato insieme per la rivista “Civiltà delle macchine”.
Di Sinisgalli avevo molta roba; materiale é stato consultato per molto tempo da Francesco D’Episcopo e poi restituito.
 
8 – LP) Su di Lei hanno scritto tanti critici ed intellettuali sino a Philippe Daverio.
GAL) Si, su di me hanno scritto tanti critici, intellettuali ed artisti. Molti si sono divertiti a chiacchierare, ma quando si rappresenta un personaggio scomodo è normale.
 
9 – LP) Achille Bonito Olivia La conosce?
GAL) Quando ci vediamo ci salutiamo!
 
10 – LP) Nulla è insignificante, qualsiasi cosa passi sotto il suo sguardo attira la Sua attenzione ed è degno di ricerca e approfondimento per comprenderne le forme, le intime valenze, e provare a darne nuovi significati. Risignificazione, così ha chiamato questo processo artistico, ma che rapporto ha con la realtà, con la materia?
GAL) Io vengo per stratificazione, ogni momento, giorno per giorno, in progresso; in cerca di ciò che c’è intorno. Ciò che ci circonda è stato vissuto nella storia, a partire dall’ VIII sec. a.C. ad oggi e come sarà nel futuro, perché il futuro è questo. Le mie ultime opere, di cui non vorrei parlare, perché ancora non sono state esposte, rappresentano e fanno capire al massimo il mio rapporto con la materia plastica e con gli oggetti da rifiuto.
 
11 – LP) E’ pronto per un’altra mostra?
GAL) Si, ma ti dico solo che sarà estremamente rigorosa, composta da circa 35 pezzi.
 
Intervista a cura di Lucia Paesano